sabato 24 settembre 2011

Mafiacitorio

Legalizzare la mafia sarà la regola del Duemila”, cantava De Gregori nel 1989. Finalmente ci siamo. I politici di governo parlano come i mafiosi. Altro che casta, questa è una cosca. L’altro giorno abbiamo segnalato il contributo del molto intelligente Ferrara alla mafiosizzazione del linguaggio politico, quando il tenutario di Radio Londra ha fatto un uso criminoso della tv pagata coi soldi di tutti per spiegare che B., versando centinaia di migliaia di euro a Tarantini e Lavitola, non ha pagato il pizzo al racket: si è solo garantito “la protezione”. Gli ha subito fatto eco il suo padrone con tutta la corte, fulminando il ministro Tremonti, reo di non aver votato per salvare dal carcere il fido Milanese, accusato solo di associazione a delinquere e altre robette. Ma come: la cosca si presenta compatta alla Camera per strappare un compare dalle grinfie degli sbirri, e uno dei boss se ne va all’estero? E dire che lo stesso Milanese, secondo il Corriere (mai smentito), l’aveva avvertito: “Se vado in galera, non ci andrò da solo”. Paniz era stato ancora più chiaro: “Se arrestano lui, domani potrebbe toccare a chiunque di noi”.

È tutto un incrociarsi di ricatti
, avvertimenti, minacce, messaggi trasversali. E non nelle intercettazioni, che al confronto sono roba da educande. Ma nelle dichiarazioni pubbliche. Del resto l’aveva detto il molto intelligente Ferrara a Micromega nel 2002: “Se non sei ricattabile, non puoi fare politica, perché non sei disposto a fare fronte comune”. Dunque il compito del ministro dell’Economia non è salvare il salvabile (ammesso che ci sia ancora qualcosa di salvabile) al Fmi, al G20 e in altri consessi internazionali: è fare il palo e tenere il sacco al compare di turno. “Meglio uno sbirro amico che un amico sbirro”, diceva Provenzano ai suoi picciotti secondo l’ultimo pentito di mafia. Infatti ora Tremonti è visto con sospetto, come il padrino che diserta i summit e qualcuno insinua che stia diventando “sbirro”, che stia trescando con la polizia. “Tremonti è immorale”, schiuma il boss del Consiglio: “Non essere venuto a votare per il suo amico, mentre noi ci mettevamo la faccia, è una cosa indegna”. Milanese: “Mi ha nauseato, io sono qui sulla graticola al posto suo e lui scappa”. La Santanchè: “Dobbiamo essere uniti nella buona e nella cattiva sorte”.

Gli house organ della banda esultano nella migliore tradizione mafiosa perché un altro l’ha fatta franca. Libero: “Manettari scornati”. Il Giornale: “La maggioranza tiene, niente carcere per Milanese”. Poi mitragliano il traditore. “Tremonti scappa”, titola don Olindo. E Giordano, degno allievo: “Il coniglio dei ministri va in fuga. Mentre la maggioranza fa quadrato per salvare il suo collaboratore, lui taglia la corda”. Anche la scelta dei vocaboli è illuminante. Sono i manigoldi di tutte le risme che dicono “tagliare la corda”. Del resto sono 17 anni che il Parlamento condivide le stesse preoccupazioni delle bande criminali: come fuggire alle manette, alle intercettazioni, ai magistrati, ai processi, alle indagini, alle perquisizioni, agli interrogatori, ai pentiti, ai testimoni. E legifera di conseguenza. B. a Lavitola: “Te l’avevo detto che ci intercettavano”. B. al suo domestico Alfredo venuto a portagli tre telefonini peruviani appena omaggiati da Lavitola: “Ma guarda un po’, queste cose le fanno i mafiosi” (infatti cominciò subito a usarli). Lavitola a Tarantini: “Lo mettiamo in ginocchio… con le spalle al muro… alle corde… e lui ci dà tutti i soldi che vogliamo”. La D’Addario alla Montereale: “Mo’ voglio fare uscire fuori un po’ di cose”. E l’altra: “Sì, puoi fargli il culo come ha fatto Noemi, quella puttana”. A furia di frequentarle, il presidente del Consiglio ha rovinato anche le mignotte. Alla prossima festa della Polizia, i membri del governo si daranno alla fuga di massa. “Arriva la Madama”. “Ci hanno beccati”. “Oddio, la Pula”, “Metti in moto”. “Passami il piede di porco”. “Tagliamo la corda”.
Il F.Q., 24.10.2011

venerdì 23 settembre 2011

IMPORTANTE: "Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet"

NESSUN TELEGIORNALE HA AVUTO IL PERMESSO DI DIFFONDERE QUESTA NOTIZIA PASSIAMO PAROLA CON IL WEB per il futuro Ieri il Senato ha approvato il cosiddetto pacchetto sicurezza (D.d..L. 733) tra gli altri con un emendamento del senatore Gianpiero D'Alia (UDC) identificato dall'articolo 50-bis: "Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet"; la prossima settimana Il testo approderà alla Camera come articolo nr. 60. Questo senatore NON fa neanche parte della maggioranza al Governo... il che la dice lunga sulle alleanze trasversali del disegno liberticida della Casta. In pratica in base a questo emendamento se un qualunque cittadino dovesse invitare attraverso un blog (o un profilo su fb, o altro sulla rete) a disobbedire o a ISTIGARE (cioè.. CRITICARE..??!) contro una legge che ritiene ingiusta, i providers DOVRANNO bloccarne il blog o il sito. Questo provvedimento può far oscurare la visibilità di un sito in Italia ovunque si trovi, anche se è all'ESTERO; basta che il Ministro dell'Interno disponga con proprio decreto l'interruzione dell'attività del blogger, ordinandone il blocco ai fornitori di connettività alla rete internet. L'attività di filtraggio imposta dovrebbe avvenire entro 24 ore; pena, per i provider, sanzioni da 50.000 a 250.000 euro. Per i blogger è invece previsto il carcere da 1 a 5 anni oltre ad una pena ulteriore da 6 mesi a 5 anni perl'istigazione alla disobbedienza delle leggi di ordine pubblico o all'ODIO (!) fra le classi sociali. MORALE: questa legge può ripulire immediatamente tutti i motori di ricerca da tutti i link scomodi per la Casta. In pratica sarà possibile bloccare in Italia (come in Iran, in Birmania e in Cina) Facebook, Youtube e la rete da tutti i blog che al momento rappresentano in Italia l'unica informazione non condizionata e/o censurata. ITALIA: l'unico Paese al mondo in cui una media company (Mediaset) ha citato YouTube per danni chiedendo 500 milioni euro di risarcimento. Con questa legge non sarà più necessario, nulla sarà più di ostacolo anche in termini PREVENTIVI. Dopo la proposta di legge Cassinelli e l'istituzione di una commissione contro la pirateria digitale e multimediale che tra meno di 60 giorni dovrà presenterà al Parlamento un testo di legge su questa materia, questo emendamento al "pacchetto sicurezza" di fatto rende esplicito il progetto del Governo di "normalizzare" con leggi di repressione internet e tutto il sistema di relazioni e informazioni che finora non riusciva a dominare. Mentre negli USA Obama ha vinto le elezioni grazie ad internet, l'Italia prende a modello la Cina, la Birmania e l'Iran. Oggi gli UNICI media che hanno fatto rimbalzare questa notizia sono stati la rivista specializzata "Punto Informatico" e il blog di Grillo. Fatela girare il più possibile per cercare di svegliare le coscienze addormentate degli italiani perché dove non c'è libera informazione e diritto di critica la "democrazia" è un concetto VUOTO. Documentazione diffusa da Coordinamento degli Enti Locali per la Pace e i Diritti Umani
WebRepOverall rating
RIFLETTI SULL'IMPORTANZA DELLA LIBERTA' DI PENSIERO, DI STAMPA E D'INFORMAZIONE.
FALLA GIRARE
 

domenica 18 settembre 2011

Perché mandare don Gallo al massacro?

Ieri sera nella trasmissione “In Onda”, il talk-show de la Sette, abbiamo assistito in presa diretta al massacro mediatico di don Gallo, ad opera di interlocutori altrimenti improbabili; quali un monomaniaco fondamentalista del mercato, come il rieccolo malagodiano Antonio Martino, coadiuvato dal co-conduttore Nicola Porro, un perfido finto pacioso molto jet-set del Salento, berlusconiano mordi e fuggi di scuola Il Giornale.

I fan a prescindere del prete genovese probabilmente non se ne sono accorti, ma l’impressione che uno spettatore non pregiudizialmente schierato poteva ricavare dalla discussione era quella di due persone responsabili (i liberisti Martino e Porro), che esponevano problemi concreti, e un contraddittore in affanno (il no global Gallo, definito benevolmente “pretacchione” dal Milton Friedman de’ noantri Martino) aggrappato a genericità buonistiche e nuvole evangelico-sinistresi. Che – tra l’altro – cadeva in tutte le trappole sparse dai navigati furboni che lo attendevano al varco. Come quando il Porro, con l’accenno di birignao che fa neoborghese (anche mentre si ricatta Emma Marcegaglia?), gli chiedeva “qui chiudono le fabbriche, quali sono le sue ricette?” e il religioso non riusciva a divincolarsi, sperduto in appelli al volontariato e alla piazza. Se fosse stato un po’ più abile, avrebbe potuto replicare all’americanista un tanto al chilo con una battuta americana. Quella di John F. Kennedy, quando Richard Nixon gli pose la stessa questione: “al governo ci siete voi, fatemici andare e allora vi farò vedere”.

Santa ingenuità! Di fatto l’anziano “don” è avido di platee e l’ennesimo invito in televisione ha funzionato certamente da richiamo irresistibile. E fin qui è solo un problema suo. Purtroppo la retorica neofrancescana con cui si esprime funziona al meglio in un contesto orientato a proprio favore. Mentre, se deve misurarsi con ragionamenti (soprattutto se di provocatori volti al male o di ideologi pervicaci), rivela la fragilità delle dotazioni argomentative. E questo diventa un problema non più solo suo. Visto che consente il passaggio indenne di vere e proprie mascalzonate intellettuali. Come quando l’ineffabile Martino riproponeva la corbelleria che non esisterebbe un rapporto squilibrato di interdipendenza distributiva tra ricchi e poveri; mostrava senza arrossire la mela avvelenata per cui la ricchezza va a vantaggio di tutti; riproponeva l’insopportabile logica da dama della San Vincenzo che destinerebbe il benestante caritatevole a soluzione ottimale delle ingiustizie materiali.

Un rancido ciarpame, che ancora si poteva sopportare all’epoca del capitalismo manifatturiero, in cui la produzione industriale aveva interesse ad allargare la sfera del consumo coinvolgendo gli strati meno abbienti della società; che non funziona più in epoca di capitalismo finanziarizzato (creazione di denaro a mezzo denaro), in cui ai ricchi non può fregargliene di meno dei poveri, degli esclusi.

Ma tutto questo don Gallo non lo sa. Come non sa che le privatizzazioni sono l’astuzia (anche italiana: autostrade, telefonia, sanità, scuola, acqua…) grazie alla quale è stato svenduto il patrimonio pubblico a quei finanzieri e banchieri che, alla prima difficoltà, strillano reclamando interventi di salvataggio da parte dello Stato.

Per questo è successo quanto non doveva succedere: lasciato tracimare, il duetto Martino e Porro ha fatto un figurone. Sono sembrate persone affidabili.

Sarebbe ora – invece – che la nullaggine di questi fini dicitori di canzoncine che hanno portato il mondo sull’orlo della catastrofe, la malafede e le acrobazie mistificatorie di siffatti supporter finto-indipendenti del berlusconismo fossero smascherate. Sono troppi anni che la guerra non dichiarata dei ricchi contro i poveri è stata avvolta nelle chiacchiere propagandistiche che disegnano a vantaggio del privilegio (e a tragico svantaggio degli altri) un mondo che non è virtuale, è fasullo. Ma sono anche troppi anni che il compito di svelare l’inganno viene delegato alla declamazione retorica. Talvolta al narcisismo innocuo del protagonismo.

Certo, il Vaticano è schierato dalla parte dell’inganno promosso dagli espropriatori di ricchezza e di verità. Per cui un prete che dice parole non ortodosse può venire utile all’opposizione, nella logica (diciamolo, un po’ staliniana) del “compagno d strada”.

Ma bisogna rendersi conto che tale prete è un simbolo, non uno speaker.

I simboli non parlano, svolgono funzioni metalinguistiche. La ragione per cui vanno preservati. Non vanno mandati al massacro. Anche loro malgrado.

Altrimenti mezze calzette come Porro e Martino fanno la figura dei colossi.

Un’ultima considerazione, più generale. In questi lunghi anni, mentre avveniva la sistematica devastazione della società italiana a ogni livello, la denuncia di singoli misfatti e reati non è mai mancata (tanto che la cronaca giudiziaria è diventata un vero e proprio genere letterario); ha latitato – invece – la comprensione “sistemica”: l’analisi ricostruttiva delle strategie e dei processi in atto (dal fenomeno Berlusconi come mutazione genetica del sociale alle reali poste in palio). Con almeno due effetti gravissimi: si è reso possibile presentare come “normale” ciò che normale non era; il dibattito pubblico è degenerato in tifo da stadio, in cui si sfidano opposte fazioni.

sabato 17 settembre 2011

Gli onorevoli avvocati e il codice bunga bunga

Che Silvio Berlusconi potesse presentarsi, da solo, come persona informata dei fatti, nonché parte lesa davanti ai magistrati di Napoli era un’ipotetica dell’ irrealtà, fin dal primo momento.  Lo avevano pienamente confermato “l’impegno” in Europa e la trattativa truccata dall’inizio dei suoi legali con la Procura, ben consapevoli che il loro assistito non avrebbe mai potuto sostenere un interrogatorio in cui non potesse avvalersi della facoltà di non rispondere o di mentire ad libitum come è concesso in Italia all’imputato.

Nella cosiddetta memoria difensiva che dovrebbe, secondo l’interessato e i molto onorevoli difensori, rendere superfluo il colloquio, si tenta di spiegare che la presunta vittima dell’estorsione ha tutt’al più, per pura liberalità, dato mandato alla fedelissima segretaria Marinella Brambilla di prelevare dalla cassaforte domestica un po’ di spiccioli per una famiglia facoltosa caduta in disgrazia a seguito delle iniziative dei soliti magistrati ”delinquenti”.

Dalle densissime telefonate con il faccendiere-giornalista Valter Lavitola appare un quadro leggermente meno improntato a quotidiana e domestica  generosità. Infatti il compare di “Gianpi”, al quale smistava il grosso della “beneficenza”, in un colloquio a metà ottobre del 2009 intrattiene il presidente del Consiglio su temi decisamente più caldi, come la riproposizione del Lodo Alfano con qualche aggiustamento di facciata, in attesa che la prescrizione faccia il suo corso, e il finanziamento ai giornali amici, per esempio il suo Avanti, ma anche Libero, naturalmente.

Per impedire che il loro assistito possa trovarsi nella situazione irrimediabile di sedersi davanti a un magistrato e parlare senza rete, gli “onorevoli avvocati” sono disposti a tutto, tanto più che ormai la natura incontrovertibile dello scambio permanente tra il loro assistito e la coppia Tarantini è dettagliatamente confermata anche nella imponente documentazione depositata a Bari a chiusura dell’inchiesta sul vorticoso giro di escort per “le serate conviviali”.

Secondo Niccolò Ghedini e Piero Longo, spacciati per avvocati aggueritissimi e supertecnici del diritto penale, il premier dovrebbe essere sentito non come testimone, tenuto a dire il vero e dunque a rischio concretissimo di imputazione per falsa testimonianza, bensì come imputato di reato connesso nel processo Ruby, dove non è solo “utilizzatore” finale, ma rinviato a giudizio per prostituzione minorile e concussione.

Pur di sottrarlo al colloquio decisivo con i magistrati “delinquenti” i giureconsulti con studio ad Arcore non hanno esitato a creare nel loro codice di procedura penale da bunga bunga l’inedita figura della “connessione ad personam” a beneficio del loro cliente molto speciale.

Poco importa che i magistrati napoletani abbiano puntualmente rilevato che si tratta di un collegamento solo “in senso fattuale”, al di fuori “dell’unica ipotesi di collegamento investigativo rilevante ex art.197 cpp.” In sostanza i pm hanno spiegato che la richiesta avanzata dai difensori per il loro assistito è semplicemente irricevibile in quanto l’art.197 del codice di procedura penale attualmente in vigore prevede alla lettera A che non possano essere assunti come testimoni esclusivamente i “coimputati del medesimo reato” o di reato connesso in senso soggettivo, oggettivo o causale, tutte ipotesi non configurabili tra il processo Ruby a Milano e l’inchiesta napoletana su Tarantini & C.

Ma naturalmente si tratta di di obiezioni giuridiche sulla base della legislazione vigente e sul principio (obsoleto) che la legge sia uguale per tutti. Che cosa contano per gli artefici del corpus più imponente di leggi ad personam mai concepito in Occidente e per chi non ha altro obiettivo se non tentare con ogni mezzo l’ultima disperata spallata contro i nemici pubblici che applicano la legge?

I capigruppo del Pdl alla Camera e al Senato, Cicchitto e Gasparri hanno intimato al Csm, che dovrebbe essere l’organo costituzionale a garanzia dell’ indipendenza della magistratura dal potere politico, di “vigilare al massimo livello” nei confronti ovviamente dei pm titolari dell’inchiesta napoletana e l’offensiva anti-intercettazioni è ripartita per l’ultimo assalto.

Premier a tempo perso

Faccio il primo ministro a tempo perso“. Così Berlusconi a Marysthell Polanco (l’unica donna meno erotica di Livia Turco). Grande scandalo per cotanta affermazione, ma è un’indignazione fuoriluogo: ce n’eravamo accorti da soli.

Dalla rumenta delle intercettazioni baresi, emerge lo squallore che ti aspetti da un satiro tascabile che millanta (“Ieri sera avevo la fila fuori dalla porta, erano in undici. Me ne sono fatte solo otto, non potevo fare di più”) e ha della plebe il rispetto che il lanista Batiato riservava ai gladiatori (“Possiamo decidere del loro destino perché siamo uomini di potere, ma le voglio tutte giovani”).

Mentre già si parla di una riedizione della legge Bavaglio, nella versione tollerata da parte della cosiddetta “opposizione” e ovviamente pronta all’avallo del Grande Monitorante Napolitano, si leggono i consigli intellettuali di Gianpi Tarantini (“Se metti le calze ti ammazzo”, “Vestiti proprio da mignotta! Mettiti un vestito nero corto altezza f…, si deve vedere il pelo appena”) e i vanti pateticamente machisti di un vecchietto erotomane (da leggenda il dialogo con Patrizia D’Addario. Berlusconi: “Capisco, tu hai subito dei colpi… perché io poi ti ho dato dei colpi pazzeschi ieri… dei colpi che… e ho mantenuto un ritmo anche colossale. La D’Addario: “Uhms, se lo sai tu…”. Poi, rivolgendosi a Tarantini: “Mi buttava la coperta addosso e io stavo morendo di caldo (…) Sai, a un certo punto della notte non ci riusciva… niente, ha detto che era… che era la prima volta… Sarà l’emozione, la stanchezza”).

Gran parte della stampa (di destra e sinistra) glissa: guai a guardare dal buco della serratura. Nel solito impeto di erezione facile, Repubblica ieri paragonava Manuela Arcuri alla Magnani perché aveva detto “no” a Berlusconi (è lo stesso giornale che, dopo le europee, creò l’immortale parallelismo Debora Serracchiani-Barack Obama). Poi, ovviamente, il giorno dopo si scopre che la Arcuri – la stessa degli spot per il Mahatma Marra sullo “strattttegismo sentimentale” – non ha detto no, ma prima di concedersi “voleva vedere il cammello“. Essere cioè certa dei vantaggi che avrebbe ottenuto dalla ipotizzata copula a tre (featuring la filosofa Francesca Lana). Alla fine non se ne fece di nulla non per moralismi o pudori, ma perché la Arcuri si imbarazzò quando seppe della presenza – la sera dell’agognato ménage – di Paolo Berlusconi a Palazzo Grazioli, amico della manager della “attrice”.

Lo scenario è drammaticamente chiaro: un premier che neanche in Uganda, un giornalismo che neanche in Belize, una pletora di collaborazionisti e cortigiani che va da ex direttori Rai a pseudo-imitatori da Bagaglino.

In tutto questo – c’è arrivato persino Eugenio Scalfari – il problema non è Berlusconi. E’ chi lo vota. Il problema è un paese che da decenni, anzi da sempre, non si innamora dell’uomo forte ma della caricatura dell’uomo forte. Mussolini, Craxi, Berlusconi.

L’attuale primo ministro (a tempo perso) ne è variante e versione estrema: una macchietta derisa da tutti (tranne che da noi), che nemmeno i suoi avvocati si fidano a lasciar solo per una testimonianza (come parte lesa: non c’è abituato). Un nonnetto che si dice – da solo – che ce l’ha lungo come una sciabola, che mantiene ritmi “pazzeschi” e “colossali”, che “se ne fa solo otto” (e qui il suo elettorato si gasa: daje), che quando fa cilecca racconta balbettando che “è la prima volta che mi capita, sarà l’emozione“. Una barzelletta bonsai e dannosissima.

Faccio il primo ministro a tempo perso“. Gli italiani, invece, fanno gli italiani a tempo pieno. E i risultati si vedono. Da diciassette anni almeno.

Ps: Che poi, in tutto questo, quello che non capisco è perché Berlusconi copriva il volto della D’Addario con una coperta. Il contrario, casomai: l’estetica è importante, in certi frangenti.

lunedì 12 settembre 2011

B. e Gheddafi, tre anni di idillio

Dall'accordo del 2008 che ha messo fine all'eredità coloniale italiana fino al recente "tradimento" di Silvio. Diplomazia ma anche affari privati, come quelli attorno a Nessma Tv e Quinta Comunication

“Il mio capolavoro diplomatico”. Così l’anno scorso Silvio Berlusconi definiva la ritrovata amicizia tra Italia e Libia all’insegna del petrolio e del pugno di ferro contro le carrette del mare. Oggi, dopo 42 anni di dittatura, l’anziano leader è ormai solo e abbandonato. Rinnegato all’ultimo anche dal premier italiano. Il rapporto, nato nel 2008 quando i due paesi si sono lasciati alle spalle la pesante eredità coloniale, è durato solo tre anni per finire nel più violento dei modi: con il tradimento reciproco, le bombe, le minacce di morte. Ecco la storia di un idillio tra sultani che ha imbarazzato l’Italia davanti al mondo intero.
IL PREMIER E IL BACIAMANO A GHEDDAFI
C’è un’immagine che rappresenta meglio di altre il rapporto tra i due leader. E’ il 27 marzo del 2010 e B. è ospite al vertice della
Lega Araba in corso a Sirte dove sarà ratificato il trattato di amicizia “capolavoro” firmato un anno prima a Tripoli. L’incontro tra i due, dopo un abbraccio, finisce con Berlusconi che s’inchina al leader arabo e ne bacia la mano con deferenza cortigiana. Il fotogramma fa il giro del mondo e ancora una volta imbarazza l’Italia. Ma è solo l’antipasto, perché sei mesi più tardi il Rais è di nuovo a Roma per festeggiare il secondo anniversario del trattato di amicizia tra i due paesi. E’ una calda notte di agosto e la tenda di Gheddafi, allestita non più a Villa Doria Pamphilj come l’anno prima, ma nella residenza privata dell’ambasciatore libico, è il luogo dove il dittatore ha portato la sua scorta di amazzoni e 30 cavalli arabi arrivati con volo speciale a Fiumicino.

Ma più che il
folklore per le parate circensi e i troppi onori resi al dittatore, stavolta a prevalere è l’imbarazzo per il via vai di uomini di governo alla corte del sovrano di Tripoli. Sfilano uno dopo l’altro Franco Frattini, Gianni Letta e Ignazio La Russa. Non importa l’imbarazzo di quando il Colonnello si lascia sfuggire che “l’Islam deve diventare la religione dell’intera Europa”. Neppure quando dice che “Obama è come Bin Laden”. Di fronte alle proteste dell’opposizione, la maggioranza fa spallucce: “L’ospite è sempre sacro. Ha ragione Berlusconi, i vantaggi sono tanti”.
L’AMICIZIA SUGGELLATA DAI CONFLITTI D’INTERESSE
Due anni prima, il
31 luglio 2008 Gheddafi risponde alla mano tesa del governo italiano per mettere una croce sulla pesante eredità coloniale. Si capisce subito quanto sia venale il cemento dell’amicizia tra i due leader: Gheddafi, per dimenticare le sofferenze causate al popolo libico dall’occupazione coloniale, chiede 5 miliardi di euro. Un mese dopo Berlusconi si materializza a Bengasi e firma un Trattato di amicizia che, con il filo intrecciato di petrolio e appalti, ricuce lo storico strappo tra occupanti e occupati. Le condizioni sono un affare per tutti. La Libia pone fine all’ostilità verso gli italiani perpetrata fin dalla loro cacciata negli anni Settanta e accorda priorità assoluta alle aziende di casa nostra che intendono fare affari nel paese nordafricano. Si impegna anche a contenere l’immigrazione clandestina dalle coste libiche manda su tutte le furie la Lega di Roberto Maroni e Umberto Bossi. In cambio, l’Italia si fa carico di opere pubbliche per 5 miliardi di dollari, si impegna a collaborare nel settore della difesa “prevedendo la finalizzazione di specifici accordi relativi allo scambio di missioni tecniche e di informazioni militari, nonché lo svolgimento di manovre congiunte. Le due parti si impegnano a favorire il rafforzamento del partenariato nel settore energetico”.


AFFARI FININVEST ALL’OMBRA DELLA TENDA
Questi gli accordi ufficiali. Perché, secondo diverse inchieste giornalistiche, sotto la tenda di Gheddafi i traffici sarebbero stati molti di più. A sollevare il dubbio un capitolo del libro “
Papi” scritto da Travaglio, Gomez e Lillo poi ripreso dal londinese Guardian con il titolo “Gheddafi-Berlusconi connection”. Si parla in modo esplicito di reciproci vantaggi politici nell’amicizia tra i due leader rintracciabili in diverse operazioni finanziarie nel segno del conflitto di interessi.

La società libica chiamata
Lafitrade ha acquisito il 10 per cento della Quinta Comunication, una compagnia di produzione cinematografica fondata da Tarak Ben Ammar, storico socio di Berlusconi. Lafitrade è controllata da Lafico, il braccio d’investimenti della famiglia Gheddafi. E l’altro partner di Ben Ammar nella Quinta Comunication è, “con circa il 22 per cento del capitale”, scrive il Guardian, una società registrata in Lussemburgo di proprietà della Fininvest, la finanziaria di Berlusconi. Il quotidiano londinese aggiunge un altro tassello agli affari in odor di conflitto d’interessi: il fatto che Quinta Comunication e Mediaset, ossia l’impero televisivo di Berlusconi, possiedono ciascuna il 25 per cento di una nuova televisione via satellite araba, la Nessma Tv, che opera anche in Libia, sulla quale il colonnello potrebbe esercitare influenza attraverso la quota che ha rilevato nella Quinta Comunication. Così, dietro ai negoziati tra i due paesi su immigrazione, compensazioni coloniali, investimenti si nasconde un mare di affari. Come scrive il foglio britannico, “i due leader sono connessi da qualcosa di più della convenienza politica”.
L’ALTO TRADIMENTO E LA LEGGE CALPESTATA
In ogni caso
la guerra civile del 2011 spazza via l’idillio e mette in difficoltà Berlusconi e tutta l’Italia che il premier ha impegnato su più fronti. Non a caso Gheddafi parlerà di “tradimento” e Berlusconi, solo quindici giorni fa, si dice preoccupato per la sua incolumità e per quella dei suoi familiari (“Gheddafi mi vuole morto, me l’ha giurata”). Difficile dare torto al colonnello che, ai primi segni di rivolta, affermava ancora che “mai Roma darà le basi alla Nato per attaccare la Libia”. Detto, fatto. L’Italia non solo darà le basi ma diventerà parte attiva nella guerra con bombardamenti a ripetizione (“sono contrario, ma non si può stare fuori dall’alleanza atlantica”, ha detto Berlusconi). Il resto è storia di queste ore, ma nel frattempo fra Roma e Tripoli sono circolati un sacco di soldi. Fino allo scoppio della guerra civile si calcola che quasi 40 miliardi di euro siano stati scambiati tra i due paesi, l’Eni ha incassato una proroga a 40 anni per operare tra i pozzi del nord Africa e l’Italia ha rilasciato licenze per esportare armi verso la Libia per 276,7 milioni di euro (tre quarti nel solo biennio 2008-2009) divenendo così il primo fornitore di aerei, missili ed attrezzature elettroniche. In questo modo, si può ben dire, Berlusconi prima ha armato l’amico contro il popolo inerme, poi con le stesse armi lo ha colpito alle spalle. Così si fa, con le amicizie nate all’improvviso sotto una tenda da sultani.

La rivelazione di Siddharta Napolitano
Una manciata di ore fa il nostro presidente della Repubblica Giorgio Napolitanosi è accorto – come capitò al giovane Siddharta quando scoprì l’esistenza in Terra della malattia, della vecchiaia e della morte – che la nostra comunità è gravata da tre malanni: la mancanza di verità in politica, l’evasione fiscale e il debito pubblico.

Lo ha rivelato a una folla festante
di funzionari e militanti di Comunione e Liberazione (10mila secondo gli organizzatori, almeno il doppio secondo la Questura) che da una quarantina d’anni abitano proprio la sponda veritiera della politica italiana in Compagnia di migliaia di aziende, tutte in regola con il fisco
come la madre Chiesa, e per nulla responsabili del debito pubblico creato a suo tempo da un ceto politico mai invitato al Meeting di Rimini, come De Mita, Forlani, Andreotti, Mastella, Tremonti, Berlusconi.

Con questa rivelazione Giorgio Napolitano perfeziona i sui cinque anni di Quirinale durante i quali, oltre ai moniti, ha firmato:
per la promozione della verità in politica il Lodo Alfano e il Legittimo impedimento; per l’equità fiscale lo Scudo sui capitali esteri; per il risanamento del debito pubblico tutte le ultime Leggi di spesa.
  • Il Corriere della Sera di giovedì pubblicava la seguente notizia: una capotreno di Fs è stata multata per aver detto la verità. Il 16 maggio, a causa di un problema sulla linea tra Firenze e Roma, il Frecciargento è stato deviato dalla direttissima alla “linea lenta”. La capotreno ha annunciato “un guasto deviatoio” e l’azienda le ha inviato una contestazione disciplinare perché il manuale degli annunci per i treni Alta velocità non prevede il termine “guasto”. Avrebbe dovuto usare la chiarissima perifrasi “controllo tecnico sulla linea”. C’è un manuale, anzi sono tre, appositamente studiati per informare al meglio i passeggeri delle costosissime Frecce.

    La dipendente non l’ha rispettato e secondo Trenitalia “la mancanza di giustificazioni è un’ammissione di colpa”. Non esiste però una regola assoluta che differenzi le Frecce: guasti sarebbero stati annunciati anche sull’Alta velocità. Ma al bando c’è anche la parola incendio: “È una scelta per non creare ansie e panico difficili da gestire anche su uno dei mezzi più sicuri”, spiegano sempre dalle Ferrovie.

    Nel medesimo articolo un controllore faceva giustamente notare come l’uso di questo vocabolario fumoso faccia imbufalire i passeggeri. Perché non capiscono e perché la vaghezza delle spiegazioni sembra davvero una presa in giro. E molto spesso non solo sembra, ma proprio è. Anche
    Augusto Minzolini deve aver adottato il Manuale dei Frecciarossa per non creare panico nei telespettatori quando ha spiegato, in diretta al Tg1 delle 20, che l’avvocato Mills era stato assolto e non prescritto. Sostenendo poi che i due termini sono sostanzialmente sinonimi. Pavese diceva: “Nelle parole c’è qualcosa d’impudico”, e quanto aveva ragione. Specie nel Paese degli eufemismi, in cui le parole aggiustate servono a mistificare, confondere, truffare.

    È il vecchio latinorum dell’Azzeccagarbugli, buono solo a far sentire Renzo più scemo dei suoi capponi. Il potere usa le parole per mistificare,
    raggirare, edulcorare. È un sistema dove nessuno si sbaglia, al massimo cambia idea. Così il “processo” dev’essere “breve” perché l’Europa ce lo chiede. Invece è “morto”, perché la legge prevede ex ante la fine chirurgica del processo. Per non dire dei festini con schiere di ragazze mezze nude che si baciano e si toccano, spacciate per garbati intrattenimenti conviviali. E poi: in pochi hanno il coraggio di dire e scrivere “prostitute”.

    Il mestiere più vecchio del mondo è esercitato dalle più garbate escort. Che infatti vanno in televisione e fanno politica, rilasciano interviste parlando della situazione economica e di introspezione mistica. C’è una parola greca,
    parresia, che significa “dire la verità”. È ormai perduta, in uso solo presso i filosofi, forse perché non ha più un luogo dove abitare né dentro di noi né nella dimensione sociale. È quasi sempre più facile adulare che criticare, irretire che essere franchi: ma il prezzo di questa zuccherosa simulazione è la servitù.

mercoledì 7 settembre 2011

BOOOOOOOOOMMMMMM! BECCATEVI QUESTA!....................


....e i politici dovrebbero solo vergognarsi  !!!!!
Per la prima volta viene tolto il segreto su quanto costa ai contribuenti l'assistenza sanitaria integrativa dei deputati. Si tratta di costi per cure che non vengono erogate dal sistema sanitario nazionale (le cui prestazioni sono gratis o al più pari al ticket), ma da una assistenza privata finanziata da Montecitorio. A rendere pubblici questi dati sono stati i radicali che da tempo svolgono una campagna di trasparenza deno-
minata Parlamento WikiLeaks.
Va detto ancora che la Camera assicura un rimborso sanitario privato non solo ai 630 onorevoli. Ma anche a 1109 loro familiari compresi (per volontà dell'ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini) i con-
viventi more uxorio.Ebbene, nel 2010, deputati e parenti vari hanno speso complessivamente 10 milioni
e 117mila euro. Tre milioni e 92mila euro per spese odontoiatriche.
Oltre tre milioni per ricoveri e interventi (eseguiti dunque non in ospedali o strutture convenzionati dove non si paga, ma in cliniche private). Quasi un milione di euro (976mila euro, per la precisione), per fisiotera-
pia. Per visite varie, 698mila euro. Quattrocentottantotto mila euro per occhiali e 257mila per far fronte, con la psicoterapia, ai problemi psicologici e psichiatrici di deputati e dei loro familari.
Per curare i problemi delle vene varicose (voce "sclerosante"), 28mila e 138 euro. Visite omeopatiche 3mila e 636 euro. I deputati si sono anche fatti curare in strutture del servizio sanitario nazionale, e dunque hanno chiesto il rimborso all'assistenza integrativa del Parlamento per 153mila euro di ticket.
Ma non tutti i numeri sull'assistenza sanitaria privata dei deputati, tuttavia, sono stati desegretati. "Abbiamo chiesto - dice la Bernardini - quanti e quali importi sono stati spesi nell'ultimo triennio per alcune presta-
zioni previste dal 'fondo di solidarietà sanitarià come ad esempio balneoterapia, shiatsuterapia, massaggio sportivo ed elettroscultura (ginnastica passiva). Volevamo sapere anche l'importo degli interventi per chirurgia plastica, ma questi conti i Questori della Camera non ce li hanno voluti dare". Perché queste informazioni restano riservate, non accessibili?
Cosa c'è da nascondere?
Ecco il motivo di quel segreto secondo i Questori della Camera: "Il sistema informatizzato di gestione contabile dei dati adottato dalla Camera non consente di estrarre le informazioni richieste. Tenuto conto 
del principio generale dell'accesso agli atti in base al quale la domanda non può comportare la necessità di un'attività di elaborazione dei dati da parte del soggetto destinatario della richiesta, non è possibile fornire le informazioni secondo le modalità richieste".
Il partito di Pannella, a questo proposito, è contrario. "Non ritengo - spiega  la deputata Rita Bernardini - che la Camera debba provvedere a dare una assicurazione integrativa. Ogni deputato potrebbe benissimo farsela per conto proprio avendo gia l'assistenza che hanno tutti i cittadini italiani.
Se gli onorevoli vogliono qualcosa di più dei cittadini italiani, cioè un privilegio, possono pagarselo, visto che già dispongono di un rimborso di 25 mila euro mensili, a farsi un'assicurazione privata. Non si capisce perché questa 'mutua integrativà la debba pagare la Camera facendola gestire direttamente dai Questori". "Secondo noi - aggiunge - basterebbe sem-
plicemente non prevederla e quindi far risparmiare alla collettività dieci milioni di euro all'anno".Mentre  a noi   tagliano  sull'assistenza  sanitaria e  sociale  è deprimente scoprire che alla casta  rimborsano  anche massaggi e chirurgie plastiche private - è il commento del presidente dell'ADICO, Carlo Garofolini - e sempre nel massimo silenzio di tutti.

martedì 6 settembre 2011

La crisi sono loro


La crisi sono loro

tornado_italia.jpg

La patrimoniale l'hanno già fatta. Gli italiani hanno investito in questi anni su suggerimento di banche e finanziarie in azioni del Mib 50, il listino che comprende le principali aziende quotate in Borsa, quelle ritenute più solide, azioni da cassettisti. Chi lo ha fatto ha perso spesso gran parte del capitale. Le azioni di Telecom, Seat, Saras o Mondadori non recupereranno mai più il valore di qualche anno fa. Il risparmiatore prudente che ha seguito il vecchio adagio che in Borsa puoi investire tutto ciò che sei disposto a perdere e ha comprato invece titoli di Stato, strasicuri per Tremorti, ha già perso parte del loro valore, almeno il 10%, se dovesse venderli ora e inizia ad avere forti dubbi che gli venga mai rimborsato il capitale. Chi ha avuto la fortuna di evitare Borsa e Btp e ha comprato un appartamento, il mattone sicuro, nelle grandi città ha lasciato sul terreno dal 2008 circa il 20% e in molte località turistiche anche il 30%. Il risparmiatore ultra prudente che, per diminuire il rischio, ha ripartito gli investimenti del suo capitale al 33% in Borsa, al 33% in titoli di Stato e il 33% in immobili ha perso anche la camicia. Un'oscillazione probabile di travaso del suo sangue è tra il 25 e il 30%. A ciò che rimane dovrebbe essere applicata la patrimoniale chiesta a gran voce da Montezemolo e daProfumo.
In principio si può essere d'accordo che chi più ha, più contribuisca, ma a due condizioni. La prima è che chi ha fatto parte del Sistema, ne ha goduto i benefici, ed è quindi a pieno titolo corresponsabile del dissesto economico si tolga dalla circolazione e si astenga dal fare interviste, e questo vale anche per Mario Monti, presidente della Bocconi, che ha scoperto l'acqua calda del debito pubblico con anni di ritardo. Il secondo è che prima di pagare qualunque nuova tassa, qualunque patrimoniale, siano operati i tagli dei rami secchi, come le Province, le concessioni governative ritornino allo Stato, come le Autostrade, e sia posto l'obbligo delle copertura delle spese a qualunque livello. Altrimenti non cambierà nulla. I partiti, superato il momento di crisi, riprenderanno nella corsa alla spesa per fini elettorali. La crisi sono loro, fino a quando questa classe politica, imprenditoriale, bancaria e dell'informazione non si toglierà fuori dal coglioni la crisi si aggraverà. La crisi sono loro, ma loro non sono in crisi. Non hanno perso nulla e non vogliono arretrare di un millimetro nella difesa dei loro privilegi. La patrimoniale mi sta bene, ma solo se prima viene applicata ai partiti con la cancellazione del finanziamento elettoraledi un miliardo di euro. La patrimoniale mi sta ancora meglio, ma solo se viene cancellato il finanziamento pubblico ai giornali. La patrimoniale la amo, ma solo se i diritti pensionistici dei parlamentari vengono eliminati con effetto retroattivo. Il gioco si fa duro, o si gioca tutti insieme, o il cittadino non gioca più.

Default. Ok, ma cosa comporterebbe per me?

Si parla ormai da settimane di "rischio default", ma quale sarebbe lo scenario nel caso il nostro Paese precipitasse nel baratro? Prova a spiegarcelo Peter W. Kruger.


great depression
Forse sarà il caso di cominciare a rifletterci. I nostri politici non sembrano un granché consapevoli di ciò che sta accadendo. Ma anche i cittadini paiono abbastanza distratti. E c’è perfino chi invoca il default come una manna che risolverebbe tutti i problemi del paese. Dunque, forse, è giunta l’ora di porsi seriamente la domanda: cosa succede a me se l’Italia va in default?
Difficile rispondere, salvo dire che sarebbe l’evento più traumatico affrontato dal paese dai tempi della seconda guerra mondiale. Non perché non vi siano esempi in età contemporanea di paesi che non sono stati in grado di onorare i propri impegni finanziari (Corea del Nord, Argentina, Russia solo per citarne alcuni), ma perché il default sul debito italiano sarebbe veramente un evento epocale, una crisi finanziaria come il pianeta non ha conosciuto dai tempi dei grandi conflitti mondiali. L’Italia possiede il primo debito pubblico in Europa per un valore pari a circa 1900 miliardi di euro. Il mercato BTP era considerato, fino a non poco tempo fa, come uno dei più liquidi su cui investire. Dunque nelle grandi istituzioni della finanza  vi sono depositati enormi quantità di titoli pubblici italiani che, a Wall Street, senza tanti giri di parole, vengono già apertamente paragonati ai tanto famigerati titoli tossici di tre anni fa (i subprime, ricordate?). Ed infatti già è partita la gran corsa a liberarsene il più in fretta possibile. I record registrati dallo spread del BTP decennale sull’equivalente bund tedesco stanno a rappresentare proprio questa corsa alla salvezza dal rischio di un default dell’Italia. Nessuno sa di preciso cosa accadrebbe. Tutti però sanno che sarebbe devastante.
Ma aldilà delle ripercussioni sulla finanza globale (come, ad esempio, la fine dell’euro e una crisi finanziaria globale senza precedenti) che già di per se dovrebbe destare enormi preoccupazioni (una tale crisi infatti avrebbe immediate e devastanti ripercussioni sull’economia globale con l’avvio di una crisi economica che colpirebbe tutte le principali economie del mondo, in particolare la nostra), cosa accadrebbe ai cittadini normali? Ripeto, difficile rispondere, ma sarà meglio cominciare a farsi un’idea, anche a costo di essere brutali.
Come prima cosa partirebbe la corsa agli sportelli delle banche. In verità, come ci raccontano le cronache, questa corsa è già partita in sordina, soprattutto per portare fuori dalle filiali tutta quella liquidità che è a maggior rischio di essere soggetta ad imposte di emergenza come i patrimoni evasi. Partita la corsa, le banche si ritroverebbero presto a corto di liquidità e i cittadini finirebbero rapidamente per trovare le serrande alle filiali con la scritta “chiuso fino a data da destinarsi”. A questo punto, i risparmiatori, finalmente resisi conto della serietà della cosa, correrebbero ai supermercati per fare provviste, salvo rendersi conto che le loro carte di credito e i bancomat non vengono più accettati. E mentre il commercio andrebbe in tilt, le banche si vedrebbero costrette a chiudere le linee di credito verso le aziende. Come noto, le nostre aziende sono straordinariamente sottocapitalizzate e dipendono in modo essenziale dal credito. Comincerebbero a saltare i pagamenti. Prima si tagliano i fornitori con aggravio ulteriore della posizione di cassa delle aziende. Ma ad un certo punto, arriverebbe il giorno degli stipendi, e sarebbero fortunati coloro che si trovassero a ricevere solo una decurtazione nella busta paga. Peggio andrebbe ai dipendenti pubblici e ai pensionati. Con lo stato incapace di reperire liquidità sui mercati, si andrebbe a raschiare il barile e sarebbero in tanti a rimanere completamente a secco. Nel frattempo l’Italia sarebbe già fuori dall’Euro, costretta a reintrodurre la lira. Evviva, grideranno in molti, soprattutto le imprese esportatrici, a partire da quelle manifatturiere che costituiscono il nerbo dell’economia nazionale. Con il ritorno alla lira, in automatico partirebbe la svalutazione che renderebbe più competitivi i nostri prodotti sui mercati internazionali. Certo! Peccato però che il debito pubblico, oggi al 120% del PIL, è stato in buona parte emesso in euro. Quindi, altrettanto automaticamente, si assisterebbe ad una rivalutazione del debito che non farebbe fatica a raggiungere il 200% del PIL, rendendo, a quel punto, qualsiasi futura azione di ristrutturazione l’equivalente di una carneficina. E non parliamo del peso che graverebbe sulle generazioni future.
E tutto questo non sarebbe che l’inizio. Con il commercio in tilt, le aziende a secco e lo stato incapace di pagare anche la cancelleria, seguirebbe una crisi devastante con un’inflazione a due-tre cifre, milioni di nuovi disoccupati, il crollo dei valori immobiliari e i risparmiatori sul lastrico. Ed un giorno avremmo anche la notizia di pugliesi sui gommoni che schivano le vedette della guardia costiera albanese per raggiungere le coste di quel ormai prospero paese….
Ripeto, si tratta di una brutalizzazione. Molti di questi eventi comincerebbero a manifestarsi già prima di un default. Ma che dite? Vogliamo provarci seriamente ad evitare questo scenario?

domenica 4 settembre 2011

Evasori, nessuna pietà

Ci sono principi talmente ovvii che a nessuno salta in mente di declamarli; salvo che a quelli che ne traggono profitto. Così i delinquenti si fanno difensori della privacy: il corruttore se la prende con le intercettazioni e l’evasore fiscale con la pubblicità delle dichiarazioni dei redditi; e trovano anche un sacco di gente che gli sta dietro. Tre giorni fa ho partecipato a una trasmissione di Radio 24. C’erano il sindaco (leghista) di Varallo Sesia e un giornalista, Oscar Giannino. Si parlava di rendere pubblici i redditi dichiarati. Il sindaco era favorevolissimo e ha motivato la sua posizione in maniera intelligente e pertinente. Di quello che ha detto Giannino ho capito pochissimo, solo che era contrario: statalismo, giustizialismo, terrorismo, Stasi (la polizia segreta della Germania est). Di queste parole ho memoria; del senso complessivo del discorso meno. Ma una parola mi è rimasta impressa, anche per il disprezzo con cui la pronunciava: “delazione”. “In questo modo si vuole incoraggiare la delazione fiscale”, ha detto tutto arrabbiato. Ecco, qui ho capito tutto; e sono stato colpito da profonda depressione. Perché è stato evidente che, per Giannino e quelli come lui, l’evasione fiscale non è un delitto e nemmeno un comportamento immorale. Per questa gente chi denuncia l’evasione fiscale non è un cittadino onesto che fa il proprio dovere; è una spia, un “delatore”. Denunciare ai Carabinieri un ladro che ha rubato un’autoradio va bene; denunciare un evasore fiscale alla Guardia di Finanza o all’Agenzia delle Entrate è riprovevole, è una “delazione”. Naturalmente non c’è stato dibattito. Lui mi ha detto che dicevo sciocchezze e io ho spiegato come potevo la mia opinione; ma che gli dici a uno così? Resta il fatto che rendere pubblici i redditi dichiarati è proprio una buona cosa. Vediamo perché. L’art. 53 della Costituzione obbliga tutti a “concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”. Ma l’obbligo non è osservato da un’importante maggioranza di cittadini. Il Ministero delle Finanze stima in 160 miliardi all’anno l’evasione fiscale. Siccome i lavoratori dipendenti e i pensionati non possono evadere perché le imposte sono trattenute alla fonte, se ne deve dedurre che l’evasione è praticata dai lavoratori autonomi e dagli imprenditori, il cosiddetto popolo della partita Iva.

La deduzione è avvalorata dal fatto che, sempre secondo i dati forniti dal Ministero delle Finanze (dichiarazioni 2010 relative al 2009), su 41.523.054 contribuenti, 20.870.919 sono lavoratori dipendenti, 15.292.361 sono pensionati e 5.359.774 sono “altri”, cioè il popolo della partita Iva. Già così si capisce che la quantità di cittadini che non presentano alcuna dichiarazione (e che non sono lavoratori dipendenti perché questi la dichiarazione la presentano per forza) è immensa. Ma il dato impressionante, che non permette dubbi quanto alla tipologia di gente che evade le imposte, è quello che riguarda il gettito Irpef, pari (per il 2010) a 146,5 miliardi di euro; pagato per il 93% dai dipendenti e dai pensionati (dipendenti 89,5 miliardi e pensionati 47,7 miliardi); e per il 7 % (9,2 miliardi) dagli “altri”. Quindi, che il popolo della partita Iva evada quasi 160 miliardi di euro all’anno, non è contestabile. Siccome questa evasione fiscale è endemica, nel senso che si ripete da anni; siccome proprio questo dimostra che il nostro sistema di accertamento e riscossione delle imposte è del tutto inefficiente; siccome siamo senza una lira e ci servono soldi; siccome più di tanto non si possono tagliare le spese sia perché dobbiamo restare un paese moderatamente civile, sia perché la spesa pubblica è (anche) un’importante leva economica e sociale; si deve trovare un sistema per recuperare l’evasione. Questo impone l’interesse pubblico. Come si fa? In tanti modi; ma qui ci occupiamo dell’ultimo: la publicizzazione dei redditi. Un’idea di Visco (correva l’anno 2008), ingiuriato e diffamato dalla destra tutta che però oggi, immersa nel guano fino al collo, la trova buona. E in effetti, buona è.

È ovvio che, se i redditi dichiarati sono resi pubblici, se l’evasione fiscale del singolo può essere percepita con facilità da chi lo conosce, testimoniata com’è dal contrasto tra reddito ufficiale ridicolo e tenore di vita elevato, per ciò solo le dichiarazioni saranno più “prudenti”.

Inoltre gli evasori si troveranno esposti alle denunce di chi, magari per pura invidia, non intende consentirgli questi illeciti privilegi; e anche questo costituirà una spinta all’onestà fiscale. E poi, come diceva il sindaco di Varallo Sesia, si metterebbe fine agli abusi: asili nido, mense, assistenza sanitaria gratuita, tutto indebitamente utilizzato; per di più sottraendolo a chi ne ha davvero diritto. Infine il Fisco potrà smetterla di sperperare le sue risorse in presunte evasioni da quattro soldi o in verifiche su grandi imprese che si concludono con una manciata di “irregolarità formali”; e potrà dedicarsi a obbiettivi “mirati”. Insomma, si recupereranno soldi e si impedirà ai cittadini disonesti di vivere alle spalle degli altri. C’è qualche dubbio sulla prevalenza dell’interesse pubblico, accertare e sanzionare l’evasione fiscale, recuperando quanto dovuto, su quello privato, la pretesa privacy del proprio reddito? Soprattutto con il paese sull’orlo della bancarotta? No, naturalmente. Ma quanti Giannino ci sono in Italia? E poi c’è sempre il problema della scadenza elettorale: gli evasori sono tanti, come si è visto; e votano.

Ci sono principi talmente ovvii che a nessuno salta in mente di declamarli; salvo che a quelli che ne traggono profitto. Così i delinquenti si fanno difensori della privacy: il corruttore se la prende con le intercettazioni e l’evasore fiscale con la pubblicità delle dichiarazioni dei redditi; e trovano anche un sacco di gente che gli sta dietro. Tre giorni fa ho partecipato a una trasmissione di Radio 24. C’erano il sindaco (leghista) di Varallo Sesia e un giornalista, Oscar Giannino. Si parlava di rendere pubblici i redditi dichiarati. Il sindaco era favorevolissimo e ha motivato la sua posizione in maniera intelligente e pertinente. Di quello che ha detto Giannino ho capito pochissimo, solo che era contrario: statalismo, giustizialismo, terrorismo, Stasi (la polizia segreta della Germania est). Di queste parole ho memoria; del senso complessivo del discorso meno. Ma una parola mi è rimasta impressa, anche per il disprezzo con cui la pronunciava: “delazione”. “In questo modo si vuole incoraggiare la delazione fiscale”, ha detto tutto arrabbiato. Ecco, qui ho capito tutto; e sono stato colpito da profonda depressione. Perché è stato evidente che, per Giannino e quelli come lui, l’evasione fiscale non è un delitto e nemmeno un comportamento immorale. Per questa gente chi denuncia l’evasione fiscale non è un cittadino onesto che fa il proprio dovere; è una spia, un “delatore”. Denunciare ai Carabinieri un ladro che ha rubato un’autoradio va bene; denunciare un evasore fiscale alla Guardia di Finanza o all’Agenzia delle Entrate è riprovevole, è una “delazione”. Naturalmente non c’è stato dibattito. Lui mi ha detto che dicevo sciocchezze e io ho spiegato come potevo la mia opinione; ma che gli dici a uno così? Resta il fatto che rendere pubblici i redditi dichiarati è proprio una buona cosa. Vediamo perché. L’art. 53 della Costituzione obbliga tutti a “concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”. Ma l’obbligo non è osservato da un’importante maggioranza di cittadini. Il Ministero delle Finanze stima in 160 miliardi all’anno l’evasione fiscale. Siccome i lavoratori dipendenti e i pensionati non possono evadere perché le imposte sono trattenute alla fonte, se ne deve dedurre che l’evasione è praticata dai lavoratori autonomi e dagli imprenditori, il cosiddetto popolo della partita Iva.

La deduzione è avvalorata dal fatto che, sempre secondo i dati forniti dal Ministero delle Finanze (dichiarazioni 2010 relative al 2009), su 41.523.054 contribuenti, 20.870.919 sono lavoratori dipendenti, 15.292.361 sono pensionati e 5.359.774 sono “altri”, cioè il popolo della partita Iva. Già così si capisce che la quantità di cittadini che non presentano alcuna dichiarazione (e che non sono lavoratori dipendenti perché questi la dichiarazione la presentano per forza) è immensa. Ma il dato impressionante, che non permette dubbi quanto alla tipologia di gente che evade le imposte, è quello che riguarda il gettito Irpef, pari (per il 2010) a 146,5 miliardi di euro; pagato per il 93% dai dipendenti e dai pensionati (dipendenti 89,5 miliardi e pensionati 47,7 miliardi); e per il 7 % (9,2 miliardi) dagli “altri”. Quindi, che il popolo della partita Iva evada quasi 160 miliardi di euro all’anno, non è contestabile. Siccome questa evasione fiscale è endemica, nel senso che si ripete da anni; siccome proprio questo dimostra che il nostro sistema di accertamento e riscossione delle imposte è del tutto inefficiente; siccome siamo senza una lira e ci servono soldi; siccome più di tanto non si possono tagliare le spese sia perché dobbiamo restare un paese moderatamente civile, sia perché la spesa pubblica è (anche) un’importante leva economica e sociale; si deve trovare un sistema per recuperare l’evasione. Questo impone l’interesse pubblico. Come si fa? In tanti modi; ma qui ci occupiamo dell’ultimo: la publicizzazione dei redditi. Un’idea di Visco (correva l’anno 2008), ingiuriato e diffamato dalla destra tutta che però oggi, immersa nel guano fino al collo, la trova buona. E in effetti, buona è.

È ovvio che, se i redditi dichiarati sono resi pubblici, se l’evasione fiscale del singolo può essere percepita con facilità da chi lo conosce, testimoniata com’è dal contrasto tra reddito ufficiale ridicolo e tenore di vita elevato, per ciò solo le dichiarazioni saranno più “prudenti”.

Inoltre gli evasori si troveranno esposti alle denunce di chi, magari per pura invidia, non intende consentirgli questi illeciti privilegi; e anche questo costituirà una spinta all’onestà fiscale. E poi, come diceva il sindaco di Varallo Sesia, si metterebbe fine agli abusi: asili nido, mense, assistenza sanitaria gratuita, tutto indebitamente utilizzato; per di più sottraendolo a chi ne ha davvero diritto. Infine il Fisco potrà smetterla di sperperare le sue risorse in presunte evasioni da quattro soldi o in verifiche su grandi imprese che si concludono con una manciata di “irregolarità formali”; e potrà dedicarsi a obbiettivi “mirati”. Insomma, si recupereranno soldi e si impedirà ai cittadini disonesti di vivere alle spalle degli altri. C’è qualche dubbio sulla prevalenza dell’interesse pubblico, accertare e sanzionare l’evasione fiscale, recuperando quanto dovuto, su quello privato, la pretesa privacy del proprio reddito? Soprattutto con il paese sull’orlo della bancarotta? No, naturalmente. Ma quanti Giannino ci sono in Italia? E poi c’è sempre il problema della scadenza elettorale: gli evasori sono tanti, come si è visto; e votano.

Giannino elogia Parma
E il buco da 500 milioni?

Sono un tifoso dell'esperienza del sindaco Pietro Vignali", dice l'economista del centrodestra. Ma dimentica i 500 milioni di buco, le decine di indagini giudiziarie e una banca che sta per fallire a causa dei soldi prestati alle società a partecipazione pubblica che non sono mai rientrati

Dicono che coi bilanci in mano faccia miracoli. Dice di saper  leggere i conti economici meglio di qualunque altro giornalista al mondo, ha competenze che spaziano dall’economia globale all’ambiente: memorabile il suo articolo di fondo dopo il terremoto in Giappone uscito sul Messaggero: “Il Giappone ha retto, le sue centrali sono così sicure da sopportare il peggiore dei terremoti”. Stampata la prima pagina del giornale era già iniziata l’evacuazione da Fukushima nell’arco di trenta chilometri.

Per non smentirsi, Oscar Giannino, l’economista di riferimento del centrodestra, arriva a Parma ed elogia la macchina amministrativa parmense, una delle più disastrate d’Italia, con 500 milioni di buco (destinati a crescere) e il rischio di dichiarare bancarotta. Ma Giannino questo non lo reputa importante: recrimina l’utilizzo della spesa pubblica per coltivare il consenso (invitando, al contrario, a seguire la scia del modello tedesco); spara contro la politica, incapace di riformarsi; ma si dichiara anche tifoso dell’esperienza politica dell’amministrazione guidata da Pietro Vignali (in quota Popolo delle libertà).

Un economista di fama nazionale, Giannino, con una preparazione, dice lui, da far invidia ai più accreditati studiosi, nell’elogiare il sistema Parma, dimentica nel modo più assoluto che la città emiliana corre sul filo della bancarotta. Sembra non essere informato Giannino nemmeno dei guai giudiziari che passa l’amministrazione comunale con assessori indagati, il pericolo imminente di chiusura della Banca del Monte, rea di aver sborsato troppi soldi alle partecipate del Comune senza vedere mai il rientro, e una serie di iniziative discutibili, come il finanziamente da parte delle casse pubbliche di un film girato in loco e che ancora non ha visto le sale cinematografiche. Un dettaglio, questo. Al procuratore della Repubblica, Gerardo Laguardia, che ha l’indagine, non interessa se esca o meno nelle sale, il problema è con quale pretesto il Comune ordini di dare soldi a una società di Rita Rusic per un film girato a Parma, protagonisti vigili urbani, quelli che pochi mesi prima avevano massacrato scambiandolo per un pusher un giovane immigrato ghanese, Emmanuel Bonsu.

“Sono tifoso della vostra esperienza politica – ha avuto modo di affermare Giannino a Parma – che spero si diffonda anche in altre città. Iniziative come il quoziente familiare meritano pieno supporto. Meno Stato più società è uno dei cavalli di battaglia del sindaco. E regole fiscali che vadano a premiare il terzo settore, il volontariato, perché l’ambito pubblico non è più in grado di rispondere da solo a bisogni sociali crescenti”.

E ancora: “Gli elettori – ha detto – di centro destra aspettano da diciassette anni che Berlusconi intervenga sul fisco”. Lo afferma davanti al patrone di casa, organizzatore dell’iniziativa, Vignali, pur sempre uomo di Berlusconi. A dover dare credito alle parole di Giannino, che parla di estensione del modello civico parmense anche in altre città della penisola, rischieremo di trovarci con le amministrazioni tutte a rischio di default.

Ma i guai giudiziari non finiscono qui per Parma. Non si dimentichi che sono ben sette gli iscritti nel registro degli indagati, tra i quali figura anche l’assessore all’urbanistica Francesco Manfredi, per l’area dell’ex scalo merci di Parma, dove si stava costruendo il nuovo polo pediatrico della città. Secondo il giudice per le indagini preliminari Alessandro Conti la società proprietaria dell’ex scalo merci, la Stu Stazione e il Comune, non hanno provveduto a bonificare l’area pur sapendo dei livelli di inquinamento fuori legge. Cadmio, piombo, zinco e in particolare “rilevanti quantità di mercurio” oltre i limiti fissati dalla legge, sono infatti, le sostanze tossiche trovate nell’area del cantiere dai periti incaricati dalla procura dei rilevamenti.

E ancora di poche settimane successive l’inchiesta sull’area del Botteghino 2, per la concessione edilizia rilasciata dal Comune all’imprenditore edile Alfonso Cappetta, già indagato per truffa.

Senza contare le cupe prospettive di Banca del Monte di Parma, il cui buco si è allargato di 15 milioni di euro rispetto allo scorso anno, raggiungendo quota 55 milioni. Tra le cause del tracollo, è opportuno ricordarlo, ci sarebbero una serie di finanziamenti a società private, ma anche un prestito di 14 milioni alla società Alfa, partecipata del comune di Parma, mai tornato indietro.