sabato 30 luglio 2011

PENATI DEL SACCO!

Filippo Penati deve risarcire gli abitanti della Provincia di Milano di 176 milioni di euro. Quelli che sono stati sottratti di fatto alla finanza pubblica con l'acquisto delle azioni della Milano - Serravalle da Marcello Gavio, mancato nel 2009.
Il valore attribuito alle azioni da Penati, da vero amico del giaguaro ("non siamo mica qui a smacchiare la pelle del giaguaro" direbbe Bersani) fu di 8,93 euro per un totale di 238 milioni. Gavio le aveva acquistate per 2,9 euro qualche mese prima. Non si è mai vista una autostrada triplicare il suo valore in così breve tempo. Motivi per comprare le azioni non esistevano. La maggioranza del pacchetto azionario era già pubblico, della Provincia e del Comune di Milano. Qui i casi sono due: o Penati è uno sprovveduto che regala i soldi dei contribuenti in modo inconsapevole o ha fatto un favore a qualcuno. Penati incontrò Gavio in un albergo di Roma, non negli uffici della Provincia, come avrebbe dovuto, grazie a Bersani. Penati è stato il braccio destro di Bersani, quello sinistro è Pronzato, esperto del settore trasporti e finito in carcere. Tutto si può dire di Bersani, ma non che non sia un gran lavoratore con due braccia così!
Ora Bersani ha annunciato una class action contro i giornali che diffamano il PD. E' veramente il mondo all'incontrario. Sono i cittadini che dovrebbero fare una class action contro il PD per farsi restituire il malloppo. La provincia di Milano ha 3.161.000 abitanti. A ognuno di loro, neonati compresi, sono stati sottratti 55 euro per darli a Gavio. Bersani, cosa pensa di fare? Penati è un funzionario del suo partito. Se Penati non dispone di 176 milioni per rifondere i lombardi, li deve tirare fuori il PD. Bersani può lanciare una "colletta action" tra gli iscritti del PD. Gavio, dopo l'affare del secolo, investì 50 milioni in azioni della Banca Nazionale del Lavoro mentre Consorte la stava scalando. A pensar male si fa peccato, ma è veramente una strana coincidenza. Il PD ha intascato qualche centinaia di milioni come finanziamenti elettorali spacciati come rimborsi. Sarebbe un bel gesto se ne usasse una parte per la Provincia di Milano. Aspettiamo fiduciosi.

1- "MI VUOLE MORTO. GHEDDAFI ME L'HA GIURATA. L'HO SAPUTO DA MIE FONTI CERTE" - 2- UN CAZZO IN PIÙ PER IL CAVALIERE POMPETTA, CHE GIÀ SI SENTIVA BRACCATO POLITICAMENTE, GIUDIZIARIAMENTE E FINANZIARIAMENTE, E ORA SOSTIENE DI ESSERE MINACCIATO FISICAMENTE: "SONO IN PERICOLO DI VITA, E PURTROPPO NON SOLO IO MA ANCHE I MIEI FIGLI. GHEDDAFI HA DATO DISPOSIZIONE DI FARMI FUORI. "LO DOVETE AMMAZZARE" - 3- "ORA GHEDDAFI RISCHIA DI RIMANERE. E QUELLO CHE IN QUELL'AREA ERA IL NOSTRO MIGLIORE AMICO È DIVENTATO IL NOSTRO PEGGIOR NEMICO. UN DANNO PER L'ITALIA..." -

di Francesco Verderami

Gheddafi e le amazzoni con BerluGheddafi e le amazzoni con Berlusconi
«Mi vuole morto». E stavolta non è una metafora, stavolta non c'entrano la politica, la giustizia o la finanza, stavolta Berlusconi si riferisce proprio alla morte fisica, «perché così Gheddafi ha deciso. Lui me l'ha giurata».
Da quando l'Italia si è schierata nel conflitto libico, il Cavaliere ha sempre convissuto con questa paura latente, che si rinnovava a ogni informativa dei servizi: d'altronde la lista dei possibili obiettivi terroristici comprende altri capi di Stato e di governo che fanno parte della coalizione internazionale.
GHEDDAFI BERLUSCONIGHEDDAFI BERLUSCONI Dev'essere però successo qualcosa se Berlusconi in questi giorni si è mostrato più nervoso del solito, se - affrontando l'argomento - ha sostenuto di sentirsi davvero «nel mirino» del Colonnello e di temere non solo per sé ma «anche per la mia famiglia». Per interpretare lo stato d'animo del premier bisognerebbe decrittare un inciso del suo ragionamento - «l'ho saputo da mie fonti certe» - che lascia intuire come stavolta la notizia non gli sia arrivata attraverso i canali ufficiali dell'intelligence: «Sono in pericolo di vita, e purtroppo non solo io ma anche i miei figli. L'ho saputo da mie fonti certe che Gheddafi ha dato disposizione di farmi fuori. "Lo dovete ammazzare", così ha detto».
Gheddafi Berlusconi - NonleggerloGheddafi Berlusconi - Non leggerlo Non è dato sapere quali siano queste «fonti certe», è certo che Berlusconi è parso scosso, e la confidenza è stata quasi liberatoria, se è vero che il suo ragionamento era partito dall'analisi della situazione politica interna, dai motivi della crisi di consensi del Pdl. «Tra questi motivi c'è anche la guerra in Libia», secondo il Cavaliere, che a sostegno della tesi può vantare i dati riservati degli amatissimi sondaggi. L'inquietudine però non era legata stavolta alle vicissitudini di partito, quanto alle informazioni che gli erano giunte, non si sa per quale via, da Tripoli: «L'ho saputo da mie fonti certe. Quello mi vuole morto».
Ed è per certi versi singolare l'atteggiamento di Berlusconi, che - parlando del caso - al timore per la propria incolumità unisce il cruccio per aver visto saltare le relazioni con la Libia, che definisce ancora «il mio capolavoro diplomatico»: «A Tripoli c'erano manifesti giganti che mi ritraevano con Gheddafi mentre ci stringevamo la mano. E lui ha preso il nostro intervento militare come un tradimento».
gheddafi berlusconigheddafi berlusconi
Che fosse contrario al conflitto è noto, «a suo tempo - ha ricordato - avevo messo in guardia i nostri partner internazionali, e anche in patria avevo spiegato che l'operazione non sarebbe stata facile, e che ci avrebbe potuto danneggiare».
Fin dalle prime fasi della missione aveva manifestato il proprio scetticismo: «Non penso che la guerra sarà breve e temo anche che sarà difficile interporre una mediazione con Gheddafi. Dopo essere stato il leader di una rivoluzione, non credo sarà disposto ad andare in esilio. Perciò non vedo una soluzione. E a dir la verità nessuno sa come andrà a finire».
Prima di schierarsi a fianco della Nato, il suo atteggiamento dilatorio gli aveva attirato critiche in Italia e all'estero: «Poi, davanti alle pressioni degli Stati Uniti, alla presa di posizione di Napolitano e al voto del nostro Parlamento, che potevo fare? Non sono solo io a decidere. Ma vai a spiegarlo a chi è abituato a comandare, come Gheddafi. Le regole della democrazia non le capisce».
Il generale Younes, capo dei ribelli libici, non era stato ancora ucciso quando Berlusconi ha rivelato le proprie paure personali e ribadito riservatamente le proprie critiche sulla missione. E non c'è dubbio che l'Italia continuerà ad aiutare gli insorti, «nulla può farci recedere dal nostro impegno», ripeteva ieri il ministro degli Esteri, Frattini: «Certo, la morte di Younes dimostra che la situazione non è semplice, che Gheddafi ha ancora delle energie. Ma la pressione militare, unita alle iniziative diplomatiche, continuerà. La strada è ormai tracciata, e prima o poi il regime crollerà dall'interno».
Vincino su Berlusconi e GheddafiVincino su Berlusconi e Gheddafi BACIAMONO GHEDDAFI-BERLUSOCNIBACIAMANO GHEDDAFI-BERLUSOCNI Sarà, ma il Cavaliere si interroga sulla piega che hanno preso gli eventi in quell'angolo di Mediterraneo, e si chiede cosa ne sia oggi della «primavera» che dal Cairo si era propagata in Africa e in Medio Oriente: in Egitto le donne manifestano perché i loro diritti sono spariti dalla nuova Costituzione; in Tunisia è stato prorogato «a tempo indeterminato» lo stato d'emergenza; in Siria la repressione non si ferma davanti ai documenti di condanna della comunità internazionale. E in Libia, quattro mesi dopo l'inizio degli attacchi aerei, non solo gli insorti non riescono a controllare il territorio, ma il Raìs - che doveva essere processato all'Aja per crimini di guerra - si permette di rifiutare l'exit strategy propostagli dalla Gran Bretagna.
SILVIO BERLUSCONI MUAMMAR GHEDAFFI E GIANNI LETTASILVIO BERLUSCONI MUAMMAR GHEDAFFI E GIANNI LETTA «Ora Gheddafi rischia di rimanere», ha commentato Berlusconi: «E quello che in quell'area era il nostro migliore amico è diventato il nostro peggior nemico. Un danno per l'Italia». Una preoccupazione in più per il Cavaliere, che già si sentiva braccato politicamente, giudiziariamente e finanziariamente, e ora sostiene di essere minacciato fisicamente: «Quello mi vuole morto. L'ho saputo da mie fonti certe».

La Lega sospende Borghezio

Passi che l’Abruzzo terremotato “è un peso morto come tutto il Sud”. Oppure che il boia di Srebrenica Ratko Mladic “è un vero patriota”. Ma le frasi dell’europarlamentare della Lega nord Mario Borghezio che, dai microfoni di Radio 24, aveva definito “giustissime” alcune idee del carnefice di Oslo Breivik, sono sembrate troppo forti anche ai vertici del Carroccio. Tant’è che il consiglio federale del partito ha deciso di sospendere il parlamentare europeo per tre mesi. “Non ne so nulla, attendo le decisioni come un soldato e le accetterò qualunque siano”, ha commentato a caldo l’esponente padano che, assieme al suo scranno a Bruxelles, dovrà lasciare temporaneamente anche l’incarico di presidente della Lega in Piemonte.

La decisione dei vertici di via Bellerio è arrivata dopo che Borghezio aveva parlato di “pesante strumentalizzazione” delle sue parole, dopo essere finito nell’occhio del ciclone per aver definito condivisibili le idee dell’estremista Breivik all’indomani della strage che ha colpito la Norvegia venerdì scorso. “L’ideologia della società aperta crea mostri – aveva aggiunto l’esponente leghista alla trasmissione radiofonica La Zanzara – Il killer Breivik è il risultato di questa società aperta, multirazziale, che non è quel paradiso terrestre che ci vogliono far credere coloro che comandano l’informazione. La società aperta e multirazziale fa schifo”.

La sospensione è un’ulteriore tegola che cade sulla testa di Borghezio dopo che ieri la procura di Milano ha aperto un fascicolo sulle sue dichiarazioni per verificare se costituiscano o meno il reato di “istigazione alla violenza”. Una volta appresa la notizia, Borghezio aveva annunciato che non si sarebbe avvalso dell’immunità che il suo status di parlamentare gli consente.

Sempre ieri Borghezio aveva  annunciato che avrebbe accolto l’invito del ministro degli Esteri Franco Frattini di rendere “nelle sedi opportune” le proprie scuse per le “sue frasi farneticanti”. Oggi infatti si è recato presso l’ambasciata norvegese per esprimere il suo rammarico ed il suo “dolore”.

In assenza dell’ambasciatore, in missione all’estero, è stato ricevuto dall’incaricato d’affari al quale “ho rappresentato le sentite condoglianze – ha spiegato Borghezio -. Mi è stato gentilmente consentito di sottoscrivere un messaggio di cordoglio” e ” ho colto l’occasione per sottolineare il rammarico e formulare nella sede propria le scuse per le conseguenze che soprattutto nei confronti delle famiglie delle vittime possono avere avuto le mie frasi in quanto male interpretate”. Quindi ha sottolineato: “Anche se sono stato travisato, se fossi un norvegese direi ‘chi se ne frega’ di quel che dice Borghezio”. Poi, in terza persona, ha ammesso: “Questa volta l’ha fatta un po’ fuori dal vaso…”.
MA COSA NE PENSANO GLI ITALIANI DI "STU STRUNZ":
Ecco alcuni commenti.
RAFFAELE
…e in questi tre mesi che succederà?
Si ritirerà in un eremo in Val Brembana a riflettere e pentirsi del maldetto?
Saranno sufficienti solo tre mesi di riflessione, vista la enormità di str*****e che ha accumulato in un ventennio?
E, trascorsi i tre mesi la lega accoglierà nel suo grembo il Gabibbo di verde vestito che, col capo chino cosparso di cenere, mentre recita il mea culpa, si batterà violentemente il petto con la promessa di non farlo mai più.
E allora, solo allora, il nostro profferirà parole d’amore verso il diverso, abbraccerà la sorella col capo velato, stringerà la mano al terrone e, lui da solo, verrà a raccogliere tutta la spazzatura dalle strade di Napoli e la porterà a Monza, avendo avuto cura di predisporre nella Villa Reale, opportuni siti di stoccaggio, dando cosi a quel luogo motivo di esistere.
Sapete che vi dico? Ma, faciteme ‘o piecere…!
GIANNI
La domanda che mi pongo e che vi pongo è la seguente : Si può, in nome della libertà di espressione, di pensiero, di opinione, concedere a questo personaggio e ad altri della sua categoria di dire tutto e il contrario di tutto ? Qual’è il limite di civile convivenza che non deve essere superato ? Intanto lo stupido, il buffone, l’imbecille, l’inquisito, il condannato, di turno ha parlato e straparlato. Il giorno dopo arrivano subito le smentite, “volevo dire”…”sono stato male interpretato”…”bisogna leggere tutto l’articolo”…etc…etc…le televisioni si sono occupate di lui, la stampa pure, io anche…ha raggiunto il suo scopo…Quando finirà tutta questa buffonata ? Ma ci credono così cog…oni, forse ce lo meritiamo…e forse sarebbe ora che anche i mass-media riflettessero un pò…questa gente va ignorata, perchè come mi ha insegnato la nonna, la noncuranza è il maggior disprezzo.

BRACCIO
Leghisti e mostro gi Oslo stesse idee, stesse parole, stesso razzismo, stesse ossessioni paranoiche, stesse simbologie e rituali, stessi miti della razza, celti, ariani, cavalieri crociati, templari, spadoni fallici, stessa espressione dura e indifferente sulla faccia. Con Lega e questa mostruosa destra al potere non c’è un bel futuro in vista, sembra un incubo già visto.

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mercoledì 27 luglio 2011

La lezione di Berlinguer sulla "questione morale"

Sono passati 30 anni dalla pubblicazione di una storica intervista di Eugenio Scalfari al segretario del Partito Comunista Italiano, Enrico Berlinguer su Repubblica. Nei giorni in cui nel il Partito Democratico si parla di questione morale e in occasione dell’anniversario della prima pubblicazione riproponiamo oggi l’intervista a Berlinguer, dove diceva: «I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero».

Enrico Berlinguer davanti ai cancelli di Mirafiori
Enrico Berlinguer davanti ai cancelli di Mirafiori
Trent’anni fa la definizione “questione morale” irrompeva sulla scena. Era infatti il 28 luglio del 1981, quando Enrico Berlinguer rilasciava questa intervista a Eugenio Scalfari. Un’intervista destinata a fare epoca e che oggi vi riproponiamo integralmente. In queste parole, il segretario del Partito Comunista Italiano affermava e sottolineava la diversità morale del movimento comunista italiano rispetto agli altri partiti della Prima Repubblica. Parlava di “ladri, corruttori e concussori” da arrestare e mettere in galera. Codificava, in qualche modo, il senso di alterità che molta militanza e dirigenza comunista e poi post-comunista hanno coltivato, rivendicato e spesso sbandierato. L’anniversario cade proprio in questi giorni: giorni in cui le inchieste giudiziarie stanno interessando anche figure di vertice del partito democratico che vengono dalla tradizione del comunismo italiano (come Filippo Penati) e un altro segretario, Pierluigi Bersani, si trova a dover spiegare se una questione morale c’è nel suo partito, e come l’affronterà.
I Partiti sono diventati macchine di potere
Intervista ad Enrico Berlinguer, di Eugenio Scalfari,
La Repubblica, 28 luglio 1981

I partiti non fanno più politica. Politica si faceva nel ‘ 45, nel ‘ 48 e ancora negli anni Cinquanta e sin verso la fine degli anni Sessanta. Grandi dibattiti, grandi scontri di idee, certo, scontri di interessi corposi, ma illuminati da prospettive chiare, anche se diverse, e dal proposito di assicurare il bene comune. Che passione c’era allora, quanto entusiasmo, quante rabbie sacrosante! Soprattutto c’era lo sforzo di capire la realtà del paese e di interpretarla. E tra avversari ci si stimava. De Gasperi stimava Togliatti e Nenni e, al di là delle asprezze polemiche, ne era ricambiato.
La passione è finita? La stima reciproca è caduta?
Per noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui, ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”. La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la Dc: Bisaglia in Veneto, Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio, De Mita ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso e per i socialdemocratici peggio ancora…
Lei mi ha detto poco fa che la degenerazione dei partiti è il punto essenziale della crisi italiana.
È quello che io penso.
Per quale motivo?
I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai Tv, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c’è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le “operazioni” che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un’autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.
Lei fa un quadro della realtà italiana da far accapponare la pelle.
E secondo lei non corrisponde alla situazione?
Debbo riconoscere, signor Segretario, che in gran parte è un quadro realistico. Ma vorrei chiederle: se gli italiani sopportano questo stato di cose è segno che lo accettano o che non se ne accorgono. Altrimenti voi avreste conquistato la guida del paese da un pezzo.
La domanda è complessa. Mi consentirà di risponderle ordinatamente. Anzitutto: molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani hanno dato in occasione dei referendum e quello delle normali elezioni politiche e amministrative. Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti. Ebbene, sia nel ’74 per il divorzio, sia, ancor di più, nell’81 per l’aborto, gli italiani hanno fornito l’immagine di un paese liberissimo e moderno, hanno dato un voto di progresso. Al nord come al sud, nelle città come nelle campagne, nei quartieri borghesi come in quelli operai e proletari. Nelle elezioni politiche e amministrative il quadro cambia, anche a distanza di poche settimane.
Veniamo all’altra mia domanda, se permette, signor Segretario: dovreste aver vinto da un pezzo, se le cose stanno come lei descrive.
In un certo senso, al contrario, può apparire persino straordinario che un partito come il nostro, che va così decisamente contro l’andazzo corrente, conservi tanti consensi e persino li accresca. Ma io credo di sapere a che cosa lei pensa: poiché noi dichiariamo di essere un partito “diverso” dagli altri, lei pensa che gli italiani abbiano timore di questa diversità.
Sì, è così, penso proprio a questa vostra conclamata diversità. A volte ne parlate come se foste dei marziani, oppure dei missionari in terra d’infedeli: e la gente diffida. Vuole spiegarmi con chiarezza in che consiste la vostra diversità? C’è da averne paura?
Qualcuno, sì, ha ragione di temerne, e lei capisce subito chi intendo. Per una risposta chiara alla sua domanda, elencherò per punti molto semplici in che consiste il nostro essere diversi, così spero non ci sarà più margine all’equivoco. Dunque: primo, noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre
più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l’operato delle istituzioni. Ecco la prima ragione della nostra diversità. Le sembra che debba incutere tanta paura agli italiani?
Veniamo alla seconda diversità.
Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata.
Onorevole Berlinguer, queste cose le dicono tutti.
Già, ma nessuno dei partiti governativi le fa. Noi comunisti abbiamo sessant’anni di storia alle spalle e abbiamo dimostrato di perseguirle e di farle sul serio. In galera con gli operai ci siamo stati noi; sui monti con i partigiani ci siamo stati noi; nelle borgate con i disoccupati ci siamo stati noi; con le donne, con il proletariato emarginato, con i giovani ci siamo stati noi; alla direzione di certi comuni, di certe regioni, amministrate con onestà, ci siamo stati noi.
Non voi soltanto.
È vero, ma noi soprattutto. E passiamo al terzo punto di diversità. Noi pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità sociali, di enormi sprechi di ricchezza. Non vogliamo seguire i modelli di socialismo che si sono finora realizzati, rifiutiamo una rigida e centralizzata pianificazione dell’economia, pensiamo che il mercato possa mantenere una funzione essenziale, che l’iniziativa individuale sia insostituibile, che l’impresa privata abbia un suo spazio e conservi un suo ruolo importante. Ma siamo convinti che tutte queste realtà, dentro le forme capitalistiche -e soprattutto, oggi, sotto la cappa di piombo del sistema imperniato sulla DC- non funzionano più, e che quindi si possa e si debba discutere in qual modo superare il capitalismo inteso come meccanismo, come sistema, giacché esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di emarginati, di sfruttati. Sta qui, al fondo, la causa non solo dell’attuale crisi economica, ma di fenomeni di barbarie, del diffondersi della droga, del rifiuto del lavoro, della sfiducia, della noia, della disperazione. È un delitto avere queste idee?
Non trovo grandi differenze rispetto a quanto può pensare un convinto socialdemocratico europeo. Però a lei sembra un’offesa essere paragonato ad un socialdemocratico.
Bè, una differenza sostanziale esiste. La socialdemocrazia (parlo di quella seria, s’intende) si è sempre molto preoccupata degli operai, dei lavoratori sindacalmente organizzati e poco o nulla degli emarginati, dei sottoproletari, delle donne. Infatti, ora che si sono esauriti gli antichi margini di uno sviluppo capitalistico che consentivano una politica socialdemocratica, ora che i problemi che io prima ricordavo sono scoppiati in tutto l’occidente capitalistico, vi sono segni di crisi anche nella socialdemocrazia tedesca e nel laburismo inglese, proprio perché i partiti socialdemocratici si trovano di fronte a realtà per essi finora ignote o da essi ignorate.
Dunque, siete un partito socialista serio…
…nel senso che vogliamo costruire sul serio il socialismo…
Le dispiace, la preoccupa che il Psi lanci segnali verso strati borghesi della società?
No, non mi preoccupa. Ceti medi, borghesia produttiva sono strati importanti del paese e i loro interessi politici ed economici, quando sono legittimi, devono essere adeguatamente difesi e rappresentati. Anche noi lo facciamo. Se questi gruppi sociali trasferiscono una parte dei loro voti verso i partiti laici e verso il Psi, abbandonando la tradizionale tutela democristiana, non c’è che da esserne soddisfatti: ma a una condizione. La condizione è che, con questi nuovi voti, il Psi e i partiti laici dimostrino di saper fare una politica e di attuare un programma che davvero siano di effettivo e profondo mutamento rispetto al passato e rispetto al presente. Se invece si trattasse di un semplice trasferimento di clientele per consolidare, sotto nuove etichette, i vecchi e attuali rapporti tra partiti e Stato, partiti e governo, partiti e società, con i deleteri modi di governare e di amministrare che ne conseguono, allora non vedo di che cosa dovremmo dirci soddisfatti noi e il paese.
Secondo lei, quel mutamento di metodi e di politica c’è o no?
Francamente, no. Lei forse lo vede? La gente se ne accorge? Vada in giro per la Sicilia, ad esempio: vedrà che in gran parte c’è stato un trasferimento di clientele. Non voglio affermare che sempre e dovunque sia così. Ma affermo che socialisti e socialdemocratici non hanno finora dato alcun segno di voler iniziare quella riforma del rapporto tra partiti e istituzioni -che poi non è altro che un corretto ripristino del dettato costituzionale- senza la quale non può cominciare alcun rinnovamento e senza la quale la questione morale resterà del tutto insoluta.
Lei ha detto varie volte che la questione morale oggi è al centro della questione italiana. Perché?
La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono provare d’essere forze di serio rinnovamento
soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche.
Le cause politiche che hanno provocato questo sfascio morale: me ne dica una.
Le dico quella che, secondo me, è la causa prima e decisiva: la discriminazione contro di noi.
Non le sembra eccessivo Signor Segretario? Tutto nasce dal fatto che non siete stati ammessi al governo del Paese?
Vorrei essere capito bene. Non dico che tutto nasca dal fatto che noi non siamo stati ammessi nel governo, quasi che, col nostro ingresso, di colpo si entrerebbe nell’Età dell’ Oro . (…) Dico che col nostro ingresso si pone fine ad una stortura e una amputazione della nostra democrazia, della vita dello Stato; dico che verrebbe a cessare il fatto che per trentacinque anni un terzo degli italiani è stato discriminato per ragioni politiche, che non è mai stato rappresentato nel governo, che il sistema politico è stato bloccato, che non c’ è stato alcun ricambio della classe dirigente, alcuna alternativa di metodi e di programmi. Il gioco è stato artificialmente ristretto al 60 per cento degli elettori; ma è chiaro che, con un gioco limitato al 60 per cento della rappresentanza parlamentare, i socialisti si vengono a trovare in una posizione chiave.
Questo le dispiace?
Mi sembra un gioco truccato, oltre al fatto che bisogna vedere come il Psi sta usando questa posizione chiave di cui gode anche grazie alla nostra esclusione. Per esempio, potrebbe usarla proprio per rimuovere la pregiudiziale contro di noi. (…) Oppure i socialisti possono seguitare a usare la loro posizione per accrescere il potere del loro partito nella spartizione e nella lottizzazione dello Stato. E allora la situazione italiana non può che degradare sempre di più’ .
Dica la verità, signor segretario: lei ritiene che i socialisti stiano seguendo piuttosto questa seconda via, non la prima.
Ebbene, non sono io che la penso così, sono i fatti a dircelo. (…) Nell’ 80, poi, hanno addirittura capovolto la loro linea e, da una timida richiesta di far cadere le pregiudiziali anticomuniste, sono passati all’ alleanza con la destra democristiana, quella del ‘ preambolo’ cioè della più ottusa discriminazione contro di noi e della divisione del movimento operaio. I socialisti pensano di crescere in fretta al riparo di una linea come quella del “preambolo”. Io non credo che sarà così.  Ma poi quel che deve interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude.

Ancora lui: il Roundup 450 della Monsanto

01/07/2011 di Spoleto a 5 Stelle

Erano i primi di aprile quando un gruppo di genitori, che accompagnavano a scuola i propri bambini, videro nell’area pubblica di via de Gasperi, tra San Giovanni di Baiano e San Martino in Trignano, due operai dell’ECOL – ditta esterna dell’Ase – spruzzare diserbante lungo tutto il camminamento che attraversa il verde attrezzato, dove ogni giorno giocano numerosi bambini e passano il tempo diverse persone. Il tutto senza avvisare nessuno. Il diserbante in questione era il famoso Roundup 450 Plus, potente erbicida della Monsanto. L’assessore all’Ambiente Lisci si giustificò dicendo che quel prodotto lo usava anche l’Anas a bordo strada (!!!). E questo purtroppo era vero: già un anno prima avevamo conosciuto gli effetti di questo potente diserbante vedendo lunghe strisce di erba secca ai lati delle nostre strade – e, come gruppo consiliare Spoleto 5 Stelle, tramite il consigliere comunale Parente, avevamo fatto pure un’interpellanza al Comune riguardo questa questione  cui ci venne  risposto, dal primo degli assessori all’ambiente della giunta Benedetti, l’assessore Campana, in modo del tutto insoddisfacente. “Il punto – diceva Lisci riguardo al diserbante dato a San Giovanni– non è il diserbante, ma la mancata affissione degli avvisi per comunicare ai cittadini il trattamento”. In realtà, alla luce di quanto già diceva il New York Times, il pediatra Rodolfo Paramo e, oggi, Claire Robinson, portavoce di Earth Open Source e co-autrice del rapporto “Roundup and birth defects: Is the public being kept in the dark?” in un articolo riportato su Il Fattoquotidiano.it, il punto invece era ed è soprattutto il diserbante! Già perché quel prodotto, il Roundup 450 contiene il GLIFOSATO, un “erbicida totale” che, come dimostrato da numerose ricerche, causa malformazioni genetiche nei feti degli animali da laboratorio. I ricercatori hanno analizzato per diversi mesi le colture geneticamente modificate in cui si usa il Roundup, riscontrando grandi quantità di un agente patogeno che può causare aborti e malformazioni alla nascita negli animali. Queste ricerche sono partite da studi effettuati sull’alto tasso di malformazioni genetiche e cancro nella popolazione sudamericana, una delle aree al mondo in cui si usa maggiormente la soia Ogm Roundup (nata proprio per tollerare elevate quantità del diserbante omonimo.
Avete capito ora cosa spruzzano per togliere l’erba dove passiamo noi, i nostri bambini e i nostri animali. Senza contare che questo veleno filtra nella terra fino a raggiungere le falde acquifere, con tutto ciò che ne deriva. E forse non tutti sanno che il cancro è una malattia multicausale: nel corso della vita di un individuo le sue cellule vanno incontro a mutazioni genetiche e quando più mutazioni si sommano in una stessa cellula questa può perdere il controllo e iniziare a moltiplicarsi più rapidamente della norma. Oggi respiro un po’ di benzene lungo la strada e una parte del DNA di una cellula cambia; domani tocco un fiore diserbato e mettendo le mani in bocca induco un altro cambiamento a quella cellula. Nel tempo le mutazioni potrebbero essere talmente tante da farla impazzire e questa inizierà a moltiplicarsi e proliferare in modo eccessivo. Se la massa di cellule risultanti rimarrà ferma nella sua posizione formerà un tumori benigno, ma se le cellule mutanti perderanno anche il controllo di posizione allora la loro proliferazione diventerà invasiva e si diffonderanno nel corpo: è la nascita del tumore maligno, il cancro.         Non basta dire che la cosa è “ininfluente perché da sola può provocare una sola mutazione”, perché sommata a tutti gli altri inquinanti il contributo di ogni singola sostanza diventa davvero letale e neanche ce ne accorgiamo!!! Perciò stop a qualsiasi cosa che per denaro ci farà morire: se la gente fosse cosciente di ciò scommettiamo che impegnerebbe 5 minuti al giorno del proprio tempo a strappare le erbacce, a differenziare e a scegliere prodotti “meno inquinanti”.
Ci chiediamo: ma serve di fargli una guerra chimica così potente ad un po’ d’erbaccia? Ne vale la pena? Ma la vecchia falce? La zappa? No, eh? Troppa fatica… Andrebbe bene anche il decespugliatore, visti gli effetti del diserbante sull’erba e su noi.
Riassumiamo di seguito tutti i problemi causati dal Roundup (che, ripetiamo, è molto usato anche nel comune di Spoleto):
  • Sono state osservate malformazioni nelle nascite presso le zone ad
    alta irrigazione, di gravità crescente sino alla anencefalia (assenza
    del cervello);
  • La casa produttrice ha precedenti per pubblicità ingannevole e
    falsificazione studi di laboratorio;
  • Crea una generazione di infestanti super-resistenti che non è
    possibile rimuovere se non manualmente;
  • Il glifosato colpisce uno spettro troppo ampio di piante, batteri e
    funghi compromettendo seriamente l’ecosistema;

domenica 24 luglio 2011

Ecco cosa mangiano i maiali allevati in alcune aziende cinesi

Cina – Recentemente un reporter cinese ha documentato quanto accade in alcuni porcilai, nei pressi di Baimashan, nella provincia di Hunan. La sequenza fotografica mostra l’ambiente dove vivono gli animali e più che altro quello che mangiano, una brodaglia scioccante. Nei dintorni ci sono più di dieci aziende agricole e montagne di spazzatura ovunque, immondizia che emette un pungente odore acido tanto da sentirsi soffocare. Il reporter ha contato, dozzine di allevamenti di suini, ed ognuno organizzato nella stessa maniera, e cioè preparano una brodaglia nauseabonda con i rifuti urbani per far ingozzare i maiali. Chiaramente gli allevatori, senza scrupoli, vogliono risparmiare il più possibile e pare che il modo migliore sia quello di risparmiare sul mangime. A quanto emerso, a seguito di interviste più o meno autorizzate, sembra che i maiali siano per la maggior parte destinati ai mercati di altre province o addirittura all’estero. Speriamo che a qualcuno non venga in mente di utilizzare i maiali a Napoli per far sparire la spazzatura.






Danimarca: un complesso residenziale autosufficiente grazie alle fonti rinnovabili


di Francesco Calderone

Aalborg è una città della Danimarca nota per il carnevale, per la Jomfru Ane Gade e soprattutto, in tempi recenti, per essere stata la città che ha ospitato nel 1994 la prima conferenza europea sulle città sostenibili che ha dato vita alla così detta Carta delle Città Europee per uno sviluppo durevole e sostenibili o Carta di Aalborg.
Fedele a quell'idea di urbanizzazione riportata nella Carta che porta il suo nome, la città danese rappresenta oggi un esempio di cambiamento del tessuto urbano che mira all'autosufficienza e al risparmio energetico, alla vivibilità e alla fruibilità degli spazi cittadini.

In questo senso si muove uno dei progetti in sviluppo ad Aalborg presentato dallo studio di architettura CF Moller per un complesso residenziale che sorgerà sul lungomare: composto da 60 appartamenti, alto dai 4 ai 12 piani, si tratta di una struttura che utilizzerà solo fonti rinnovabili e sarà del tutto autosufficiente dal punto di vista energetico.
Il tetto sarà un piano inclinato esposto verso sud ricoperto di pannelli fotovoltaici e collettori per il solare termico che ricoprirà un'area pari a 1200 metri quadrati, sufficienti per la produzione di 104000 kWh di elettricità all'anno e la soddisfazione del fabbisogno del complesso (stimando in 1740 kWh/anno il fabbisogno di ciascun appartamento); inoltre saranno presenti quattro turbine eoliche che "cattureranno" il forte vento occidentale per creare un alimentatore supplementare utilizzato per ricaricare le auto elettriche.

Molta attenzione verrà data naturalmente alla scelta dei materiali necessari per un'ottimale coibentazione termica, così come alla disposizione e all'apertura delle finestre in modo da garantire la miglior esposizione alla luce naturale dei vari appartamenti, mentre un sistema di raccolta dell'acqua piovana verrà utilizzato per irrigare i giardini circostanti.
Aldilà del progetto, sicuramente valido e validamente pubblicizzato, ciò che colpisce in Danimarca così come in altri paesi nordici, è proprio l'impegno convinto verso un'urbanizzazione meno energivora e più a dimensione umana; qualcosa che in Italia pare ancora ben lungi dal venire.

Immagini © C. F. Moller Architects
Fonte:

Superdario bros. La settimana di Vergassola (16-22 luglio)

Sabato 16 Luglio

Ora per rilanciare l’economia serve un leader credibile. Per intenderci, non uno come quelli del Pd.

La manovra colpisce troppo le famiglie. Giovanardi cerca una mediazione. Sta pensando di tassare solo le famiglie con figli gay.

Domenica 17 Luglio

Camusso: “Basta minacce da Marchionne”. Pare, infatti, che l’Amministratore Delegato di Fiat avesse dichiarato di voler rimettere in produzione la Duna.

Mentre scatta la stretta sui cittadini, Montecitorio pubblica la spesa 2010 per gli onorevoli. L’assistenza sanitaria ai deputati costa 10 milioni e sono comprese anche le psicoterapie. Peraltro con scarsissimi risultati.

Lunedì 18 Luglio

Si uccide il vice di don Verzè. L’imbarazzo della Santa Sede: l’Osservatore romano oscura la notizia. Bruciando sul tempo il Tg1.

Fra i nomi a cui Berlusconi sta pensando per sostituire Alfano alla Giustizia, c’è anche Maria Stella Gelmini. Visto quello che è riuscita a fare con la scuola, Silvio è fiducioso che la Gelmini riesca a smantellare anche la Giustizia.

Martedì 19 Luglio

Sul decreto rifiuti, la maggioranza si divide. Hanno applicato il concetto di maggioranza differenziata.

Renzi attacca: “I dipendenti comunali di Firenze, sono come Fantozzi. Un quarto d’ora prima dell’uscita hanno già il cappotto addosso”. Un po’ è anche colpa sua, che per essere uno del Pd, fa certe dichiarazioni da rabbrividire.

Mercoledì 20 Luglio

Parlando del Governo, Alfano ha dichiarato: “Non cambiamo rotta”. Continuano a puntare dritti verso l’iceberg.

Nel Pdl cresce la paura: “Ci tireranno le monetine”. Tranquilli, dopo la Manovra, sarà difficile che gli italiani le sprechino per voi.

Giovedì 21 Luglio

Il Pdl vuole invalidare il voto che ieri ha portato all’arresto di Alfonso Papa. Se nemmeno questo dovesse servire a farlo uscire di prigione, ricorreranno alla classica torta con la lima dentro.

Napolitano si dice contrario al fatto che i magistrati assumano incarichi politici. Quelli meglio lasciarli agli indagati.

Venerdì 22 Luglio

Secondo uno studio promosso dall’associazione Prostitution Research and Education, è statisticamente più probabile che chi fa sesso a pagamento commetta reati e offese contro le donne o le istituzioni. Ora si spiega tutto…

Benzinai, sospeso lo sciopero del 26 e 27 luglio. Scongiurato così, il pericolo che in quei due giorni gli italiani non potessero farsi salassare.

di Dario Vergassolacon la collaborazione di Dario Tiano

sabato 23 luglio 2011

“Pronto, Minzo?”, così il Pdl detta la linea

Il gip di Trani invita i pm a esaminare alcune telefonate ddel direttore del Tg1 Augusto Minzolini col sottosegretario di Berlusconi e col sindaco di Roma Gianni Alemanno. Secondo il giudice il direttorissimo è "ossequiosamente assediato"
Concussione e abuso d’ufficio: analizzando le telefonate di Augusto Minzolini con Gianni Letta e Gianni Alemanno, il gip di Trani, Roberto Oliveri del Castillo, s’è convinto che il direttore del Tg1 potrebbe aver commesso dei reati. Se così fosse, questi reati avrebbero inciso anche sulla conduzione del telegiornale e, di conseguenza, sulla qualità dell’informazione pubblica.

Nelle conversazioni intercettate – per quanto risulta al Fatto Quotidiano – due, in particolare, hanno suscitato l’attenzione del gip. Nella prima, il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, si lamenta con Minzolini per un’inchiesta, condotta dai cronisti Rai, sulla vita notturna nella capitale. Il “direttorissimo”, a sua volta, viene intercettato mentre rintraccia il cronista che l’ha realizzata. E lo redarguisce con toni piuttosto bruschi. Se la procura dovesse decidere d’aprire un fascicolo, dopo aver iscritto Minzolini nel registro degli indagati, dovrebbe poi verificare se, in seguito alle telefonate, il servizio sulla movida a Roma sia stato mai trasmesso. Nella conversazione con Letta, invece, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, s’interessa ad alcuni giornalisti e discute, sempre con Minzolini, della loro posizione in Rai.

Il provvedimento del gip – che descrive un Minzolini ossequiosamente assediato dal Pdl – è ora all’attenzione del pool di magistrati che, nel marzo 2010, istruì il fascicolo – aperto all’epoca dal pm Michele Ruggiero – sulle pressioni esercitate da Silvio Berlusconi per silenziare Annozero. Le intercettazioni che riguardano Minzolini, Letta e Alemanno, infatti, furono registrate nel 2009 durante quella stessa inchiesta. E lo stesso pool, guidato dal procuratore capo Carlo Maria Capristo, ora dovrà decidere se iscrivere nel registro degli indagati Minzolini e – se lo riterrà opportuno – anche Letta e Alemanno. Il contenuto delle telefonate è comunque “top secret”, ma il quadro emerso, durante l’ascolto delle intercettazioni, rischia di far saltare gli equilibri dell’informazione in Rai: in alcune intercettazioni, le pressioni esercitate dal Pdl, sono infatti piuttosto esplicite. Andrebbe verificato, a questo punto, se e come, il direttore del Tg1 le abbia mai assecondate. Se queste telefonate saranno rese note, inoltre, toccherà ancora una volta alla Procura di Trani raccontare i retroscena – e con essi i meccanismi – dell’informazione pubblica, svelando i rapporti tra il Pdl e il direttore del telegiornale Rai più influente.

Il gip non ha usato toni morbidi, la sua analisi è impietosa, proprio per la funzione pubblica esercitata da Minzolini: la sua sollecitazione, indirizzata alla procura, per verificare se il direttore ha commesso dei reati è piuttosto netta. E così, le indagini della magistratura sull’informazione in Rai, si spostano da Annozero al Tg1. In pochi giorni sono stati aperti due fronti.

Il primo è quello della Procura di Roma: nel registro degli indagati, con l’accusa di abuso d’ufficio, sono stati iscritti Silvio Berlusconi, l’ex dg della Rai Mauro Masi e l’ex commissario dell’Agcom Giancarlo Innocenzi. La storia è nota: il premier fu intercettato mentre interveniva su Innocenzi per ostacolare le inchieste di Annozero. Il pm Ruggiero ipotizzò, per il premier, i reattori di concussione e minaccia, mentre ritenne Innocenzi parte offesa (salvo indagarlo per favoreggiamento, quando negò di aver ricevuto pressioni) e Masi rimase estraneo all’indagine. Trasmesso il fascicolo alla Procura di Roma, l’indagine passò poi al Tribunale dei ministri che soltanto una settimana fa, dopo ben 15 mesi, ha chiesto ai pm capitolini di mutare l’ipotesi di reato, trasformandola in abuso d’ufficio, sia per Berlusconi, sia per Masi e Innocenzi. Richiesta che la Procura di Roma, tre giorni fa, ha accolto effettuando l’iscrizione per i tre nel registro degli indagati. Il secondo fronte, quello che riguarda Minzolini, nasce dallo stesso filone d’indagine. Nel marzo 2010 – quando la Procura di Trani decide d’indagare su Berlusconi – il pool guidato da Capristo scrive al gip una richiesta: nel fascicolo ci sono centinaia di telefonate tra politici – parlamentari e non – con il “direttorissimo”. La procura chiede di sapere se devono essere distrutte, perché penalmente irrilevanti, oppure no.

La risposta è arrivata in queste ore. Alcune telefonate non vanno distrutte perché, secondo Oliveri del Castillo, hanno una rilevanza penale – per così dire – “diretta”. Altre – che secondo i gip, allo stesso modo, non meritano d’essere distrutte – hanno invece una rilevanza “indiretta”: aiutano a comprendere lo scenario, il contesto dell’eventuale reato, sono quindi utili per inquadrare penalmente la posizione di Minzolini. Al di là della vicenda penale, però, sarebbero utili anche a comprendere la correttezza della sua direzione al Tg1. E nelle conversazioni da “scenario”, tra le più significative, ci sono quelle con Maurizio Gasparri e Paolo Bonaiuti. Nei prossimi giorni, il pool della Procura di Trani e il suo capo, Nicola Maria Capristo, valuteranno le considerazioni del gip. Se dovessero poi aprire un fascicolo – eventualmente anche su Letta e Alemanno – l’indagine potrebbe essere trasferita a Roma.

da Il Fatto Quotidiano del 22 luglio 2011

venerdì 22 luglio 2011

Domande a Napolitano

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha invitato i magistrati a “evitare condotte che creino indebita confusione di ruoli e fomentino l’ormai intollerabile, sterile scontro tra politica e magistratura”. Su queste parole pronunciate all’indomani dell’arresto del deputato Alfonso Papa (Pdl), autorizzato dalla Camera, all’indomani del non arresto del senatore Alberto Tedesco (ex Pd) votato da Palazzo Madama, all’indomani delle notizie che riguardano Filippo Penati (Pd) indagato per tangenti a Milano, ci permettiamo di porre alcune domande che hanno il solo scopo di non incorrere in errate interpretazioni e meno che mai intendono tirare, come si dice, per la giacchetta l’inquilino del Colle.

La frase riportata pone l’accento sulle “condotte” dei magistrati, quasi fossero essi i maggiori responsabili dell’“intollerabile, sterile scontro” con la politica. È così? E quanto alle condotte della politica da evitare (le più disdicevoli quali la corruzione e l’associazione per delinquere oggetto delle indagini in questione) saranno affrontate in un intervento successivo del Quirinale? Tra le “condotte” da evitare ce ne sono di riscontrabili negli atti delle procure relativi ai succitati casi Papa, Tedesco, Penati? Oppure quello del capo dello Stato è un monito che solo casualmente si lega con la stretta attualità giudiziaria?

Infine, quando Napolitano chiede ai magistrati “di calare le proprie decisioni nella realtà del Paese, facendosi carico delle ansie quotidiane e delle aspettative della collettività” come tutto ciò può conciliarsi con l’articolo 101 della Costituzione secondo cui i giudici sono soggetti soltanto alla legge e con l’articolo 112 sull’obbligo dell’azione penale dei pm? E dove di ansie e aspettative non v’è menzione alcuna?

Il Fatto Quotidiano, 22 luglio 2011

“Gl’italiani, a proibir loro il Peccato, cadono nel Vizio”

Una lettera di Indro Montanelli al suo collega americano Edmund Stevens scritta a metà degli anni '50. Il Fatto Quotidiano ricorda così la scomparsa del più grande giornalista italiano avvenuta dieci anni fa.

Caro Edmund, il tuo richiamo agli scandali che da qualche anno rallegrano la vita italiana è per lo meno superfluo. Montagna, Anna Maria Caglio eccetera sono infatti, con la Lollobrigida e Sofia Loren, gli unici personaggi italiani su cui i tuoi compatrioti siano perfettamente informati e di cui parlino con competenza. Sanno tutto di loro: molto più di me, che non so quasi nulla. Ignorano un particolare soltanto: che questi scandali, nel nostro paese, sono una novità assoluta, e non ne rappresentano assolutamente il costume. E appunto per questo fanno tanto rumore. L’Italia non è un paese moralmente rigoroso. Al contrario, è un paese indulgente, dove il Peccato circola liberamente ed è accolto anche nelle famiglie più virtuose. Il Vizio, no. Ed è questo che nell’affare Montagna ha indignato gl’italiani, popolo di peccatori, sì, ma sani e gagliardi. Per meglio spiegarti il clima morale in cui noialtri, italiani medi, siamo stati educati, ti racconterò un piccolo aneddoto di famiglia.


Sulla tomba di mio nonno
, che fu per tanti anni sindaco di una piccola città toscana, Fucecchio, c’è un epitaffio che, come usa da noi, ne ricorda tutti i meriti e fra le altre cose lo presenta come “esempio di domestiche virtù”. Fu infatti un buon marito dell’unica moglie che ebbe e un eccellente padre dei suoi sette figli. E fu considerato un “esempio” non perché non cedette mai alla tentazione di qualche infedeltà coniugale, ma semplicemente perché nessuno seppe mai con chi le consumò. Solo dopo la sua morte si scoprì ch’egli aveva avuto una relazione con una di quelle che oggi si chiamano “ragazze-squillo” e vengono regolarmente perseguitate dalla polizia democristiana. Era una “cucitrice in bianco”, cioè una piccola sarta che, appena conosciuto mio nonno, emigrò da Fucecchio e comprò, con il denaro del suo nuovo amico, un piccolo negozio a Empoli. Era là, in una decorosa e discreta casetta, che l’esempio di domestiche virtù andava a visitarla con una frequenza che decrebbe col crescere dei suoi anni. Mio nonno era un laico, anzi un massone. Non voleva preti per casa, ma era contento che sua moglie e i suoi figli andassero ogni domenica a messa. Per Natale mandava sempre al Vescovo un paio di capponi accompagnati da una lettera di auguri e di ossequio, e quando lo incontrava per strada si toglieva per primo il cappello, ma non gli baciava l’anello. E massonico e laico era anche il concetto ch’egli aveva della virtù, che per lui consisteva non nel rifiuto pregiudiziale del Peccato, ma nell’obbligo di mantenerlo nella sua “sede”, che nella fattispecie consisteva nella decorosa e discreta casetta di Empoli, molto lontana da quella in cui stavano sua moglie e i figli.

Tu sei americano, caro Edmund, e come tale, anche se non lo sai e non lo vuoi hai un fondo puritano che forse trasalirà d’indignazione all’idea che un simile marito sia passato, agli occhi dei suoi concittadini, come un “esempio di domestiche virtù”. Ma per noi, italiani cattolici e laici, che della moralità abbiamo un concetto scettico e umano, questa pratica di vita coniugale rappresenta proprio un “optimum” e costituisce un “esempio”, come sta scritto sull’epitaffio.

Probabilmente sbagliamo, anzi sbagliamo certamente, a misurarci sul metro della Virtù Assoluta. Ma nella vita italiana già vecchia di millenni gli Assoluti sono stati messi in congedo permanente da parecchi secoli. Noi ci contentiamo del Relativo. E nel Relativo una moralità come quella di mio nonno faceva “esempio”.
Poi son venuti i democristiani, con un’altra moralità di sigillo clericale e confessionale. Essi hanno chiuso i bordelli. Essi hanno perseguitato le ragazze-squillo. Essi sono rappresentati da Ministri e da Deputati con mogli virtuose e acide e con sterminate figliolanze che i preti educano nella paura dell’Inferno. Essi hanno proibito l’esposizione della “Venere” di Botticelli perché mette in mostra “le vergogne”. E il risultato di questa gran ventata moralistica eccolo qui: l’affare Montagna, Capocotta, la crescente inflazione di cocaina e la sostituzione delle “vergogne” di Sofia e di Gina a quelle della “Venere” di Botticelli. Gl’italiani, a proibir loro il Peccato, cadono nel Vizio. Io che sono cresciuto nell’età delle “cucitrici in bianco” e dei bordelli sotto un esempio come quello di mio nonno (e di mio padre che molto gli somiglia) non ho bisogno di questi surrogati. La mia educazione sessuale, identica a quella di tutti gli altri miei coetanei, non ha fatto certamente di me un uomo virtuoso; ma ne ha fatto un uomo sano, perfettamente normale, senza complessi, che in mezzo a tutti i Montagna da cui siamo afflitti ha il diritto di sentirsi “modello di domestiche virtù”.

Io non so se nello scandalo di Anna Maria Caglio e Wilma Montesi ci siano delle omertà governative. Non so nemmeno se e fino a che punto siano colpevoli Montagna e Piccioni. So soltanto che nell’Italia laica scandali di questo genere non succedevano. Il tipico scandalo italiano era l’adulterio con la fuga dell’infedele e la sua uccisione da parte del marito offeso. Non dico che fossero belle cose. Non dico che fosse giusto il costume dei nostri tribunali di assolvere o di condannare a lievi pene l’uccisore. Dico soltanto che il vizio, la cocaina, il sospetto di complicità governative non c’entravano. Nei Paesi in cui non c’è il divorzio, l’adulterio è quasi obbligatorio. Ma oggi, nella moralità che cercano di introdurre questi nuovi Robinson Crusoè che sono i democristiani, convinti di ricreare il mondo da capo, ecco a cosa siamo arrivati: ai cadaveri in cerca d’autore dimenticati sulle spiagge e a un’ondata di inversioni sessuali che in Italia fin qui erano sempre state un fenomeno di quasi esclusiva importazione forestiera.

Il guaio, caro Edmund, è che questa nuova classe dirigente clericale è arrivata al potere quando era già vecchia. Per vent’anni il fascismo la obbligò a vivere in provincia, con pochi mezzi e in forzata austerità. Il peggiore di tutti i rimorsi, quello dei peccati non commessi, la ossessionava quando giunse a Roma, sulle baionette dei vostri soldati. Ora ch’eran padroni della barca, vollero riguadagnare il tempo perduto, ma purtroppo avevano già i reumatismi e il diabete. Per procurar loro quei paradisi che noi ci eravamo procurato a vent’anni nei bordelli e nella più assoluta normalità, occorrevano la cocaina, le minorenni, le pornografie, le partite a tre, a quattro, a cinque. Ecco com’è nata l’ondata di scandali, di cui Capocotta è diventata ormai il simbolo. Io non ho molta simpatia per i fascisti, lo sai. Ma debbo riconoscere che al loro tempo queste cose non succedevano. Essi giunsero a Roma quasi direttamente dalle trincee del Carso e avevano venticinque o trent’anni. Fecero tutto – guerra, rivoluzione e amore – al momento giusto. Sul piano morale, la Liberazione ha sostituito una classe dirigente di piccoli viziosi a una di grandi peccatori. Non ci abbiamo guadagnato.
Tutte queste cose io non posso spiegarle ai tuoi concittadini, quando m’interrogano sull’affare Montagna, perché qui il clima morale è completamente diverso. Nella stessa New York, per quanto sia una grossa baracca cosmopolita, il “caso Jelke” (ricordi?) fece scandalo. Tu mi dirai che di Jelke probabilmente ce ne sono molti altri. È possibile. Ma nulla e nessuno riuscirà a farmi credere che la vita americana sia minacciata, come quella nostra, dall’immoralità. Per una ragione molto semplice, caro Edmund: che mio nonno, quello che ha insegnato a vivere a me, era quell’esempio di domestiche virtù che ti ho descritto, mentre il nonno tuo, quello che ha insegnato a vivere a te, era un pioniere che doveva seguire la regola stretta e austera dell’accampamento.

Io non prendo per oro colato quello che i cineasti di Hollywood ci raccontano nei loro WESTERN (dei quali sono grande amatore). Ma un certo “clima morale”, come lo vediamo riprodotto in quei film, dev’esser vero. Voi, senza il puritanismo e senza la fede nel trionfo del Bene sul Male, non avreste fatto nemmeno un centesimo di quello che avete fatto. Senza una fede religiosa non si costruisce una cosa come l’America. Senza una fede religiosa non si compie nulla di grande: nemmeno i delitti. Questa fede religiosa in voialtri americani è viva; e lo si vede dal continuo sorgere di nuove sètte. Segno che la vostra discussione con Dio è sempre aperta. E chi discute con Dio ha il peccato difficile e seguito dal rimorso e dalle crisi di coscienza. Non tutti i frequentatori di Wall Street si fermano ad ascoltare predicatori – bianchi, neri, gialli – che, sul marciapiede, li mettono in guardia dai castighi che l’Inferno riserba ai seguaci di Mammone. Mammone, certo, seguita a fare gli affari suoi. Ma solo in una società a forte sustrato religioso è concepibile la pacifica coesistenza di Mammone col Vangelo. T’immagini cosa succederebbe se nella Borsa di Roma o di Milano si presentasse uno di quei predicatori. Cioè, non sforzarti a immaginarlo. Leggi la storia di Gerolamo Savonarola che, se rinascesse oggi in America, sarebbe lì anche lui, a Wall Street, a descrivere l’Inferno; ma nessuno lo brucerebbe.

Come nipote di quel tale nonno, io, capirai, non posso avere molte simpatie per il puritanismo. Lo invidio al tuo Paese senza augurarlo al mio. Perché è inutile cercare di trapiantarlo, come stanno tentando di fare i democristiani, in un terreno dove non trova nutrimento. In America il puritanismo sta benissimo, anzi ne costituisce la vera forza. Si potrà deprecarne e moderarne gli eccessi. Ma esso è nell’anima e nel sangue degli americani, della cui Storia è la chiave. Da noi si risolve in una grossa menzogna, in una colossale ipocrisia, e serve a spiegare soltanto il Marchese Montagna, Capocotta, la farsa della “Venere” di Botticelli e tutti gli altri indecenti foruncoli in cui scoppia, regolarmente, il sangue di un popolo avvelenato da una moralità da sacristia che non gli è congeniale.

Caro Edmund, noi cattolici italiani abbiamo faticato duemila anni per fabbricarci un Dio sulla nostra misura umana, cordiale, tollerante e pieno di indulgenza per i nostri peccati. Nel nostro Paradiso c’è perfino una stakanovista dell’adulterio, Maria Maddalena, e un professionista del furto, Ranieri, per dare speranza a chi cade in queste colpe e procurargli il perdono. Tutto ciò potrà fare a pugni con la Teologia, ma va benissimo d’accordo col nostro carattere.

E ora, ecco qui, i preti ce lo stanno rovinando. Ma che cattolici sono, i preti cattolici, perdio?

Sinceramente tuo

Indro Montanelli

Da Il Fatto Quotidiano del 21 luglio 2011

mercoledì 20 luglio 2011

Lettera del Maresciallo dell'Aereonautica che si dimette. Leggetela, perdete 2 minuti. Quest'uomo è un vero patriota.

Pubblicata da Questa pagina verrà bannata. Ma la rifaremo lo stesso. -The Revenge- il giorno mercoledì 20 luglio 2011 alle ore 18.27
 
Ebbene si cari colleghi. Ho deciso di fuggire. Fuggire per salvarmi… fuggire per continuare a vivere.
Ho servito il mio Stato per 28 anni in maniera decorosa. Ho servito il mio Stato in Bosnia, in Kosovo, in Albania e ovunque mi chiedevano di andare.
Ho addestrato i più giovani, cercando di insegnare il rispetto delle regole, l’onore, lo spirito di corpo e l’amore per quei tre colori che ogni giorno all’alzabandiera mi regalano un brivido. Ma oggi quel brivido l’ho sentito solo io. Ed è un brivido di disgusto, di delusione.
Alcuni miei colleghi per servire lo Stato hanno lasciato la famiglia e sono tornati a casa in una cassa di legno, eseguendo ordini di gente che guadagna in un mese quello che noi militari guadagniamo in un anno. E per tutta risposta, neanche la soddisfazione della promozione di un grado.
Non sono mai stato punito. Non ho mai rifiutato un ordine. Ma combattere in teatro operativo è facile… lì sai chi è il nemico…. ma combattere anche tutti i giorni a casa, dove il nemico sembra essere il tuo ministro, è troppo.
Dopo tanti anni, questa uniforme mi pesa. Troppe mattine inizio il lavoro chiedendomi “perchè?” Ho subito in silenzio 4 trasferimenti d’autorità, ho subito in silenzio una promozione mai arrivata, ho detto sempre “signorsì comandi”, come mi è stato insegnato e sempre in silenzio ho sempre accettato di essere comandato da gente talvolta incapace proiettata solo alla sua carriera.
Ho fatto la guardia all’immondizia di Napoli, ho fatto la guardia a poveri disperati dei centri di accoglienza. Sono stato in missione dormendo nelle bettole per fare risparmiare l’amministrazione. Ho addirittura pagato il carburante del mezzo militare per rientrare al reparto da una missione. Ed ora, alla soglia dei miei 46 anni di età e 28 anni di servizio, per ringraziarmi, mi bloccano lo stipendio per anni ancora, mi prendono per il culo con una F.E.S.I. ridicola, mi dicono che devo fare straordinari ma i soldi non ci sono, mi dicono che se mi ammalo non mi pagano, e tutto per fare ancora sacrifici per il mio paese.
Non voglio vomitare insulti sulla classe politica perchè sarebbe come sparare sulla Croce Rossa ma posso dire basta. Non vale più la pena servire questo Stato.
Mi dimetto. Mi dimetto da Italiano, mi dimetto da Soldato, e vi saluto!
 

Nel Pdl campano esiste una questione criminale


Allora ricapitoliamo. Poco fa la Camera ha concesso l’autorizzazione a mandare in galera il deputato Pdl napoletano Alfonso Papa, magistrato in aspettativa, accusato di far parte di una cricca che smerciava informazioni riservate a scopo di ricatto. Nelle carte, allegre storie di ricettazione di rolex rubati, firme falsificate per riottenere auto regalate, pessime frequentazioni.

Pochi giorni fa il Gip di Salerno ha ordinato l’incarcerazione del consigliere regionale Pdl Alberico Gambino, ex sindaco di Pagani (Salerno). Il giudice, accogliendo una richiesta di arresto della Procura antimafia, lo ha definito capo di un cartello criminale composto da lui, da qualche suo fedelissimo e da esponenti dei clan locali. Un cartello che ha ridotto Pagani a un feudo dove camorra e politica sono strettamente intrecciate, dove l’opposizione e la stampa sono intimidite, e dove tutto è permesso. Gli arresti scattano mentre sono ancora freschi di stampa gli articoli de ‘Il Mattino’, a firma Rosaria Capacchione, sul coinvolgimento del presidente Pdl della Provincia di Napoli, Luigi Cesaro, detto ‘Giggino a Purpetta, in un’inchiesta dei pm della Dda di Napoli per reati di camorra.

Contro Cesaro, che è anche coordinatore provinciale del Pdl, le parole di un pentito e di un avvocato dei boss. Nel mirino una speculazione immobiliare che faceva gola alla famiglia Cesaro. Alle ultime elezioni amministrative, poi, come dimenticare l’arresto in piena campagna elettorale del coordinatore cittadino del Pdl di Quarto, Armando Chiaro, persona molto vicina a Cesaro? Chiaro è incriminato di collusioni con clan Polverino, che lo definiva ‘l’onorevole Mesillo’ e si rivolgeva a lui per alcuni affari. Tradotto in carcere, è stato lo stesso eletto in consiglio comunale.

Intanto si trascina abbastanza lentamente a Santa Maria Capua Vetere (Caserta) il processo per camorra al coordinatore regionale campano del Pdl, Nicola Cosentino, di Casal di Principe (Caserta), imputato di aver stretto accordi con i clan casalesi nel business dei rifiuti in cambio di sostegno elettorale. Per il Gip di Napoli Raffaele Piccirillo, Cosentino andava arrestato. Ma il Parlamento lo ha salvato. E a breve la Camera tornerà ad affrontare una spinosa richiesta di arresto, quella del deputato azzurro di origini irpine Marco Milanese, eletto in Campania, per un po’ coordinatore provinciale del Pdl avellinese, ex consigliere economico di Tremonti. Milanese deve rispondere di una storiaccia di tangenti ed estorsioni.

Sicuramente dimentico qualcuno e qualcosa (ad esempio, gli arresti di un consigliere provinciale di Napoli del Pdl, Cigliano, in un’inchiesta sui subappalti dei rifiuti). Ma ce n’è abbastanza per dire che parlare di questione morale è riduttivo. Nel Pdl campano esiste una vera e propria questione criminale.

Sì, Berlusconi è un dittatore

Volete la prova empirica che Silvio Berlusconi è un dittatore? In fondo è semplice. Senza nessun pregiudizio, senza nessun pensiero preventivo. Proviamo a fare qualche domanda e dare qualche risposta.

Se Silvio Berlusconi non fosse un dittatore si sarebbe già dimesso? Certo che sì.  Se Berlusconi non fosse un dittatore avrebbe retto l’urto degli scandali sessuali? Certo che no. Se Berlusconi non fosse un dittatore avrebbe potuto trasformare la menzogna in verità, i mafiosi in eroi, i disonesti in onesti?

E ancora. Se Berlusconi non fosse un dittatore non si dimetterebbe per il bene del proprio paese? Certo che sì.  E se non fosse un dittatore il suo partito non lo costringerebbe alle dimissioni? Certo che sì. Se Berlusconi non fosse un dittatore avrebbe imposto il “signorsì” come unico dialogo dentro il Pdl? Ovviamente no.  Se Berlusconi non fosse un dittatore avrebbe retto tutti questi anni? Ovviamente no. Se Berlusconi non fosse un dittatore utilizzerebbe i suoi giornali – con annessa “macchina del fango” – con fini politici? Ovviamente no.

Se Berlusconi non fosse un dittatore cercherebbe di evitare i processi? Se Berlusconi non fosse un dittatore cambierebbe le leggi a suo piacimento? Se Berlusconi non fosse un dittatore avrebbe fatto politica? Se Berlusconi non fosse un dittatore avrebbe bisogno di occupare i mass media?

Aggiungete le domande che volete. La risposta sarà sempre la stessa. Sì, Berlusconi è stato ed è un dittatore. Perché il suo potere non deriva dal consenso, deriva invece dalla sua capacità infinita di pagare tutto ciò che c’è da pagare. Berlusconi è un dittatore perché il suo potere non ha nulla di politico e tutto di economico. Berlusconi è un dittatore perché pensa di essere il proprietario dell’Italia. Oltre le regole della democrazia. Oltre le regole del buon senso. Oltre le regole della civiltà.

TUTTO il PATRIMONIO FININVEST

La holding di Silvio Berlusconi

Fininvest è la holding che raggruppa le proprietà della famiglia Berlusconi, ha un patrimonio di 2,5 miliardi e ha registrato utili nel 2010 per 87,1 milioni decidendo però di non versare alcun dividendo ai soci. Solo l’anno prima aveva distribuito cedole per 200 milioni di euro e così la decisione è stata collegata dagli osservatori all’imminente decisione sul Lodo Mondadori: anche dieci giorni fa, approvando i dati di bilancio, la finanziaria aveva però ribadito la convinzione che non ci fosse proprio alcun danno da risarcire, decidendo di non accantonare alcuna cifra per la vicenda.

L’intero gruppo che fa capo a Fininvest conta su ricavi per ben 5,8 miliardi e utili per 160,1 milioni. A fine anno aveva un indebitamento netto di 1,3 miliardi. La holding controlla il 39% di Mediaset, il 50% di Mondadori, il 36% di Mediolanum, oltre al Milan (100%) e al Teatro Manzoni (100%). Fa capo alla finanziaria anche la quota del 2% di Mediobanca, il “salotto buono” della finanza milanese: l’1% è conferito al patto di sindacato, e per la famiglia partecipa il presidente Fininvest Marina Berlusconi, consigliere anche dell’istituto di Piazzetta Cuccia. Fininvest ha poi il 24% di Molmed, lo spin off quotato del San Raffaele attivo nella ricerca oncologica, e il 2,06% di Aedes. La famiglia Berlusconi controlla Fininvest tramite otto finanziarie, denominate tutte Holding Italiana, ma con diversa numerazione. Inizialmente queste ‘scatolè erano ben 22, ridotte a otto dopo l’ultimo riassetto del 2004. Il controllo fa sempre capo a Berlusconi con il 63% del capitale (tramite la Holding Italiana Prima, Seconda, Terza e Ottava). I figli del primo matrimonio Marina (è anche presidente Mondadori) e Piersilvio (vice presidente Mediaset) hanno una quota del 7,65% a testa (rispettivamente attraverso le holding Quarta e Quinta). Nell’estate del 2005 anche i figli di secondo letto, Barbara, Eleonora e Luigi, hanno ricevuto una quota del patrimonio e hanno attualmente il 21,4% di Fininvest (attraverso la holding Quattordicesima). Tra le vicende famigliari, resta intanto ancora aperta la causa di separazione tra Berlusconi e Veronica Lario, e con essa ogni eventuale impatto sul patrimonio di famiglia. Nella vicenda del Lodo Mondadori, Fininvest ha ottenuto di congelare il risarcimento alla Cir di Carlo De Benedetti, almeno fino all’esito del processo d’appello, presentando nel dicembre 2009 una fideiussione per 806 milioni di euro garantita da Intesa Sanpaolo e controgarantita da Unicredit, Mps e Popolare di Sondrio. Tecnicamente la fideiussione scadeva in aprile ma nel frattempo è stata rinnovata in attesa della sentenza. Nel bilancio 2009 Fininvest spiegava di non aver presentato alcuna garanzia o pegno per la fideiussione, “anche in considerazione del valore del patrimonio netto contabile della capogruppo, del valore economico dello stesso ed infine del merito di credito conosciuto”.
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...SE QUESTO NON E’ CONFLITTO D’INTERESSI!  ALLORA COS’E’?

POESIA PER CHI RESISTE

pubblicata da Giovambattista Marcello il giorno venerdì 15 luglio 2011 alle ore 18.37

Precario e' l 'equilibrio prima che cadere
credere e non avverare star l'orlo il burrone 
senza aver nulla da gettare 
il tempo dei guinzagli sta come a strozzare
chi tira le file dei fili
e sa solo annodare.

ritratto  l'Italia poggiata un soffio
che scappa e corre sotto mentre scrivo
che gocciola talenti come foglie il vento
che getta semi sparsi il cemento
in questo lampo che rimanda  il boato 
d'una storia che s'e' interrotta 
che s'ora la distanza si fa' corta
ognuno merita il regime che sopporta.

poesia per chi resiste le sedie a progetto
per chi s'alza l'alba e non va piu' a letto 
per chi scivola i cantieri senza contratto
per chi soffoca i padroni del ricatto 
di pensare che poi tutto in fondo vada bene 
che la paura fa prigione 
molto piu' che la gabbia 
o le catene .
(poesia scritta sulla saracinesca della Trattoria "resistente" Mauro il Bolognese, Milano.