martedì 27 dicembre 2011

Che ci azzecca Minzo con Santoro?

“Ora comincio a capire Santoro io”, così avrebbe detto l’ex direttore  del tg1 Minzolini parlando del suo contenzioso giudiziario con la Rai. Per sua fortuna Santoro deve essere andato in vacanza altrimenti si sarebbe già messo al telefono per chiamare gli avvocati e tutelarsi da un paragone “tecnicamente diffamatorio”. L’ex direttore, infatti, è stato sospeso dalla carica per uso improprio di carta di credito e non certo su richiesta del Presidente del Consiglio in carica come invece accadde a Santoro.

Per la verità i nomi dei due giornalisti compaiono appaiati nelle intercettazioni telefoniche agli atti presso il tribunale di Trani. Uno dei due viene indicato come persona sgradita e da cacciare, l’altro come un amico fedele e sempre pronto ad afferrare il microfono per regolare i conti con i nemici del Presidentissimo di allora, nonché proprietario della azienda concorrente. Provate voi ad immaginare quale dei due dovesse essere cacciato, insieme a Travaglio e a tutta la compagnia? Per il resto Santoro è stato rimosso e messo in condizione di andarsene per aver dato anche le notizie che non piacevano al regime, il Tg1 invece è stato lasciato da milioni di persone per non aver dato le notizie che non piacevano al regime, in quella negazione c’è tutta la differenza.

In ogni caso se Minzolini avverte tutta l’amarezza del doversi presentare in tribunale potrebbe chiedere una consulenza a Tiziana Ferrario, a Maria Luisa Busi, a Elisa Anzaldo, a Paolo Di Giannantonio, a Raffaele Genha, a Massimo de Strobell, a Bruno Mobrici….e ai tanti altri che ha cacciato, emarginato, costretto a rivolgersi al medesimo tribunale.

Naturalmente gli auguriamo di vincere in tribunale e di dimostrare che i fatti a lui contestati, e che nulla hanno a che vedere con l’articolo21 della Costituzione, sono inesistenti, ma le ragioni della sua sconfitta non stanno certo in una carta di credito, ma piuttosto nel “discredito” che ha concorso a determinare il naufragio di quella che un tempo era la testata ammiraglia della Rai. Naturalmente anche per questo il vecchio Silvio non dimenticherà mai il favore ricevuto e di certo troverà se non una ammiraglia, almeno una scialuppa di salvataggio per il direttorissimo.

domenica 18 dicembre 2011

Tremonti: “Serve un’altra manovra” Passera smentisce: “Nessun testo in arrivo”

“E’ molto probabile che ci sia un’altra manovra”. Giulio Tremonti intervenendo al programma di Lucia Annunziata ‘In mezz’ora’sembra confermare i rumor circolati su un’eventuale nuova manovra economica da fare entro fine aprile, prima della celebrazione di un’importante asta dei bot. Un’altra finanziaria che, come anticipato dal Fattoquotidiano.it, corrisponderebbe a una cifra raggelante: 40 miliardi di euro. 
 Eppure il ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera lo smentisce a stretto giro di posta intervendo sempre in tv a ‘Che tempo che fa’: ”Non c’è nessun altra manovra in arrivo – ha detto Passera – Non è che il governo funzioni solo di manovre”.

Ma mentre l’ex ministro dell’Economia attacca la manovra “salva Italia” del governo Monti, il segretario del Pdl Angelino Alfano vira clamorosamente rispetto a quanto detto negli ultimi giorni da Silvio Berlusconi, concedendo di fatto all’esecutivo dei professori un’apertura: “Se si andasse al voto domani, faremmo le elezioni in un tempo di crisi talmente grave per cui è meglio sostenere questo governo che andare ad elezioni subito”, ha detto Alfano al congresso provinciale del partito a Reggio Emilia. Un concetto ribadito anche da un altro esponente di spicco del Pdl nonché presidente del Senato Renato Schifani: “Andare al voto in tempi brevi sarebbe un non senso e non avrebbe una giustificazione politica dato il quadro drammatico della situazione economica”.

Il ritorno di Tremonti.Dopo settimane di silenzio l’ex ministro dell’Economia è tornato in tv attaccando apertamente la nuova manovra del governo Monti che è andata sostanzialmente a correggere le tre manovre fatte in meno di un mese e mezzo durante il suo mandato. “Una manovra andava fatta certamente – ha spiegato Tremonti – ma questa è troppo sbilanciata dal lato delle tasse e, sulle tasse, è troppo sbilanciata su iva, benzina, bollette e addizionali. Colpisce tutti e soprattutto il lato basso. Il rigore andava fatto riducendo la spesa pubblica come programmato da noi. Inoltre non c’è nulla sulla crescita”. Sulle tre manovre consecutive fatte da lui e dal governo Berlusconi, l’ex ministro ha parole di zucchero: “Berlusconi ha fatto molto bene nei primi tre anni, sapevamo che c’era la crisi e per questo abbiamo tenuto i conti in ordine”. Le critiche di Tremonti, piuttosto, vanno ad “alcuni del Pdl che prima dicevano di ‘no’ a certe cose essendo al governo e adesso dicono di ‘sì’ alle stesse cose non essendo al governo. Forse se avessero seguito prima una linea diversa, le cose sarebbero andate diversamente. Adesso evidentemente fanno penitenza”. E i rapporti con Berlusconi? “In termini personali e umani sono e sono sempre stati buoni – ha risposto Tremonti – L’ultimo vertice a Cannes il rapporto non solo personale, ma anche sulla serietà degli impegni si era già ristabilito”. Nessun riferimento ai battibecchi davanti alle telecamere della stampa internazionale o a quella frase “Silvio dimettiti” pronunciata dall’ex ministro nel Consiglio dei ministri del novembre scorso.

Alfano e il sostegno al governo Monti. Le elezioni anticipate non sono un obiettivo del Pdl che ha intenzione di sostenere lealmente il governo Monti: il segretario del Pdl Angelino Alfano fa piazza pulita di tutti possibili equivoci. Per farlo sceglie una platea istituzionale, il primo congresso provinciale del partito in Emilia Romagna. Le assise del Pdl hanno preso il via questo fine settimana e nel giro di un mese rinfrescheranno i quadri locali del Pdl, quelli che dovranno gestire la prossima campagna elettorale. Che forse è già cominciata, ma che nel caso, almeno per quanto riguarda il Pdl, durerà un anno e mezzo: l’orizzonte elettorale è il 2013, fino ad allora il partito sarà impegnato nella duplice impresa di assicurare i voti necessari alla sopravvivenza del governo Monti e convincerlo a non spingere troppo sui temi indigesti all’elettorato berlusconiano. “Se si andasse al voto domani – ha spiegato Alfano – faremmo le elezioni in un tempo di crisi molto grave per cui è meglio sostenere questo governo che andare alle elezioni subito”. Fiducia a Monti, quindi, senza troppi ripensamenti, perché “ciò che accadrebbe in assenza di questo governo sarebbe peggio”. Detto questo, il governo dei professori non ha, dal Pdl, un assegno in bianco. “Ha fatto una manovra – ha detto – che non ci ha convinto dal punto di vista filosofico perché segnata da troppe tasse, noi lo abbiamo incitato a fare meglio e crediamo di avere inciso su alcuni aspetti essenziali, come l’alleggerimento della botta su pensioni e casa e il no all’aumento dell’Irpef. Adesso lavoriamo per fare sì che il versante sviluppo sia quello fondamentale”.

Schifani: “Senza senso il voto ora”.“Andare al voto in tempi brevi sarebbe un non senso e non avrebbe una giustificazione politica dato il quadro drammatico della situazione economica”, ha detto il presidente del Senato ai cronisti al termine del concerto di beneficenza di Natale tenutosi nell’Aula di Palazzo Madama. ”Sarebbe contradditorio – spiega Schifani – andare alle urne dopo pochi mesi. E’ da poco tempo che le forze politiche si sono assunte la responsabilità di fare sistema sostenendo un governo tecnico”.

Le parole di Tremonti sul governo Berlusconi scatenano il fuoco incrociato sia dei colleghi del Pdl che di quelli dell’opposizione del Pd. ”Da parte di Tremonti era più dignitoso il silenzio degli ultimi giorni che le parole di oggi – ha attaccato il segretario del Pd Pierluigi Bersani– E’ davvero incredibile che chi ci ha portati qui si rimetta a favoleggiare come se nulla fosse”. Di segno opposto, ma sempre al vetriolo le critiche di Sandro Bondi che taccia le dichiarazioni dell’ex ministro di “irresponsabilità” perché “non rendono conto in maniera onesta e corretta del confronto che vi è stato sui provvedimenti economici nel corso di tutta la durata del governo Berlusconi”. Secondo l’ex governatore nazionale del Pdl “solo Tremonti ha espresso dei no, immotivati e rivelatisi poi anche sbagliati, nei confronti dell’operato degli altri ministri del Pdl, i quali peraltro hanno sempre agito nel nome del rigore e delle riforme”. Per Raffaele Lauro del Pdl Tremonti “avrebbe fatto meglio a tacere perché “nessun uomo di governo dell’economia, nella storia d’Italia, ha avuto in mano una concentrazione di potere decisionale e per un tempo tanto lungo, come lui”. “Dopo aver commissariato – prosegue il parlamentare – il governo di centro-destra, con il sostegno della Lega, condizionato Berlusconi, insolentito ministri e operato scelte traumatiche per il sistema economico nazionale, senza pensare mai alla ripresa, un Tremonti resuscitato, pontifica, oggi, sul futuro”. Di lui, del resto “non si ricorda alcuna riforma strutturale, tranne quella di aver devastato socialmente il nostro Paese con il trionfo del gioco d’azzardo”.

Minzawards 2011, sic transit gloria Minzi

Il Minzo, purtroppo, non ha mangiato il panettone e il Centro Studi Tg di Uno di Vancouver ha messo le maestranze in mobilità. Sarebbe però ingiusto sospendere il blog senza premiare i protagonisti del telegiornale più spettacolare del globo.

Questi sono i vincitori della seconda edizione dei Minzawards.
Minzo d’Oro : Ada De Santis
Il prestigioso premio passa da Massimo Mignanelli ad Ada De Santis. E’ vero, il vincitore del Minzo d’Oro 2010 si è impegnato da inviato del pop su tutte le piste e le spiagge a nord della linea gotica, eppure nulla ha potuto contro una impressionante serie di corrispondenze che hanno messo in luce l’anima di “servizio” del migliore tg degli ultimi 150 anni. Ada De Santis vince il Minzo d’Oro grazie a reportage di indubbia utilità sociale come “i consigli per dare gli scappellotti” (genitori dateci giù), “i consigli per il jet-lag” (dormite a intervalli regolari), “i consigli per difendersi dal freddo” (copritevi e non uscite di notte), “i consigli per la tintarella“(creme e tanta acqua), “i consigli per difendersi dai serpenti“ (fate una foto e chiudete la porta), “i consigli per difendersi dai ladri” (entrano dalla porta), “i consigli per la festa dei 18 anni” (attenti alla lochescion), “i consigli per il mal di vacanza” (anche qui bere tanta acqua).

Ada De Santis è Minzo d’Oro 2011 anche per le inchieste stagionali (“uova con sorpresa o personalizzate?“), i servizi di carattere storico (“la vera storia del pesce d’aprile“) e le inchieste dal taglio animalista (“vietato calpestare le formiche“). Infine, è solo grazie a lei che abbiamo appreso che quella degli acchiappafantasmi è ormai una professione, che è tramontato il sogno del nasino alla francese e, tanto per rimanere in tema, che Stanlio e Ollio sono meglio del lifting.

Migliore giornalista pop
: Carlotta MannuAnche quest’anno il titolo va a Carlotta Mannu. Giornalista versatile, grazie ai suoi studi di metereologia dinamica, è riuscita ad anticiparci che in “autunno arriva il freddo“. Anche lei si è cimentata nel gravoso compito del giornalista del servizio pubblico e ha scoperto che l’acqua si può anche “mangiare” e che il vino bianco ha sorpassato il rosso. Carlotta Mannu è la migliore giornalista pop del 2011 anche per “i consigli per difendersi dai fulmini” (sedetevi), le “zitelle di sangue blu“, “il cerotto fisioterapista” e lo scoop dell’estate 2011: “in spiaggia trovata una dentiera“.Miglior corrispondente dall’estero: Giovanni MasottiQui il Centro Studi Tg di Uno di Vancouver non ha avuto dubbi. Vestito  sempre come un vero  corrispondente da Mosca, il Masotti ci ha inforallegrato con la corsa sui tacchi a spillo delle donne russe, le armi gonfiabili dell’esercito russo e gli orari certi per la mungitura delle mucche dell’amico Putin. Lo scoop che da solo giustifica le spese relative alla gestione di un ufficio di corrispondenza Rai a Mosca è stato quello relativo ai 12 peli grigi dello Yeti. L’uomo delle nevi esiste e vive in Siberia, dove dorme in una sobria caverna su un sobrio giaciglio di erba secca.
Miglior servizio pop : le patate alla lavastoviglie
E’ firmato da Federica Balestrieri ed è anche il più amato su YouTube. La crisi avanza e gli italiani scoprono come cucinare le verdure in lavastoviglie. E’ il servizio che fa conoscere al mondo anche la “triposata”, la posata una e trina che raccoglie, taglia e infilza.

Miglior servizio natalizio
Il premio va ex aequo a Marco Marchesini e Massimo Mignanelli. A Belluno il Marchesini rincorre i Santa Claus in un servizio pop che passerà alla storia come l’ultimo minzo caldo di una stagione che non tornerà piu’. Massimo Mignanelli, invece, svela i segreti per tenere in vita l’albero di Natale: non mettetelo sulla caldaia e non dimenticate l’acqua nel sottovaso.

Stilare la classifica dei servizi pop del Tg di Uno è stato bello, ma ora tutto è finito e si prospettano fredde e tetre sere d’inverno senza nemmeno il conforto di un minzo caldo.
Il Centro Studi Tg di Uno ringrazia le migliaia di lettori del blog e sospende da oggi la Minzoparade.

Sic transit gloria Minzi.
A cura di Ernesto Salvi
La bestia dell’anno: la tartaruga a rotelle
E’ il capolavoro del minzoconduttore Francesco Giorgino. Non sapremo mai come si chiama, sarà per sempre la nostra testuggine ignota. Della tartaruga a rotelle sappiamo solo che è un esemplare di 12 anni e che il suo padrone era stato costretto ad amputarle una zampa. Ora deambula felice e spensierata con la sua zampa a rotelle nel giardino di casa.

Il Minzaward della critica : la riscoperta della merenda
Solo uno scapigliato profeta del minzopop come Massimo Mignanelli poteva arrivare a concepire un’inchiesta sulla merenda. Il servizio merita il minzaward della critica in quanto è ben documentato e segue il collaudato schema intervista a caso in strada seguito da intervista all’esperto nutrizionista. Dotato di un notevole tasso di minzolinità dovuto al concentrato di infotainment, il servizio è soffice sul palato ed è accompagnato da un retrogusto zuccheroso.

Premio Pilutzer: Il Giornale di FamigliaIl direttorissimo, in una intervista a “Padrorama”, aveva annunciato  a gennaio la nascita della Scuola Media, la rubrica del Tg di Uno delle 13:30 che ha avuto nel 2011 il compito di assegnare minzocaramelle ai giornalisti buoni e minzobacchettate a quelli cattivi.
Il Giornale di Famiglia, con le sue 3 minzocaramelle, vince il prestigioso premio Pilutzer mentre La Repubblica si becca ben 24 minzobacchettate. I giornalisti di quei figli di un De Benedetti minore vengono condannati a rileggersi le 45 puntate della Minzoparade 2011.
: la corsa dei Babbi Natale e i segreti per l’albero

giovedì 8 dicembre 2011

Camorra e politica, retata di casalesi. Chiesto l’arresto per Nicola Cosentino

Oltre 50 arresti, ci sono anche politici. I pm chiedono alla Camera l'autorizzazione a procedere per il deputato Pdl, ex sottosegretario di B. per falso, riciclaggio e violazione della normativa bancaria. Indagato a piede libero anche il presidente della Provincia di Napoli Luigi Cesaro
L'ex sottosegretario all'Economia, Nicola Cosentino
Le imprese falliscono, i cittadini non arrivano alla fine del mese, ma le società dei Casalesi non hanno problemi, per loro, secondo i magistrati,  garantisce Nicola o’ mericano, al secolo Nicola Cosentino, coordinatore regionale del Pdl, che facilita un’apertura di credito di 5 milioni di euro verso una società che non aveva i requisiti finanziari. Intervento che avviene nel periodo in cui Cosentino era sottosegretario all’economia. E’ uno dei dettagli che emerge dall’ordinanza di custodia cautelare in carcere per 52 persone, altri 5 ai domiciliari, emessa dal Gip di Napoli Egle Pilla su richiesta dei pm napoletani Antonello Ardituro, Giovanni Conzo, Henry John Woodcock, Francesco Curcio, Catello Maresca ed eseguita dagli uomini della Dia, guidati dal capocentro Maurizio Vallone.

Per Nicola Cosentino, già sotto processo per camorra, l’accusa è riciclaggio oltre ad altri reati contestati con l’aggravante di aver favorito la mafia, la richiesta di arresto (la seconda) è stata inviata alla Camera dei deputati. Tutto ruota intorno a tre filoni di indagine, la vicenda relativa alla costruzione di un centro commerciale a Casal di Principe, il controllo delle elezioni amministrative nel comune casertano, nel 2007 e nel 2010 quando si rinnova con il condizionamento del clan anche il consiglio provinciale oltre al controllo del ciclo del calcestruzzo. L’operazione ribattezzata ‘Il Principe (dal nome del centro commerciale, ndr) e la scheda ballerina” evidenzia le irregolarità nelle elezioni attraverso il trucco della scheda elettorale portata all’esterno con la quale l’elettore entrava per riprenderne un’altra bianca. Non solo, in almeno 60 casi, ignoti hanno votato con falsi documenti, sostituendosi a persone iscritte nelle liste elettorali ma che per disabilità o confessione religiosa non avrebbero partecipato al voto. A sostenere e alimentare le attività del clan c’è quella borghesia mafiosa “invasiva e pericolosa” nella definizione di Federico Cafiero de Raho, coordinatore della direzione distrettuale antimafia di Napoli.

Le tre vicende camminano di pari passo. La costruzione del centro commerciale, un investimento di 43 milioni di euro, era una iniziativa imprenditoriale di Nicola Di Caterino, con i cognati Cripriano Cristiano e Luigi Corvino ( tutti arrestati), questi ultimi poi diventati nel 2007 sindaco e consigliere di Casal di Principe. Il centro commerciale serviva a foraggiare le imprese mafiose di calcestruzzo e a controllare i voti promettendo posti di lavoro in cambio di sostegno elettorale. Dietro l’operazione, attraverso il fratello Massimo, c’era Giuseppe Russo detto o padrino, tra i capi storici del clan dei Casalesi, ristretto al 41 bis. Il referente politico nazionale del progetto è Nicola Cosentino, imparentato con i Russo, che si spende per la riconferma all’ufficio tecnico di un architetto Mario Cacciapuoti che rilascia la concessione edilizia irregolare per la costruzione del centro commerciale.

Ma l’impegno di Nick o’mericano non finisce qui. Cosentino insieme al deputato Pdl, presidente della provincia di Napoli, Luigi Cesaro (indagato), detto Gigino a purpetta, incontra a Roma alcuni vertici locali della banca Unicredit per sollecitare la concessione di un credito da cinque milioni e mezzo di euro in favore di Di Caterino e della Vian Srl, che si scoprirà garantito attraverso una falsa fideiussione. Il credito fino ad allora bloccato, magicamente, viene rilasciato con la complicità di alti funzionari di Unicredit. Sono stati arrestati nell’operazione Alfredo Protino, direttore regionale dell’area centro Sud di Unicredit e altri due funzionari Andrea Macciò e Cristofaro Zara, quest’ultimo inizialmente aveva bocciato la richiesta. Un imprenditore ‘normale’ non avrebbe avuto alcun credito, lo stesso Nicola Di Caterino era privo dello spessore finanziario per comprare i terreni dove costruire il centro, l’appalto per la realizzazione sarà aggiudicato da Mauro La Rocca, imprenditore di Sora, tra gli arrestati. Difficoltà dissolte quando entra in scena Nicola Cosentino, allora sottosegretario all’economia, che il 7 febbraio 2007 si incontra a Roma con Alfredo Protino, da pochi giorni direttore area centro-sud dell’Unicredit alla presenza del deputato Luigi Cesaro. Sul punto la banca fa sapere che “in riferimento all’operazione denominata “Il Principe e la Ballerina”, UniCredit si dichiara parte offesa ed è confidente nel lavoro delle autorità inquirenti”.

“Nicola Cosentino – scrive il Gip – non diversamente da quanto riferito dagli stessi collaboratori di Giustizia, rappresentava il garante politico dell’iniziativa svolgendo il ruolo, dunque, di collettore politico delle istanze del sodalizio casalese e della sua ala imprenditoriale. Il particolare impegno profuso da Nicola Cosentino nella vicenda, del resto, trovava, anche ulteriore spiegazione in altra circostanza non secondaria”. Circostanza legata alla parentela di Cosentino con la famiglia camorrista Russo, il fratello Mario ha sposato Mirella Russo, sorella del criminale Giuseppe. Proprio i Russo sono in prima fila nell’iniziativa imprenditoriale. Oltre alle dichiarazioni dei pentiti già contenute nell’ordinanza di custodia cautelare per collusione con i Casalesi, respinta dalla Camera, ci sono nuove dichiarazioni a carico di Nicola Cosentino. Salvatore Caterino, nell’interrogatorio del gennaio 2011, spiega: “ In occasione delle campagne elettorali, oramai da molti anni, mi sono sempre impegnato a fare propaganda in favore di Nicola Cosentin(…) i Russo mi spiegavano che era importante per il clan avere un proprio referente nel Parlamento nazionale. Posso dirle che più in generale la famiglia Cosentino era agevolata dal clan camorristico dei Casalesi, poiché, come dicevano sempre i Russo erano stati loro a fargli avere una sorta di monopolio nella distribuzione del gas nell’intera provincia di Caserta”. Roberto Vargas, nel maggio 2011 spiega le ragioni del sostegno durante le comunali del 2007 a Cristiano Cipriano come sindaco di Casale: “ La seconda ragione era costituita da Nicola Cosentino che è il politico che “comanda” a Casal di Principe, che peraltro tramite il fratello è imparentato con la famiglia Russo. Nicola Cosentino è persona molto accorta, direi è una volpe, e, pur essendo il politico da sempre portato dal clan dei Casalesi, non si è mai incontrato, per quanto mi risulti, con esponenti del clan, se non con Francesco Schiavone Sandokan, con cui aveva un rapporto speciale. Nell’operazione sono finiti in manette imprenditori, professionisti e anche diversi esponenti politici locali oltre all’ex sindaco, i Ferraro, Angelo e Sebastiano, quest’ultimo anche consigliere provinciale

lunedì 5 dicembre 2011

Torna l'ICI per tutti, ma non per la chiesa. Da Todi a Roma, c’è tanto Vaticano nel nuovo governo.

Torna l'ici sulla prima casa. restano esentati non solo i luoghi di culto, ma anche tutti gli immobili, le attività commerciali e alberghiere di proprietà della chiesa.«È una questione che non ci siamo posti ancora». Così il premier Mario Monti, durante una conferenza stampa alla stampa estera, ha risposto a chi gli chiedeva se il governo pensi di agire sulla questione dell'Ici sugli immobili della Chiesa. 
Per capire il motivo di questa "disattenzione", potete leggere quest'articolo:
Da Todi a Roma, c’è tanto Vaticano nel nuovo governo.

«Il governo del preside, il consiglio di facoltà», titolava il 17 novembre scorso in prima pagina il Foglio di Giuliano Ferrara, sottolineando ironicamente il profilo bocconiano e accademico del nuovo esecutivo guidato da Mario Monti. «Il governo della Banca Intesa”, rilanciava lo stesso giorno Il giornale mettendo invece l’accento, a partire dalla nomina di Corrado Passera, sul ruolo dei banchieri e del capitale finanziario nei nuovi equilibri politici.
Tra entusiasti e critici, possibilisti e scettici, poche testate e pochi commentatori hanno però sottolineato con il dovuto rilievo il ruolo determinante giocato dalla gerarchia cattolica nella formazione del nuovo esecutivo. Un lavoro che ha portato a risultati sorprendenti, se
solo si considera il sostegno smaccato concesso in questi anni dalle gerarchie vaticane (e in gran parte anche dall’episcopato italiano) al governo Berlusconi, sostegno che avrebbe suggerito come logica conseguenza una limitata capacità della Chiesa di poter influenzare il dopo-Berlusconi. Invece, alla fine, il card. Tarcisio Bertone, l’uomo della Perdonanza e delle cene segrete con Berlusconi, ha ottenuto dentro il governo varato dal cattolicissimo Monti diversi uomini direttamente riconducibili ai vertici della Chiesa cattolica. Con una lottizzazione in termini di presenze di “area”, degna del manuale Cencelli.

Tanto è stato eclatante il successo conseguito che, con perfetto tempismo, poco dopo che i nuovi ministri avevano giurato nelle mani del capo dello Stato, Bertone benediva il nuovo esecutivo con queste parole: «Una bella squadra alla quale auguro buon lavoro perché il lavoro è tanto e difficile, ma penso che sia attrezzata per affrontarlo».
Certo, Oltretevere avrebbero gradito che come sottosegretario alla presidenza del Consiglio restasse Gianni Letta, cavaliere dell’Ordine Piano e uomo di fiducia del Vaticano. Ma l’essere stato per anni il braccio destro di Berlusconi è stato alla fine fatale a Letta (che su quella poltrona ha comunque piazzato un suo uomo, Antonio Catricalà). C’è poi la mancata nomina di Maurizio Lupi all’Istruzione: Cl aveva scatenato una vera e propria campagna mediatica che indicava come quasi certa la nomina di Lupi. All’Istruzione la Chiesa ci teneva molto ad avere un suo uomo. Ci è andata vicino con Lorenzo Ornaghi. Ma non ce l’ha fatta. Senza contare poi la delusione di un altro cattolico “doc”, Rocco Buttiglione, il cui entourage dava per sicura la nomina ai Beni Culturali. Nonostante queste “assenze” (e la perdita della gestione diretta di un ministero, quello dell’Istruzione, in questi giorni più volte sfiorata), i vertici della Chiesa cattolica incassano la nomina di personalità se possibile ancora più omogenee alla propria prospettiva, perché diretta emanazione degli interessi ecclesiastici.

Il ministro “vaticano”
Passa direttamente dall’ “Onu di Trastevere” – come viene spesso definito il suo movimento – al Ministero della Cooperazione Internazionale Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio e tra i laici cattolici più accreditati in Vaticano. Storico della Chiesa formatosi sotto l’ala protettrice di Pietro Scoppola, dopo un periodo trascorso come docente alla Sapienza di Roma, attualmente Riccardi insegna Storia Contemporanea all’Università Roma Tre e molti dei suoi “discepoli” di Sant’Egidio sono sparpagliati in diversi atenei italiani, secondo la consuetudine del sistema baronale. Nel frattempo, Riccardi è diventato lo “storico ufficiale” del Vaticano. E non c’è pubblicazione, convegno o evento che racconti le vicende passate dei papi, della Chiesa e dei suoi rapporti con lo Stato italiano e il potere civile che non lo veda tra i relatori, gli autori, i promotori. L’incarico alla cooperazione internazionale arriva in virtù del ruolo di mediazione svolto da Sant’Egidio in alcune crisi internazionali in Africa e in America Latina e dell’impegno del movimento in diversi progetti di sviluppo nei Paesi del Sud del mondo (sponsorizzati anche da Finmeccanica, la principale industria armiera italiana). Una circostanza che costituisce un oggettivo conflitto di interessi, su cui si è preferito sorvolare, forse anche in virtù dei meriti conseguiti da Riccardi prima attraverso la sua attività con Retinopera poi, più recentemente, nella sua qualità di promotore di diversi incontri tra esponenti del mondo politico, sindacale, imprenditoriale di matrice cattolica nell’opera di costruzione di quel “soggetto cattolico” che la Segreteria di Stato vaticana sta cercando pazientemente di costruire in parallelo (e in concorrenza) con i tentativi portati avanti dalla Cei. Presente alla kermesse di Todi come alla mostra, svoltasi il giorno stesso in cui Monti ne annunciava la nomina a ministro, sulla storia della Democrazia Cristiana, Riccardi punta oggi a fare del suo ministero “tecnico” il trampolino di lancio di un futuro impegno politico.

Il ministro del card. Ruini
Per diversi giorni si era vociferato di una nomina di Lorenzo Ornaghi a ministro dell’Istruzione. Poi, evidentemente, l’arrivo di un ministro così omogeneo agli interessi della Chiesa cattolica in un dicastero così delicato, dopo anni di polemiche sul rapporto tra istruzione pubblica statale e “paritaria”, ha indotto Monti a dirottare Ornaghi ai Beni Culturali.
Ornaghi è uomo vicinissimo al card. Ruini. Proprio Ruini, nel 2002, gli spianò la strada per l’elezione a Rettore dell’Università Cattolica di Milano. Ornaghi, dal 1998 membro del consiglio di amministrazione del quotidiano Avvenire (di cui dal 2002 è anche vicepresidente) e direttore (dal 2003) della rivista Vita e pensiero, la rivista ufficiale della cattolica, nel 2006 ha ottenuto un secondo mandato e nel giugno del 2010 è stato riconfermato per la terza volta, con voto unanime del Consiglio di Amministrazione dell’Università. La sua candidatura, sostenuta da 12 facoltà su 14 (mancavano all’appello solo Giurisprudenza e Medicina), surclassa quella di Ombretta Fumagalli Carulli, vicina all’Opus Dei e sostenuta da Bertone, già sconfitta da Ornaghi nelle elezioni del 2006, che fu indicata “solo” da 4 facoltà (ogni facoltà poteva esprimere fino ad un massimo di tre candidature). Insieme a Dino Boffo, dal 2004 membro del Comitato esecutivo dell’istituto Toniolo, la fondazione che governa l’Università Cattolica, in questi anni Ornaghi ha garantito al card. Ruini il pieno controllo di una delle istituzioni cattoliche più prestigiose e strategiche (oltre all’Ateneo di Milano, il Toniolo gestisce quelli di Brescia, Cremona, Piacenza, Roma, Campobasso, il Policlinico Agostino Gemelli di Roma, nonché la casa editrice “Vita e Pensiero”), contrastando ogni tentativo vaticano di riprendersi l’egemonia dell’ateneo. Il suo arrivo a Roma è destinato però a rimettere in discussione gli equilibri interni alla Cattolica, cui da mesi il card. Bertone sta dando assalto (v. Adista n. 57/11).

Il ministro targato Cei
Corrado Passera, di famiglia cattolica, bocconiano, ha lavorato in McKinsey, nota società di consulenza manageriale, e poi, a lungo, per Carlo De Benedetti, diventando direttore generale della Cir (Compagnie industriali riunite), e partecipando alla cosiddetta “guerra di Segrate” contro Berlusconi per il controllo di Mondadori e del gruppo l’Espresso-Repubblica. È stato poi in Olivetti nella fase di transizione dell’azienda che passava dall’informatica alla telefonia mobile. A seguire, il salto nel mondo bancario: Giovanni Bazoli, esponente di primo piano della “finanza bianca” e del gotha della finanza lombarda, tra i fondatori dell’Ulivo e grande azionista di Rcs-Corriere della Sera (di cui Monti è editorialista), lo chiamò a metà degli anni ‘90 alla guida dell’Ambroveneto, che Passera preparò alla fusione con la Cariplo. Poi il centrosinistra lo nominò Amministratore delegato delle Poste con il compito di ristrutturare (privatizzandone i servizi) l’ente. Nel 2002 venne richiamato da Bazoli alla guida di Banca Intesa, che nel 2007 aggregò al gruppo anche Sanpaolo. Sempre Bazoli lo volle nell’operazione di “salvataggio” dell’Alitalia. Tra i più applauditi relatori al Meeting di Cl nel 2009, Passera negli anni ha stretto un solido legame con il presidente della Cei, il card. Angelo Bagnasco, e con il suo vice, mons. Mariano Crociata. Fu Passera, tra l’altro, a finanziare il prestito per le famiglie indigenti voluto dalla Cei nel 2009. Insomma, un imprenditore-banchiere che piace al centrosinistra, ma che trova accoglienza anche presso il popolo ciellino. Un ottimo rappresentante del mondo economico finanziario che piace alla Cei. Sul versante politico, Passera, in questi mesi, è stato più volte indicato, insieme a Luca Cordero di Montezemolo, tra gli imprenditori e banchieri che avrebbe dovuto intercettare i delusi dello status quo attraverso la creazione di un movimento-partito, vicino o alleato al Terzo Polo, che rappresentasse gli interessi della grande impresa “traditi” da Berlusconi.

Il cattolico outsider
La sorpresa, all’interno di questo gruppo di ministri cattolici “doc” è rappresentata da Renato Balduzzi, esponente dell’Azione Cattolica, presidente nazionale del Meic (Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale) dal 2002 al 2009, politicamente molto vicino a Rosi Bindi, di cui è stato consigliere giuridico sia quando l’attuale presidente del Pd era ministro della Sanità, sia quando fu nominata alle Politiche per la Famiglia. Sotto la Bindi, Balduzzi ha ricoperto anche l’incarico di Capo dell’ufficio legislativo del ministero della Sanità dal 1997 al 1999, presiedendo la Commissione ministeriale per la riforma sanitaria. Dentro il Meic e l’Azione Cattolica Balduzzi ha rappresentato l’ala più fedele allo spirito della “scelta religiosa”, anche negli anni della normalizzazione ruiniana e in quelli immediatamente successivi della presidenza Bignardi. Docente di Diritto Costituzionale all’Università del Piemonte Orientale, nel 2005 fu tra gli animatori, all’interno del mondo cattolico, della mobilitazione contro la riforma della Costituzione varata dal centrodestra e definitivamente bocciata con il referendum popolare del 2006.
Il suo arrivo al Ministero della Sanità è senza dubbio un riconoscimento all’ala “prodiana” del centrosinistra, nonché a quella parte del mondo cattolico progressista che, fuori da logiche curiali, ha giocato un ruolo determinante nella fondazione dell’Ulivo, mantenendo viva la cultura e la presenza cattolico democratica nel Paese. Di ascendenze “prodiane”, e di formazione cattolica, è anche un altro ministro, Paola Saverino, che è stata preside della Facoltà di Giurisprudenza alla Luiss e poi vicerettore dell’ateneo. È allieva di Giovanni Maria Flick, ex ministro della Giustizia nel I governo Prodi e oggi uomo vicinissimo al card. Bertone.

domenica 27 novembre 2011

Dove vanno gli intellettuali del Cavaliere?

di Marco Filoni

Era il 1947 quando Sartre, in un famoso articolo, proponeva l’engagement politico dell’intellettuale come coscienza inquieta e mai sudditanza. Da noi Elio Vittorini e Palmiro Togliatti se le cantavano. La diatriba che li opponeva era: fino a che punto l’intellettuale deve suonare il piffero per la rivoluzione? Tuttavia oggi con la caduta (definitiva?) di Berlusconi e del suo sistema di potere, si può forse azzardare un bilancio sul rapporto tra gli intellettuali e il berlusconismo. “Quali intellettuali? Non mi pare ce ne siano molti?”, ci dice Flavia Perina. Eppure è una storia che risale a Platone: il politico cerca chi è capace di avere una visione, idee, progetti. Nascono così i chierici, gli intellettuali organici, capaci di “pensare la realtà”. Ma poi finiscono le stagioni politiche e quei chierici, spesso, cambiano velocemente il colore della giacca. Delusione rispetto a un ideale politico o semplice opportunismo? Succederà lo stesso ai saggi che furono affascinati dalla “discesa in campo” di B.?

Sin dagli inizi non mancarono gli intellettuali incantati – e poi presto delusi – da B. Alcuni pensarono allora di aver trovato l’occasione per intervenire e partecipare alla trasformazione del nostro paese. Lo ricorda bene Marina Valensise, storica firma del Foglio, da gennaio a capo dell’Istituto di Cultura italiano a Parigi. Fu chiamata la “stagione dei professori”: Lucio Colletti, Saverio Vertone, Giorgio Rebuffa, Piero Melograni e Marcello Pera furono eletti in parlamento nelle liste di Forza Italia (c’era anche il coltissimo filosofo Vitto-rio Mathieu, che però non fu eletto). Era il 1996. « L’opinione comune li bollò subito come opportunisti, venduti al soldo del potente. In realtà fu diverso », dice Valensise. « Videro in B. la fine delle ideologie. Ma la loro esperienza parlamentare si scontrò con due ostacoli insuperabili. Il primo: la funzione parlamentare si svuotò completamente perché B. non lasciò più spazio alla mediazione. Il secondo: il premier avocò a sé tutta la rappresentanza popolare, in una deriva personalistica e plebiscitaria che tagliò fuori questi intellettuali ».

Anche il filosofo Giuseppe Bedeschi, che di Colletti fu allievo, legge la scelta di questi professori di grande prestigio a favore di B. come scelta teorica e non opportunista: « Si schierarono per le riforme liberali che egli prometteva ». E poi che successe? « L’idillio finì assai presto: Vertone ritornò a sinistra, Rebuffa votò per il governo D’Alema e Colletti dava un’intervista al giorno contro Berlusconi », prosegue Bedeschi. Soltanto Pera rimase fedele e diventò Presidente del Senato nel 2001. Valensise ricorda bene le sue conversazioni con Colletti di quel periodo: « Le descrizioni che faceva delle riunioni di partito erano divertentissime: lui era un uomo con un senso dell’ironia folgorante, era sagace e con una battuta poteva descrivere un mondo. Fumando le sue sigarettine raccontava come si sceglievano i nuovi vertici del partito: nella stanza da pranzo di Via dell’Anima, mentre il cuoco Michele preparava gli spaghetti con le vongole … Ebbe subito chiarissima la difficoltà di contenere la personalità straripante e prorompente di B. dentro una struttura-partito nella quale lui e gli altri intellettuali potessero avere il peso tradizionale che era stato loro riconosciuto ».

Anche Bedeschi in questo senso è chiaro: « In realtà gli intellettuali che avevano accolto con simpatia la discesa nell’agone politico di B., si accorsero che lo schieramento raccolto intorno al Cavaliere non aveva nessuna intenzione di realizzare riforme liberali ». Insomma, B. ha tradito gli intellettuali che avevano visto in lui una promessa carica di libertarismo e libertinismo, “sceso in campo” a cavallo delle sue televisioni quasi a realizzare la “fantasia al potere” del Sessantotto (questa la tesi del filosofo Mario Perniola nel libro Berlusconi o il 68 realizzato in uscita da Mimesis).

« Più che tradire deluse, e molto », dice Pietrangelo Buttafuoco, scrittore e giornalista da sempre a destra, firma del Foglio e di Panorama (già autore Mondadori, che però l’ha fatto fuggire per Bompiani, e “compare di Gasparri”). « Per molti B. fu liberatorio: l’uscita dall’Italia immusonita e bloccata dal beghinismo cattocomunista. Si presentava come modernità e creatività, incarnava un modello sovversivo, rappresentava tutti gli istinti libertari, anarchici e creativi ». Ma tutto ciò non si realizzò mai: « Non è potuto succedere perché in B. non c’era un “noi”, c’era un “io”. Non ha mai voluto creare qualcosa che fosse organicamente strutturato affinché si cambiasse la faccia dell’Italia. Perché non ha mai avuto nessuna soggezione nei confronti di Umberto Eco o di altri intellettuali, piuttosto guardava al successo di Mike Bongiorno, di Raimondo Vianello, di star come Fiorello o Paolo Bonolis ».

Anche Giordano Bruno Guerri, presidente del Vittoriale (« a mille euro al mese, ci tengo a sottolinearlo ») e firma del Giornale, è stato un sostenitore di B.: « Ben capisco che Colletti, Melograni e gli altri siano andati con lui. Come capisco anche i motivi per cui se ne sono distaccati: per una delusione cocente. Ricordo che all’epoca parlai con loro: furono vittime di quella stessa delusione politica che anni prima toccò in sorte ad Arbasino, eletto con i Repubblicani. Ovvero, l’impressione che fare il parlamentare equivalesse a far nulla. E come Arbasino, anche loro si arresero per manifesta impossibilità a combinare qualcosa di buono ».

Eppure c’è qualche voce fuori dal coro. È il caso di Dario Antiseri, filosofo liberale a cui in passato è stata attribuita una simpatia berlusconiana: « Gli intellettuali sono stati usati da B. al pari della scala che si butta via dopo esserci saliti, come diceva Wittgenstein. Però, di fronte al fatto che non si facesse niente per la scuola, per l’università, per la famiglia, allora quegli intellettuali della prima ora si sarebbero dovuti dimettere tutti quanti. B. non li ha traditi, sono loro che si sono traditi da soli: potevano reagire, dimettersi apertamente e indicarne le ragioni, e invece hanno preferito tacere.

Diceva il grande filosofo cattolico Lord Acton che “il potere tende a corrompere e il potere assoluto corrompe assolutamente”. Per questo l’intellettuale deve seguire Popper quando dice che il prezzo della libertà è l’eterna vigilanza ». Sembra dunque che essere organico significhi cieca obbedienza ai voleri del capo, l’abbandono dello spirito critico. Sorge allora il problema: perché non dire no? Perché continuare a star lì, in quel limbo della politica fatto di poltrone e nomine? « È una questione di compromesso – continua Bruno Guerri – che puoi accettare finché si riesce a far bene: e io faccio benissimo al Vittoriale, perché non continuare? Il problema è quando invece si preferisce la fedeltà ottusa all’intelligenza critica: meglio avere in parlamento un coglione obbediente piuttosto che un uomo intelligente che può esser in disaccordo ». Ecco, questo è il punto.

Quei professori inizialmente organici al progetto politico di B., da chi furono sostituiti? Dai vari Stracquadanio, Minzolini, Fede e Bondi … « Figure pop – dice Buttafuoco – che incarnano meglio il berlusconismo. Non un sistema filosofico né una visione del mondo. Bensì una festa delle occasioni ». Ora che l’occasione è persa, stiamo a vedere cosa succederà e quali saranno i cambi di casacca. Del resto, finito il Berlusconi premier, resta il Berlusconi imprenditore, padrone di tv, giornali e case editrici, che può continuare a retribuire i suoi fidi. C’è chi, come Bruno Guerri, attende un “progetto” di una destra nuova per constatare se poi sarà possibile costruirvi anche un’idea di cultura. Ma gli intellettuali potevano fare di più. Vedremo se faranno la gara a dichiararsi anti-berlusconiani (« proprio oggi, quando tutti scappano, bisognerebbe dirsi berlusconiani per stile ed eleganza », chiosa Buttafuoco). Vi è stato comunque, secondo Guerri, un « arrembaggio alle posizioni e alle connesse rendite »: senza fare nomi, « perché ognuno richiederebbe un trattato antropologico ». E Giuliano Ferrara, Marcello Veneziani o Vittorio Sgarbi? « Uomini molto complessi che non possono esser racchiusi in un contenitore molto semplice. Individui eccezionali nel senso di eccezione rispetto alla norma, e per questo o si rompe la scatola o si guasta il personaggio », continua Guerri.

Il Cavaliere non ha trovato il modo di utilizzare le intelligenze che per un periodo ha avuto a disposizione. Qualsiasi tensione, come dice Buttafuoco, « veniva annacquata in un immaginario frou-frou ». Forse è la dimostrazione che quella scatola era inadeguata. O forse, come ci dice Antiseri, « il ruolo dell’intellettuale è quello indicato da Kant: “non ha da portare lo strascico del re, ma la lanterna avanti al re”. E i berlusconiani hanno portato soltanto lo strascico ». Marco Filoni

Saturno, 25 novembre 2011

sabato 26 novembre 2011

Operazione Amnesia

Vederlo lì in un baretto fuori dal Tribunale di Milano, solo e abbandonato, nessuno che gli rivolga la parola, gli chieda un autografo o una barzelletta, gli gridi meno male che Silvio c’è, fa tenerezza. Sentirlo rispondere dalla tribuna vip del Milan a una domanda sul fisco “non so, ormai non conto più niente”, fa quasi pena. Almeno a chi non lo conosce. L’ultima maschera del Cainano è quella del povero vecchietto innocuo, dell’anziano guitto a fine carriera. Uno da lasciare in pace, anzi da ignorare, perché ora bisogna guardare avanti senza spirito di vendetta, anzi con un pizzico di gratitudine per tutti i sacrifici che ha fatto per noi, non ultime le dimissioni come estremo “atto d’amore per l’Italia”, purtroppo travisate dalla solita “piazza dell’odio”.

L’Operazione Amnesia, simile alla strategia della sommersione adottata da Provenzano dopo le stragi volute da Riina, è una nuova versione dell’eterno “chiagni e fotti”, che presto sfocerà in una campagna elettorale tutta basata su vittimismi vecchi e nuovi: i poteri forti nostrani e forestieri, l’euro, la culona tedesca, il De Funès francese, le solite toghe rosse che si portano su tutto. E infine, quando monterà il malcontento per i tagli del governo Monti, un’agile piroetta per fingere di averlo sempre contrastato e le solite litanie sulla sinistra delle tasse.

Nell’attesa, mentre Angelino Jolie gioca al piccolo segretario vaneggiando di congressi e primarie come se fosse davvero il leader Pdl, il Cainano pensa alla roba sua. Il vicemonti è un clone di Letta, Catricalà, che ha dato buona prova all’Antitrust senza mai vedere il trust Mediaset e conflitti d’interessi collegati, ma in compenso nel 2008 sgominò il cartello dei fornai (la celebre multa di 4. 430 euro all’Unione Panificatori, e non una per ciascuno: una per tutti). Alle Comunicazioni c’è Passera, che di conflitti d’interessi se ne intende, dunque non disturberà il suo. Alla Giustizia c’è la Severino, ex avvocata Fininvest, e non abbiamo ancora visto i sottosegretari (gira persino il nome della signora Iannini in Vespa). La Rai è sempre in buone mani e Minzolingua continua imperterrito a dirigere il Tg1. Tutto come prima, ma con un vantaggio in più: nessun attacco, nessuna polemica, tutto dimenticato. E, se qualcuno si azzarda a ricordare che le dimissioni le ha date proprio per il conflitto d’interessi (i titoli del gruppo colavano a picco, Doris lo chiamò e disse “molla la Lega, pensa alle aziende”, come ha confermato ieri Bossi: “B. s’è dimesso perché l’hanno ricattato con le aziende”), scatta immediata la litania dei servi: “Ecco, gli antiberlusconiani sanno parlare solo di lui, temono di restare disoccupati”.

Se al “chiagni” provvede l’amnesia generale, al “fotti” ci pensa Mediaset. È notizia dell’altroieri l’ennesima causa milionaria di Mediaset contro un giornalista che non si piega: Santoro, che il 1° luglio aveva osato ipotizzare, dietro l’inspiegabile retromarcia di La 7, prima interessata a lui e poi non più, “un intervento esterno per bloccare un terzo polo tv che poteva diventare dirompente per il duopolio Rai-Mediaset”. E a questo intervento esterno aveva dato “un nome e un cognome: conflitto d’interessi. Politico e industriale. Un’azienda, Mediaset, occupa governo, Parlamento, Autorità, Rai e piega tutto al proprio tornaconto”. Ora però Mediaset dovrà denunciare anche quel tizio che nel 2000 disse: “Se B. non fosse entrato in politica, noi oggi saremmo sotto un ponte o in galera per mafia”; e nel 2010 aggiunse: “Il conflitto d’interessi ormai è endemico: scegli B. e prendi tutto”. E poi quell’altro che nel 2008, dopo le elezioni vinte da B., dichiarò: “Mediaset l’ha scampata bella, la legge Gentiloni era un pericolo”; e nel 2010, quando Fini chiese la sfiducia al governo B. e Mediaset crollò in Borsa, osservò: “Sull’andamento del titolo la politica pesa più della crisi”. Il primo si chiama Fedele Confalonieri, presidente Mediaset. Il secondo Piersilvio Berlusconi, vicepresidente Mediaset. Diffamatori.

giovedì 24 novembre 2011

La forza (vera) della 'ndrangheta

Quando abbiamo parlato del secondo pilastro sul quale si sorregge la ‘ndrangheta, abbiamo fatto riferimento al ruolo, essenziale, rivestito da apparati dello Stato, più o meno deviati, i quali, per ragioni che vanno da esigenze istituzionali di sicurezza  a meno nobili  interessi politici ed economici contingenti, hanno avuto ed hanno tuttora rapporti stabili con le cosche più potenti, in un rapporto di scambio dai contenuti occulti e impenetrabili. Si era fatto, a titolo di esempio, il caso del commercialista Giovanni Zumbo e mai esempio fu più calzante, alla luce del contenuto delle sue più recenti dichiarazioni rese ai magistrati della Dda di Reggio Calabria che lo hanno interrogato qualche mese fa.
Si premette che se ne parla in questa sede solo ai fini delle considerazioni di carattere generale che se ne possono trarre. Dalla loro lettura si trae piena conferma di quanto affermato nel precedente articolo (Corriere della Calabria n. 12, ndr) e si può procedere sul piano della ricostruzione del quadro complessivo dei rapporti sopra delineati. In primo luogo appare confermato l’intreccio tra ‘ndrangheta e poteri occulti di vario genere: Zumbo ammette di fare parte di una loggia massonica e, nel contempo, di essere in rapporto con i Servizi. Se le due appartenenze siano collegate ovvero se siano strumentali l’una rispetto all’altra non è dato sapere, ma certamente il dato è inquietante e autorizza le ipotesi più varie circa l’interesse ad avere rapporti con una struttura criminale da parte di soggetti che dovrebbero esserle estranei (come nel caso della massoneria), o con funzioni di prevenzione e contrasto (come nel caso dei Servizi). Ma c’è di più. Il giovane commercialista ammette di aver fatto ritrovare alle forze dell’ordine, in più riprese, armi ed esplosivi, e di essere stato a conoscenza dell’autovettura con all’interno armi, ritrovata il 21 gennaio del 2010, giorno della visita a Reggio Calabria, del Presidente della Repubblica (salvo poi  affrettarsi a smentire la circostanza). Forse, la prosecuzione delle operazioni tecniche di intercettazione in casa Pelle, interrotte dopo poco più di un mese, per asserite esigenze processuali, avrebbe consentito di acquisire più rilevanti e decisive informazioni, e dunque bisogna limitarsi al pur ragguardevole materiale esistente.
Le dichiarazioni di Zumbo aprono comunque scenari nuovi e, si ripete, inquietanti, sotto vari aspetti. Anzitutto, quei collegamenti e quei rapporti, per la prima volta disvelati nel corso dell’Operazione Olimpia, non appartengono al passato, ma fanno parte della storia presente. Negli anni 90 ne parlarono numerosi collaboratori di giustizia, sia pure con non poche reticenze, da Lauro a Barreca, da Fonti a Serpa, da Albanese a Schettini. L’elenco non esaurisce l’arco delle collaborazioni in questa direzione ed altri elementi furono frutto delle indagini condotte aliunde. Erano gli anni in cui presenze inquietanti di uomini della ‘ndrangheta vennero rilevate in occasione di alcuni degli episodi più cruenti degli anni di piombo. Mi riferisco alla strage di Piazza Fontana, a quella di Piazza della Loggia, all’omicidio del giudice Vittorio Occorsio, al sequestro ed all’omicidio di Aldo Moro. C’è un passaggio significativo che vale la pena di ricordare. Nella prima metà degli anni 70 praticamente tutti i boss della ‘ndrangheta reggina spostarono i loro interessi criminali su Roma, tutti insieme. Alcuni vi si insediarono stabilmente, altri frequentavano la capitale pur senza abitarvi. Quello fu probabilmente il momento di più intenso collegamento tra ‘ndrangheta, Servizi deviati, destra eversiva, anche tramite la banda della Magliana, che in quegli anni conosceva il punto massimo di attività. I nomi sono noti: Salvatore Mammoliti, Domenico Papalia, Antonio D’Agostino, Domenico Libri, Pasquale Condello, Paolo De Stefano. E infatti il 18 ottobre 1975 la squadra mobile di Roma accertava lo svolgimento di una riunione presso il ristorante “Il Fungo”, in zona Eur, alla quale partecipavano tra i calabresi il latitante Saverio Mammoliti, Giuseppe Piromalli, Paolo De Stefano, Pasquale Condello e i romani  Giuseppe Nardi, Manlio Vitale e  Gianfranco Urbani.
Le dichiarazioni rese alle Dda di Torino e Reggio Calabria dal collaboratore Cesare Polifroni consentono di capire il fitto intreccio tra ‘ndrangheta, riciclaggio dei riscatti dei sequestri di persona (all’epoca al massimo livello di intensità) e massoneria deviata. E d’altra parte  il sostituto Vittorio Occorsio, nel periodo in cui venne ucciso lavorava ad una indagine relativa all’acquisto della sede a Roma dell’Ompam (Organizzazione mondiale per l’assistenza massonica). In quei giorni l’attività del magistrato dovette essere frenetica se è vero che si era incontrato con un giudice di Zurigo circa i canali di riciclaggio del denaro "sporco" proveniente dai sequestri di persona, e che, proprio due giorni prima del 10 luglio 1976 aveva convocato nel suo ufficio Licio Gelli, interrogatorio che non avvenne per l’uccisione del magistrato. L’assassino di Occorsio fu Pier Luigi Concutelli, più volte ospite della cosca De Stefano a Reggio Calabria, che risultò avere trascorso parte della latitanza in Roma, in un covo utilizzato anche da Paolo De Stefano.
La stagione romana si interruppe bruscamente proprio con l’omicidio di Aldo Moro. Tutti rientrarono nelle loro sedi, ma è ragionevole ritenere che i rapporti con i Servizi  non si siano mai interrotti e che abbiano costituito un elemento costante e imprescindibile. Le vicende della fuga di Freda del 1979 e l’ospitalità ricevuta in tre diverse abitazioni di esponenti di vertice della ‘ndrangheta (Vernaci, Barreca, Vadalà) sono lì a confermare la prosecuzione di quei rapporti, rafforzati dalle visite che il Freda riceveva in casa Barreca da esponenti della politica, delle istituzioni, alcuni dei quali di appartenenza piduista, in vista di piani eversivi, tra i quali il mai abbandonato progetto separatista. Negli anni 2000 le tracce di questo genere di rapporti, che apparivano attenuate, ripresero a riemergere progressivamente sino ad imporsi negli ultimi anni in maniera prepotente e ormai non più discutibile. È probabile che quella momentanea oscurità sia stata frutto di disattenzione investigativa o del venir meno del contributo in questa direzione dei collaboratori di giustizia per quantità e qualità, ma certo le vicende reggine dell’ultimo decennio reclamano una nuova approfondita attenzione a livello investigativo ma anche politico e parlamentare.
Non siamo più davanti ad un problema contingente, a rapporti cioè che possono trovare spiegazione in situazioni di emergenza (vedi la rivolta per Reggio capoluogo degli anni 70 o la strategia della tensione), ma ad un rapporto sistemico che si rinnova quanto alle persone, ma le cui logiche permangono sostanzialmente immutate. Un rapporto di scambio innaturale e illegittimo, di cui non è dato conoscere i termini, ma che, è bene ripetere, condiziona grandemente le vicende economiche, politiche ed istituzionali della Calabria e non solo. In fondo anche le recenti vicende reggine, che tanto appassionano le cronache locali, possono essere lette alla luce di quelle passate. Appaiono comuni gli obiettivi e le strategie, in particolare quella che fa riferimento, secondo un refrain ricorrente, alle “lotte” interne al Palazzo di giustizia, in passato usate come clava per colpire chi aveva fatto luce sui rapporti e le collusioni con i vari poteri occulti, oggi ripresa come causa scatenante la serie di attentati del 2010! Nell’uno e nell’altro caso quel richiamo è servito più a fomentare “le guerre intestine” che a placarle, secondando interessi criminali ed affaristici che muovono le fila nell’ombra.
A questo punto c’è da augurarsi che a livello investigativo le emergenze probatorie emerse in questi ultimi anni (e sono ormai tante, da Chiefari a Zumbo, dalle microspie alle bombe dentro e fuori i palazzi, dalle fughe di notizie ben orientate ai tentativi di depistaggio organizzati nel corso della vicenda Fortugno, e molto altro ancora), possano essere ricondotte ad unità e fondare, finalmente, ciò che in passato per vari motivi non è stato possibile completare sino in fondo. Ricostruire, cioè, almeno a livello regionale, la rete dei rapporti tra ‘ndrangheta e poteri occulti, individuare strategie ed obiettivi, responsabilità a vari livelli. In questa ricerca la politica dovrà dare il suo contributo di pieno sostegno. Il Copasir e la commissione parlamentare Antimafia, nei rispettivi ambiti di competenza, dovrebbero puntare la propria attenzione su queste vicende, perché è attraverso esse che sarà possibile individuare i punti di forza di una organizzazione come la ‘ndrangheta, più che dai suoi connotati, peraltro noti da tempo, di tipo organizzativo.

* Magistrato

martedì 22 novembre 2011

Quegli onorevoli 'pizzini' alla Camera la tentazione di vietare le foto in aula

Due proposte di Pdl e Lega mettono al bando teleobiettivi e zoom a Montecitorio. Così la casta non rinuncia a celarsi. Ma perché gli italiani dovrebbero fidarsi di chi non vuole far vedere quello che sta facendo?
di FRANCESCO MERLO
ROMA - Che davvero si tratti di pizzini è ora provato da questa voglia dilagante di proteggerli per regolamento, di nasconderli ai fotografi, ai giornalisti e alla trasparenza con la forza  -  nientemeno  -  della legge. I deputati, i senatori e  -  ahinoi  -  anche i tecnici che, essendo tecnici, stanno imparando in fretta, hanno perso la pazienza quando i fotografi hanno scoperto il messaggio segreto di Enrico Letta a Mario Monti. E stanno ora cucinando la pessima idea di vietare gli zoom, di mettere i teleobiettivi al bando, di oscurare quella che dovrebbe essere la casa di vetro della democrazia.

I CASI Gli otto 'traditori' di Berlusconi 1

Circolano già dei testi scritti, del Pdl e della Lega, ma sono trasversali sia l'irritazione sia queste cattive intenzioni. E non si tratta soltanto di ridicolaggini stizzite, ma di impulsi, scusate la parolona, liberticidi. Domani ne azzeccagarbuglieranno nella conferenza dei capigruppo, ovviamente a porte chiuse e lontano dai fotografi perché solo e sempre di nascosto si impastano le ribalderie.

E se ora ne raccontiamo senza riderci troppo non è soltanto per fermare sul
nascere il "fotocidio", ma anche per segnalarlo come forte indizio di una casta che sempre più sente il bisogno di nascondersi, di segretare le proprie azioni, di legittimare il travisamento, il cappuccio, la calzamaglia, il burqa.

Per la verità, già prima del pizzino galeotto di Letta, l'album delle indiscrizioni rivelatrici, dei dettagli sapidi, dei tic ingigantiti, dei fuori scena che raccontano la scena, era molto lungo. Si andava dagli appuntamenti con le signorine che Berlusconi, come direbbe Lavitola, "agendava" durante infuocati dibattiti, alla famosa lista dei traditori, alle malizie inviate alle avvenenti onorevolesse Giammanco e Di Girolamo, alle schermate dei siti porno visitati mentre si discuteva della Finanziaria, al display del cellulare di Verdini terminale di traffici e commerci, agli sbadigli di Bossi, alle tenerezze di Bocchino e Carfagna paparazzate da uno scatto malandrino della Mussolini.

Le cattive abitudini in Parlamento non sono certo una novità. È vero però che si moltiplicano, diventano trasversali e che la tecnica digitale inesorabilmente le registra e le svela senza parzialità ideologiche perché è appunto tecnica, come la funzione di Mario Monti.

Ma non esiste privacy in politica. Gli uomini pubblici non hanno vita privata, meno che mai in un'aula parlamentare dove non c'è nulla di segreto e di intimo, neppure uno sbadiglio, un pisolino o un traccheggio epistolare. E un biglietto è un biglietto. Solo se lo proibisci ai fotografi diventa pizzino. Quel foglietto di Letta era tutto sommato innocente. Perché lo stanno degradando a pizzino?

Monti, per esempio, che l'ha messo a favore di obiettivo, non è vero che si è comportato ingenuamente, ma normalmente. Non ci si muove in Parlamento come in un covo. Se lo avesse fatto avrebbe rivelato le intenzioni pizzinesche che evidentemente non aveva.

Trattative, mediazioni, lungaggini, calcoli e interessi politici: l'idea di coprirli li rende odiosi, e toglie loro il carattere di fragilità umana che qualche volta hanno, perché è vero che alla Camera ci si stanca, si perde la pazienza, ci si rilassa, e qualche volta si sbaglia. Ma perché dovremmo fidarci di qualcuno che non vuole farci vedere quello che sta facendo, e che addirittura si vergogna di se stesso e delle proprie fragilità?

Va detto infine che l'uscita di scena di Berlusconi non può essere scambiata per un "tana libera tutti". In fondo questa trovata è una variante del tentativo di vietare per legge le intercettazioni telefoniche, appartiene alla stessa famiglia, alla stessa maligna volontà di censurare e inaridire le fonti. Il sospetto è che, finito il carnevale, si nasconda dietro la quaresima l'idea che adesso alla politica ci si debba accostare come ad un sacramento, voltando il capo, con gli occhi bassi, in ginocchio.

Antonio Di Pietro, disturbato dai soliti di "Striscia la notizia", ha avuto un lapsus rivelatore quando è sbottato in quel "smettetela, ora non c'è più Ridolini". Ma la politica non diventa seria nascondendosi, nelle notti di Arcore come nei corridoi delle banche e nelle aule del Parlamento.

mercoledì 16 novembre 2011

E’ stato bello! - (Remember)

Non entrerò mai in politica. Scendo in campo. Il Paese che amo. Per un nuovo miracolo italiano. L’Italia come il Milan. Basta ladri di Stato. La rivoluzione liberale.

Il Polo delle Libertà. Il decreto Biondi. Vendo le mie tv. Golpe giudiziario. Giuro sulla testa dei miei figli. Lasciatemi lavorare. Sono l’unto del Signore. Ribaltone. Scalfaro è comunista. Con Bossi mai più nemmeno un caffè. Mai detto che sono l’Unto del Signore. Dini è comunista. Il popolo è con me. Prodi utile idiota dei comunisti. Visco Dracula. Toghe rosse. D’Alema è comunista. L’amico Massimo. La Costituzione è comunista. La grande riforma della Costituzione.

La Casa delle Libertà. Il premier non ha poteri. La grande riforma della giustizia. L’amico Vladimir. L’amico George. L’amico Muammar. Gheddafi leader di libertà. Nessun condono. Concordato fiscale. Scudo fiscale. Condono fiscale ed edilizio. Letta è una benedizione di Dio. Romolo e Remolo.

All Iberian mai sentita. Mills mai conosciuto. La proporrò per il ruolo di kapò. Turisti della democrazia. L’Islam civiltà inferiore. Meno tasse per tutti. Tutta colpa dell’euro. La mafia, poche centinaia di persone. Grandi opere. Sono stato frainteso. Tutta colpa delle torri gemelle. Lei è meglio di Cacciari, le presenterò mia moglie.

Il circuito mediatico-giudiziario. Fede è un quasi eroe. L’amico Bossi. Uso criminoso della televisione pagata con i soldi di tutti. L’amico Pollari. Le rogatorie. La Piovra rovina l’Italia all’estero. L’amico Pompa. Il falso in bilancio. Mangano si comportava bene, prendeva la comunione nella cappella di Arcore. La legge Cirami. Dell’Utri è perseguitato. Legittimo sospetto. Previti è perseguitato. Il lodo Maccanico. Il Ponte sullo Stretto. Il lodo Schifani. Tutti sono uguali di fronte alla legge, ma io sono un po’ più uguale degli altri.

Ciampi è comunista. Il decreto salva-Rete 4. I poteri forti. La legge Gasparri. L’Economist è comunista. Che ne direbbe di una ciulatina? I direttori dei giornali devono cambiare mestiere. Bertolaso uomo della Provvidenza. La legge Cirielli. Mussolini non ha mai ammazzato nessuno, anzi mandava la gente in vacanza al confino. Sempre stato assolto. La stampa estera copia da Unità e Repubblica. Napolitano è comunista.

Giustizia a orologeria. L’amico Minzo. I giudici sono matti, antropologicamente diversi dal resto della razza umana. Telekom Serbia è tutta una tangente. I brogli di Prodi. La commissione Mitrokhin. La giusta amnistia. I comunisti cinesi bollivano i bambini per farne concime. Farò sparire la spazzatura da Napoli in tre giorni. Ho 109 processi. Sarkozy ha imparato da me. Chi scrive di mafia lo strangolerei con le mie mani.

Il Popolo delle Libertà. Obama abbronzato. Il miracolo della ricostruzione dell’Aquila. Evadere è un diritto naturale che è nel cuore degli uomini. Ai giudici noi insidiamo le mogli, siamo dei tombeur de femmes. Il Family Day. Che fate, ragazze, mi toccate il culo? Mille giudici si occupano di me. Agostino, trova una parte ad Antonella: è impazzita, racconta cose in giro. Lodo Alfano. La Consulta è comunista. Legittimo impedimento. Partito dell’Amore e sinistra dell’odio. Il padre di Noemi autista di Craxi. Prescrizione breve.

Mai frequentato minorenni. Le mani nelle tasche degli italiani. La signora Lario mente. Processo breve. Vedi, Patrizia, tu devi toccarti. La privacy. Processo lungo. Candido Lampedusa al Nobel per la Pace. Caro dottor Fede, cioè volevo dire Vespa. Ruby nipote di Mubarak. Non chiamo Gheddafi per non disturbarlo. La legge anticorruzione. La mia fidanzatina. Siamo tutti intercettati. Solo cene eleganti. Riformare le intercettazioni. Pagavo Ruby perchè non si prostituisse.

La rapina Mondadori. L’amico Lavitola. Me ne vado da questo Paese di merda. Il miglior premier degli ultimi 150 anni. Culona inchiavabile. L’amico Gianpi. Faccio il premier a tempo perso. La maggioranza è coesa. Ho i numeri alla Camera. Traditori. Mi dimetto.
Sic transit gloria immundi.
 
Venghino… trenta palle, un euro!
Una filastrocca ispirata dall’articolo di fondo di Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano del 13 novembre scorso: E’ stato bello”. Grazie, Marco!
Venghino… trenta palle, un euro!
Scendo in campo e sullo slancio
tolgo il falso nel bilancio
”.
Tutto il popolo è con me”.
Col padan mai più un caffè”.

Il partito dell’amore”.
Sono l’Unto del Signore”.
Che son l’Unto mai l’ho detto”.
Farò il ponte sullo Stretto”.

Stop ai ladri dello Stato”.
Un fiscale concordato”.
Ve lo giuro sui miei cari”.
Lei è meglio di Cacciari,

la consorte le presento”.
Son frainteso ogni momento”.
Mussolini? Mai ammazzò”.
Le offro il ruolo di kapò”.

Liberal rivoluzione”.
Legge anti corruzione”.
Riformiamo la Giustizia”.
In tre giorni l’immondizia

dalle strade sparirà”.
Casa della Libertà”.
Sono matti i magistrati”.
Siamo tutti intercettati”.

La signora Lario mente”.
Al premier potere niente”.
Letta è una benedizione”.
Toghe rosse”. “Ribaltone”.

Un processso lungo qua”.
Un processo breve là”.
All Iberian? Mai sentita”.
Antonella è ormai impazzita,

Saccà trovale un lavoro”.
Bossi Umberto è il mio tesoro”.
Noi siam dei tombeur de femmes”.
Meno civiltà ha l’Islam”.

L’evasione delle tasse
è un diritto delle masse
”.
Il miracolo italiano”.
Lo straniero quotidiano

copia sempre l’Unità.
Lampedusa presto avrà,
spero, il Nobel per la Pace
”.
Vladimir molto mi piace”.

Sempre assolto”. “Senza colpe”.
Questo è un giudiziario golpe”.
La Consulta? Comunisti”.
Di democrazia turisti”.

Minorenni non frequento”.
E’ il legal impedimento”.
Farò a L’Aquila un prodigio”.
Siam coesi, mai un litigio”.

Ho la mia fidanzatina”.
Mi farei una ciulatina”.
Sempre e sol cene eleganti”.
Dono a Ruby dei contanti

per salvarla dai papponi”.
Non farem mai più condoni”.
David Mills? Mai l’ho incontrato”.
Caro Obama, sei abbronzato”.

Presidente a tempo perso”.
Il miglior dell’universo,
io, fantastico statista
”.
Quel D’Alema è un comunista”.

Sarkozy imparò da me”.
I mafiosi? Son due o tre”.
Chi mi sta toccando il culo?
Io lavoro come un mulo,

ma mi dicon: Ti fermiamo!
Questa la Nazion che amo”.
Un legittimo sospetto”.
Traditori”. “Mi dimetto”.

La rapina Mondadori”.
Giuro è Ruby Rubacuori
di Mubarak la nipote
”.
Queste son le frasi idiote

che per diciassette anni
ha sparate  il Barbagianni,
tutti i dì, mattina e sera.
Se non proprio la galera,

auguriamo al Cavaliere
tanti calci nel sedere
quanti sono gli italiani.
Cominciando da domani.

Se c’è chi non vuole darli
c’è chi è pronto a raddoppiarli.
E perciò fuori le chiappe
per ben ottomila tappe.


Il Grande Golpe Globale rivelato a mio cognato

di Fabio Scacciavillani | 16 novembre 2011

Peccato che le foto digitali non ingialliscano. Quando le riguardi manca il pathos che solo gli effetti del tempo sanno conferire alle cose. Le stampe sbiadite trasudano di nostalgia, mentre quei pixel perennemente vibranti ma asettici non mi suscitano emozioni. Eppure il Grande Golpe Globale, il G3 come lo chiamano i profani (per noi iniziati è l’Operazione Draghi dei Monti), fu messo a punto in quell’incontro immortalato nella foto.

Ricordo quando si materializzò l’ologramma di Bini Smaghi, un Chicago Boy come me, nel mio ufficio con vista mozzafiato sulla Casa Bianca, al Fondo Monetario Internazionale proprio il pomeriggio in cui ero placidamente intento a distruggere l’economia indonesiana lanciando testate multiple di neo-liberismo.

Senza preamboli, mi disse: “Sei stato implacabile nella  guerra in Croazia e le bancarotte di paesi da operetta. Valutiamo che sei pronto per una vera Mission Impossible! Sarai trasferito alla Bce. Prendiamo il controllo dell’Euro”.

Io provai a obiettare che avevo un paper da completare. Lo sfumato sorriso su quell’ologramma a colori tenui si irrigidì: “Falla finita con le pippe di econometria! A Chicago sei stato allenato per diventare uno spietato killer di economie e di welfare, non per smacchiare giaguari con le aspettative razionali”. Lbs conia battute che poi passa a Crozza, che a sua volta le cede a Bersani, il quale, non capendole, le inserisce nel programma del Pd dopo aver chiesto lumi alla Volpe del Tavoliere.

Passai due anni da favola a Francoforte: i parametri di Maastricht con cui torchiare governi democraticamente eletti, inflazione da debellare, aggregati monetari da comprimere, istanze sociali da reprimere, il tutto con pochi movimenti del mouse. Una sera che mi sentivo particolarmente carogna feci deflagrare l’hedge fund di un fighetto del Mit che si spacciava per guru di opzioni. Gli scagliai addosso un po di futures sul rublo e lo stesi. Come effetto collaterale scatenai la guerra in Cecenia, ma non nutro soverchie inclinazioni a occuparmi di banali dettagli.

Quando fui sicuro di aver piantato i semi di una crisi epocale dell’euro, arrivò l’ologramma di Draghi. Lui era già una leggenda tra gli iniziati e io ero quasi in stato di trance mentre lo ascoltavo. Mi disse che da ora in poi sarei passato agli ordini del Gruppo Bilderberg. Quel nome mi suonava oscuro. Lì per lì pensai fosse una marca di würstel e temetti di essere stato degradato a occuparmi di bassa macelleria sociale.

Mario suadente mi rassicurò: quel nome celava il cerchio supremo degli eletti la cui luce si proiettava su tutte le cose umane, ma anche divine. Devo ammettere che ero rimasto allo Stato Imperialista delle Multinazionali, ma Mario mi disse che quella roba era stata privatizzata sul Britannia. Mi avrebbero accolto in un luogo a Londra il cui nome all’inizio mi suonò come Golden Sex. Quando scoprii che invece si trattava di Goldman Sachs dovetti vendere il container di condom aromatizzati che avevo acquistato a causa dell’equivoco. Ma quel deficiente del trader colombiano invece di condom capì dotcom e mandò a gambe all’aria in un colpo solo Wall Street e Silicon Valley. Alla Bce lasciai le cose in mano a Lucas Papademos, un levantino sveglio che aveva contribuito a falsificare i conti nazionali greci e si apprestava a sconquassi peggiori.

Quanti ricordi nella swinging London di Blair che faceva tutto quello che volevamo! Avevo un joystick nel mio superattico con cui mi divertivo a far correre Tony da Downing Street al laghetto di Hyde Park per spaventare le anatre. Ogni tanto Mario mi faceva una lavata di testa per queste bischerate, ma in fondo si divertiva anche lui, quando non era impegnato in ingegnerie finanziarie o con la guerra in Afghanistan.

Due anni a Londra e poi il Medio Oriente. Lì passavano gli snodi nevralgici del pianeta dopo che avevamo preso in pugno la presidenza Bush, marcata stretto dal vecchio Hank Paulson. Dal Qatar controllavo le operazioni in Iraq, facevo impennare i prezzi del petrolio e indottrinavo le menti labili con Al Jazeera. In quella penisola incontrai l’altro Mario cui questa foto non ingiallita mi riporta.

Ormai ero ammesso alla presenza degli eletti. Con me non comunicavano più attraverso ologrammi. A Doha mettemmo a punto il piano per impossessarci dell’Italia. Pensavamo di imporre quello splendido labrador come ministro dell’Istruzione, poi però si rivelò troppo intelligente e dovemmo ripiegare su un’alternativa. Io sarei stato piazzato tra i blogger del Fatto Quotidiano, che avrebbe costituito la punta di diamante della cospirazione.

Oggi siamo a un passo dal dominio assoluto. Berlusconi? Solo una nostra pedina mossa da Letta che lavorava per Goldman.  Ruby? L’ho scelta io in persona (è un peccato di gioventù di Carla Bruni). Ferrara? Gli do ordini ogni sera (mia l’idea di farlo esibire in mutande, molto carina no?). Tremonti? E’ un androide difettoso acquistato a Shanghai (ci aggiunsero Brunetta in omaggio, tanto era venuto male e poi al cinese dava sui nervi perché urlava ossessivamente “Cretino, cretino, cretino…”). Tremonti invece ripete in modo compulsivo “conti in sicurezza” e scrive frasi a casaccio di cui i giornalisti, per sentirsi fini (con la minuscola) intellettuali, fanno finta di comprendere il senso recondito (che in realtà non esiste). Quando lo portammo sul Britannia si perse per due settimane nelle stive cercando il bagno.

Solo un profano ha intuito tutto e denuncia disperatamente il complotto in cui è coinvolto anche Israele (e come possono mancare gli Ebrei e i Savi di Sion da un complotto che si rispetti?) ma invano. Il GGG è inarrestabile. Alla Commissione Trilaterale che si è riunita ieri nella cornice gotica della Rockfeller Chapel, all’Università di Chicago (dove le chiese sono intitolate ai capitalisti, non ai santi) stavamo voluttuosamente pregustando di papparci il mondo a Bocconi.