lunedì 22 agosto 2011

Udite, udite... (Leggetelo, a volte i fatti realmente importanti vengono completamente ignorati)

di Giulietto Chiesa - Megachip.

Udite, udite, o signori e signore che leggete i giornali dei finanzieri di tutto il mondo, (cioè i “loro giornali”, cioè tutti i giornali del mainstream, e naturalmente tutte le televisioni del mainstream) adesso scoprirete il segreto, uno dei segreti, forse il più importante dei segreti, che sta dietro la crisi della finanza mondiale. Credevate che la Grecia fosse la pietra dello scandalo e che i greci, questi spendaccioni corrotti, dovessero essere salvati, sì, ma insieme privati della loro sovranità nazionale, come gli italiani, del resto, e i portoghesi e gli irlandesi? Vi sbagliavate, ma non è colpa vostra. Le cose stanno diversamente, e tenetevi forte alle vostre sedie. Scoprirete anche come la più grande democrazia del mondo (senza scherzi, sto parlando di quella americana!) è in grado di guardarsi dentro (quasi) fino in fondo.
E questo è un bene. Salvo naturalmente il fatto che nessuno lo saprà. E questo è un male. Eccetto io e voi che leggete queste righe elettroniche (questa roba non andrà mai sulla prestigiosa carta dove scrivono De Bortoli, Riotta, Pigì Battista e altri tristanzuoli che vi hanno raccontato e vi raccontano frottole tutti i giorni).
Prima di tutto la fonte, perchè non abbiate a sospettare che si tratti del solito trucco di un “complottista” inveterato. La fonte è più che ufficiale, unica e irripetibile: GAO Audit (Government Accountability Office). Il Governo è quello degli Stati Uniti d’America. L’Audit è parola inglese che sta per verifica contabile. L’Audit di cui si parla è il primo che sia stato mai effettuato da mano umana (non possiamo escludere il buon Dio) sull’attività della Federal Reserve nei quasi cento anni della sua storia.
Voi direte, stupiti: ma come è possibile? Mai nessuno è andato a guardare dentro quei conti? Risposta esatta, mai nessuno. La Federal Reserve è stata una riserva di caccia al di sopra di ogni controllo. La seconda domanda che vi porrete è: ma perchè proprio adesso? Il fatto è, capirete, che gira il mondo un sacco di gente sospettosa. E costoro sono malfidati: visti i risultati vorrebbero dare un’occhiata alla cassaforte. Così è accaduto un accidente imprevisto. All’inizio quelli che stavano dentro la cassaforte hanno pensato: che guardino pure, intanto non ci capiranno niente. Invece quei temerari hanno capito fin troppo bene. E’ andata così, che Ron Paul e Alan Grayson hanno fatto passare un emendamento alla legge Dodd-Frank che consentiva di fare l’inaudito: controllare i conti della Federal Reserve. Al Senato USA erano distratti in quel momento. Detto fatto, due senatori fuori del comune (cioè con le rotelle non del tutto a posto, come vedremo) hanno fatto la ricerca: la storia meriterebbe che i loro nomi restassero scolpiti come i profili dei presidenti sul Mount Rushmore. Si chiamano Bernie Sanders, indipendente, e Jim DeMint, repubblicano.
Aperto il vaso di Pandora è successo un finimondo. Ma, per così dire, “al chiuso”. Ben Bernanke, attuale portiere della Federal Reserve ha protestato veementemente, seguito a ruota dal predecessore Alan Greenspan, e da altri banchieroni tutti mondiali, e tutti beneficiari, come vedremo, di donazioni varie e gratuite. “Che effetto avrebbero sui mercati del pianeta certe scoperte?”, hanno detto. “Bloccare tutto, fermare, insabbiare!”.
Se queste cose le leggete per la prima volta vuol dire che ci sono riusciti, fino ad ora.
Il fatto è che il senatore Sanders è uno svitato e ha messo tutto, pixel su pixel, sulla sua web page. E la frittata non è più riparabile. Per meglio dire: si ordinerà a tutto il mainstreamdi tacere e nascondere. E magari di pubblicare tutte le storie delle eventuali amanti di Sanders, o di svelare quanti conti in banca ha, e magari se ha sodomizzato il suo cuoco, o ha una collezione di foto pedofile. Cosicchè della faccenda dell’audit della Federal Reserve non ne sentirà parlare nessuno, o quasi. Ma Sanders, DeMint e il buon Dio ci permettono comunque, a noi, che parte del mainstream non siamo, di raccontarvi cosa è venuto fuori. Che è una storia niente male, che, se il mainstream non fosse la cloaca che è, potrebbe perfino metterla in prima pagina. E veniamo al dunque, scusandoci con i lettori se abbiamo fatto in apertura come fece Dostoevskij nel presentare i suoi “ Fratelli Karamazov”, cioè scrivendo un romanzo per introdurne un altro.
Le cifre dunque ci dicono che, tra il dicembre 2007 e il giugno 2010, senza che nessuno sapesse niente, cioè segretamente, la Federal Reserve ha tolto dal brago banche, corporations, governi sotto diverse latitudini e longitudini, dalla Francia alla Scozia, e chissà fin dove è arrivata la sua “beneficenza”, con la non modica cifra di 16 mila miliardi di dollari, cioè sedici trilioni di dollari. Tutto questo ben di Dio sarebbe stato collocato sotto la vocina di bilancio di un “programma onnicomprensivo di prestiti”. Ma nessuno, nemmeno il Congresso americano ne è stato informato. Di quei 16 trilioni non un dollaro è ritornato indietro. Eppure sono stati prestati – pensate o lettori ignari – a tasso zero, cioè gratis et amore dei. Per avere un’idea della cifra, se ancora non avete avuto il capogiro, basti pensare che il prodotto interno lordo annuale degli USA si aggira attorno a 14,2 trilioni e che il debito complessivo degli Stati Uniti viaggia sui 14,5 trilioni.
Dunque, concludendo, un gruppo di banchieri, che non sono stati eletti da nessuno, prende decisioni di portata mondiale, compra e ricatta governi, banche corporations. Perchè lo fanno? Perchè il sistema è esploso e va al collasso, e loro lo drogano con denaro finto, perchè possa continuare a funzionare. E – cosa non meno importante – in questo modo si mettono in condizione di minacciare ricattare, condizionare, sostituire governi e ministri di tutto il mondo. Siamo alla dittatura di un superclan semi criminale, che complotta usando denaro fittizio (da dove credete siano usciti quei 16 trilioni se non dalle “stamperie” segrete della Federal Reserve? Tenendo conto anche che quei soldi non occorre stamparli, ma li si può creare dal nulla schiacciando qualche tasto di un computer). Dunque adesso sappiamo che il famoso TARP (Troubled Asset Relief Program), fissato in 800 miliardi di dollari, era una balla al ribasso, buona per i mercati e per non fare esplodere la protesta dei contribuenti americani. Lo chiamarono (libera traduzione mia) “Programma di salvaguardia degli assetti tossici”. E, in effetti fu proprio un programma per salvare quegli assetti.
Li comprarono perchè non si scoprisse che erano velenosi. Valevano zero, ma vennero acquistati in denaro sonante. Salvarono i truffatori. Il pubblico fu indotto a pensare che questo servisse a qualche scopo. L’unico scopo era di finanziare i truffatori. Che sono gli stessi che ora esigono di essere nuovamente pagati per i crediti illegali (tossici appunto) che erogarono. Solo che la cifra fu venti volte più grande.
Dove sono andati e a chi, e quanto? Adesso sappiamo tutto. C’è l’elenco, eccolo:
Citigroup: $2.5 trillion ($2,500,000,000,000)
Morgan Stanley: $2.04 trillion ($2,040,000,000,000)
Merrill Lynch: $1.949 trillion ($1,949,000,000,000)
Bank of America: $1.344 trillion ($1,344,000,000,000)
Barclays PLC (United Kingdom): $868 billion ($868,000,000,000)
Bear Sterns: $853 billion ($853,000,000,000)
Goldman Sachs: $814 billion ($814,000,000,000)
Royal Bank of Scotland (UK): $541 billion ($541,000,000,000)
JP Morgan Chase: $391 billion ($391,000,000,000)
Deutsche Bank (Germany): $354 billion ($354,000,000,000)
UBS (Switzerland): $287 billion ($287,000,000,000)
Credit Suisse (Switzerland): $262 billion ($262,000,000,000)
Lehman Brothers: $183 billion ($183,000,000,000)
Bank of Scotland (United Kingdom): $181 billion ($181,000,000,000)
BNP Paribas (France): $175 billion ($175,000,000,000)
E molte altre banche minori che qui non staremo a citare. Chi volesse sapere i dettagli può andarseli a vedere qui, qui, qui e ancora qui.
Adesso ci è più chiaro chi sono i nove banchieri che si ritrovano, assieme ai loro complici, in qualche ufficio di Wall Street, o a bordo di qualche nave, una volta al mese per complottare contro le nostre vite, il nostro lavoro, il nostro futuro. Sicuramente sono tutti fedeli partecipanti alle riunioni del Gruppo Bilderberg e della Trilaterale. In un mondo bene ordinato bisognerebbe che venissero arrestati, su mandato, per esempio, della Corte Penale Internazionale. Ma chi ha il potere di spiccare un tale mandato, visto che i governi europei sono tutti complici di questi balordi? Ai quali si dovrebbe aggiungere i dirigenti delle agenzie di rating che non potevano non sapere e che sono state e sono parte della macchinazione. Danno i voti a tutti, e decidono chi è fedele e chi non lo è alle loro operazioni da scassinatori; sorvegliano e fanno il palo prima che arrivi l’opinione pubblica. E questa non può arrivare perchè non sa niente. E non sa niente perchè giornali e tv mentono e distraggono milioni e miliardi di spettatori. Da quei pulpiti ci viene l’accusa di avere troppo consumato. Ma quei pulpiti, materialistici per eccellenza, continuano a spingerci a consumare ancora. E’ il delirio dei balordi.
Come difenderci? Organizzarci per rispondere. Il debito che hanno creato se lo paghino loro, se ci riescono. L’attacco alle nostre condizioni di vita dobbiamo respingerlo. Certo che ricorreranno alla forza, come sta facendo il cameriere Cameron dopo i tumulti di Londra. Come Berlusconi e Fassino stanno facendo con i No Tav della Val di Susa. Ma se milioni di europei capiranno che è giunto il momento di difendersi, partendo dalla difesa del proprio territorio (dove per territorio s’intende tutta la nostra vita, a partire dal nostro cervello e dalla nostra salute), li potremo sbalzare di sella. Dove abitiamo noi, loro sono più deboli e noi quasi invincibili. Se ci organizziamo. Tertium non datur: o li sbalziamo di sella o loro ci distruggeranno. Sicuramente molti di noi, insieme ai milioni che non si possono difendere. Ci porteranno via gli ultimi residui di democrazia, ci renderanno schiavi. Vogliono cancellare la storia di 150 anni di diritti conquistati. Sono la peste moderna. Se vogliamo guarire dobbiamo rispondere alla loro dichiarazione di guerra.

mercoledì 17 agosto 2011

Cambiare si può? - Certo anzi si deve!

Un uomo ci dimostra come fare per cambiare questo cazzo di paese è da 59 giorni che sta facendo lo SCIOPERO DELLA FAME d'avanti MONTECITORIO contro:
1° RIDUZIONE DELLO STIPENDIO DI PARLAMENTARI E AMMINISTRATORI PUBBLICI AD UN MAX DI 5.000 €
2° RIDUZIONE DI PARLAMENTARI E AMMINISTRATORI PUBBLICI DEL 50/60%
3° RIDUZIONE DELLE AUTO BLU DI ALMENO IL 90%
4° ABROGAZIONE DI RIMBORSI SPESA, VITALIZIO DI 3.000 €, PENSIONI PARLAMENTARI.
5° RIDUZIONE DELLE PENSIONI D'ORO AD UN MAX DI 5.000 €
E TANTE TANTE ALTRE SPESE INUTILI...
I SOVRANI SIAMO NOI !!! I PARLAMENTARI SONO NOSTRI DIPENDENTI E DEVONO FARE QUELLO CHE DICIAMO NOI !!!
RESTEREMO AD OLTRANZA CON SCIOPERI DELLA FAME
NIENTE BANDIERE E NIENTE COLORI. SEMPLICEMENTE UNITI !!!
http://www.presidiomontecitorio.it/
Nella battaglia della vita si può facilmente vincere l'odio con l'amore, la menzogna con la verità, la violenza con l'abnegazione.

Islanda, quando il popolo sconfigge l'economia globale.


LONTANO DAI RIFLETTORI

L'hanno definita una 'rivoluzione silenziosa' quella che ha portato l'Islanda alla riappropriazione dei propri diritti. Sconfitti gli interessi economici di Inghilterra ed Olanda e le pressioni dell'intero sistema finanziario internazionale, gli islandesi hanno nazionalizzato le banche e avviato un processo di democrazia diretta e partecipata che ha portato a stilare una nuova Costituzione.

di Andrea Degl'Innocenti - 13 Luglio 2011

Cascata Islanda
Una rivoluzione silenziosa è quella che ha portato gli islandesi a ribellarsi ai meccanismi della finanza globale e a redigere un'altra costituzione
Oggi vogliamo raccontarvi una storia, il perché lo si capirà dopo. Di quelle storie che nessuno racconta a gran voce, che vengono piuttosto sussurrate di bocca in orecchio, al massimo narrate davanti ad una tavola imbandita o inviate per e-mail ai propri amici. È la storia diuna delle nazioni più ricche al mondo, che ha affrontato la crisi peggiore mai piombata addosso ad un paese industrializzato e ne è uscita nel migliore dei modi.
L'Islanda. Già, proprio quel paese che in pochi sanno dove stia esattamente, noto alla cronaca per vulcani dai nomi impronunciabili che con i loro sbuffi bianchi sono in grado di congelare il traffico aereo di un intero emisfero, ha dato il via ad un'eruzione ben più significativa, seppur molto meno conosciuta. Un'esplosione democratica che terrorizza i poteri economici e le banche di tutto il mondo, che porta con se messaggi rivoluzionari: di democrazia diretta, autodeterminazione finanziaria, annullamento del sistema del debito.
Ma procediamo con ordine. L'Islanda è un'isola di sole di 320mila anime – il paese europeo meno popolato se si escludono i micro-stati – privo di esercito. Una città come Bari spalmata su un territorio vasto 100mila chilometri quadrati, un terzo dell'intera Italia, situato un poco a sud dell'immensa Groenlandia.
15 anni di crescita economica avevano fatto dell'Islanda uno dei paesi più ricchi del mondo. Ma su quali basi poggiava questa ricchezza? Il modello di 'neoliberismo puro' applicato nel paese che ne aveva consentito il rapido sviluppo avrebbe ben presto presentato il conto. Nel 2003 tutte le banche del paese erano state privatizzate completamente. Da allora esse avevano fatto di tutto per attirare gli investimenti stranieri, adottando la tecnica dei conti online, che riducevano al minimo i costi di gestione e permettevano di applicare tassi di interesse piuttosto alti. IceSave, si chiamava il conto, una sorta del nostrano Conto Arancio. Moltissimi stranieri, soprattutto inglesi e olandesi vi avevano depositato i propri risparmi.
Landsbanki
La Landsbanki fu la prima banca a crollare e ad essere nazionalizzata in seguito al tracollo del conto IceSave
Così, se da un lato crescevano gli investimenti, dall'altro aumentava il debito estero delle stesse banche. Nel 2003 era pari al 200 per cento del prodotto interno lordo islandese, quattro anni dopo, nel 2007, era arrivato al 900 per cento. A dare il colpo definitivo ci pensò la crisi dei mercati finanziari del 2008. Le tre principali banche del paese, la Landsbanki, la Kaupthing e la Glitnir, caddero in fallimento e vennero nazionalizzate; il crollo della corona sull'euro – che perse in breve l'85 per cento – non fece altro che decuplicare l'entità del loro debito insoluto. Alla fine dell'anno il paese venne dichiarato in bancarotta.
Il Primo Ministro conservatore Geir Haarde, alla guida della coalizione Social-Democratica che governava il paese, chiese l’aiuto del Fondo Monetario Internazionale, che accordò all'Islanda un prestito di 2 miliardi e 100 milioni di dollari, cui si aggiunsero altri 2 miliardi e mezzo da parte di alcuni Paesi nordici. Intanto, le proteste ed il malcontento della popolazione aumentavano.
A gennaio, un presidio prolungato davanti al parlamento portò alle dimissioni del governo. Nel frattempo i potentati finanziari internazionali spingevano perché fossero adottate misure drastiche. Il Fondo Monetario Internazionale e l'Unione Europea proponevano allo stato islandese di di farsi carico del debito insoluto delle banche, socializzandolo. Vale a dire spalmandolo sulla popolazione. Era l'unico modo, a detta loro, per riuscire a rimborsare il debito ai creditori, in particolar modo a Olanda ed Inghilterra, che già si erano fatti carico di rimborsare i propri cittadini.
Il nuovo governo, eletto con elezioni anticipate ad aprile 2009, era una coalizione di sinistra che, pur condannando il modello neoliberista fin lì prevalente, cedette da subito alle richieste della comunità economica internazionale: con una apposita manovra di salvataggio venne proposta la restituzione dei debiti attraverso il pagamento di 3 miliardi e mezzo di euro complessivi, suddivisi fra tutte le famiglie islandesi lungo un periodo di 15 anni e con un interesse del 5,5 per cento.
Proteste
I cittadini islandesi non erano disposti ad accettare le misure imposte per il pagamento del debito.
Si trattava di circa 100 euro al mese a persona, che ogni cittadino della nazione avrebbe dovuto pagare per 15 anni; un totale di 18mila euro a testa per risarcire un debito contratto da un privato nei confronti di altri privati. Einars Már Gudmundsson, un romanziere islandese, ha recentemente affermato che quando avvenne il crack, “gli utili [delle banche, ndr] sono stati privatizzati ma le perdite sono state nazionalizzate”. Per i cittadini d'Islanda era decisamente troppo.
Fu qui che qualcosa si ruppe. E qualcos'altro invece si riaggiustò. Si ruppe l'idea che il debito fosse un'entità sovrana, in nome della quale era sacrificabile un'intera nazione. Che i cittadini dovessero pagare per gli errori commessi da un manipoli di banchieri e finanzieri. Si riaggiustò d'un tratto il rapporto con le istituzioni, che di fronte alla protesta generalizzata decisero finalmente di stare dalla parte di coloro che erano tenuti a rappresentare.
Accadde che il capo dello Stato, Ólafur Ragnar Grímsson, si rifiutò di ratificare la legge che faceva ricadere tutto il peso della crisi sulle spalle dei cittadini e indisse, su richiesta di questi ultimi, un referendum, di modo che questi si potessero esprimere.
La comunità internazionale aumentò allora la propria pressione sullo stato islandese. Olanda ed Inghilterra minacciarono pesanti ritorsioni, arrivando a paventare l'isolamento dell'Islanda. I grandi banchieri di queste due nazioni usarono il loro potere ricattare il popolo che si apprestava a votare. Nel caso in cui il referendum fosse passato, si diceva, verrà impedito ogni aiuto da parte del Fmi, bloccato il prestito precedentemente concesso. Il governo inglese arrivò a dichiarare che avrebbe adottato contro l'Islanda le classiche misure antiterrorismo: il congelamento dei risparmi e dei conti in banca degli islandesi. “Ci è stato detto che se rifiutiamo le condizioni, saremo la Cuba del nord – ha continuato Grímsson nell'intervista - ma se accettiamo, saremo l’Haiti del nord”.
Costituzione Islanda
I Cittadini islandesi hanno votato per eleggere i membri del Consiglio costituente
A marzo 2010, il referendum venne stravinto, con il 93 per cento delle preferenze, da chi sosteneva che il debito non dovesse essere pagato dai cittadini. Le ritorsioni non si fecero attendere: il Fmi congelò immediatamente il prestito concesso. Ma la rivoluzione non si fermò. Nel frattempo, infatti, il governo – incalzato dalla folla inferocita – si era mosso per indagare le responsabilità civili e penali del crollo finanziario. L'Interpool emise un ordine internazionale di arresto contro l’ex-Presidente della Kaupthing,Sigurdur Einarsson. Gli altri banchieri implicati nella vicenda abbandonarono in fretta l'Islanda.
In questo clima concitato si decise di creare ex novo una costituzione islandese, che sottraesse il paese allo strapotere dei banchieri internazionali e del denaro virtuale. Quella vecchia risaliva a quando il paese aveva ottenuto l'indipendenza dalla Danimarca, ed era praticamente identica a quella danese eccezion fatta per degli aggiustamenti marginali (come inserire la parola 'presidente' al posto di 're').
Per la nuova carta si scelse un metodo innovativo. Venne eletta un'assemblea costituente composta da 25 cittadini. Questi furono scelti, tramite regolari elezioni, da una base di 522 che avevano presentato la candidatura. Per candidarsi era necessario essere maggiorenni, avere l'appoggio di almeno 30 persone ed essere liberi dalla tessera di un qualsiasi partito.
Ma la vera novità è stato il modo in cui è stata redatta la magna charta. "Io credo - ha detto Thorvaldur Gylfason, un membro del Consiglio costituente - che questa sia la prima volta in cui una costituzione viene abbozzata principalmente in Internet".
Quarto Stato
L'Islanda ha riaffermato il principio per cui la volontà del popolo sovrano deve prevalere su qualsiasi accordo o pretesa internazionale
Chiunque poteva seguire i progressi della costituzione davanti ai propri occhi. Le riunioni del Consiglio eranotrasmesse in streamingonline e chiunque poteva commentare le bozze e lanciare da casa le proprie proposte. Veniva così ribaltato il concetto per cui le basi di una nazione vanno poste in stanze buie e segrete, per mano di pochi saggi. La costituzione scaturita da questo processo partecipato di democrazia diretta verrà sottoposta al vaglio del parlamento immediatamente dopo le prossime elezioni.
Ed eccoci così arrivati ad oggi. Con l'Islanda che si sta riprendendo dalla terribile crisi economica e lo sta facendo in modo del tutto opposto a quello che viene generalmente propagandato come inevitabile. Niente salvataggi da parte di Bce o Fmi, niente cessione della propria sovranità a nazioni straniere, ma piuttosto un percorso di riappropriazione dei diritti e della partecipazione.
Lo sappiano i cittadini greci, cui è stato detto che la svendita del settore pubblico era l'unica soluzione. E lo tengano a mente anche quelli portoghesi, spagnoli ed italiani. In Islanda è stato riaffermato un principio fondamentale: è la volontà del popolo sovrano a determinare le sorti di una nazione, e questa deve prevalere su qualsiasi accordo o pretesa internazionale. Per questo nessuno racconta a gran voce la storia islandese. Cosa accadrebbe se lo scoprissero tutti?

L’idiota di potere

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Erano gli 60 e il maestro Manzi tracciava lettere e parole con il carboncino su grandi fogli. Era oggetto di benevole derisioni. Eppure grazie alle lezioni a distanza di Non è mai troppo tardi, pare che quasi un milione e mezzo di persone sia riuscito a conseguire la licenza elementare. Fu forse l’ultimo eroico e al tempo stesso domestico tentativo riuscito di contribuire all’unificazione culturale della nazione e di dare una speranza salvifica e di riscatto mediante l’istruzione.
Altro che maestro Manzi. Il ministro ricordando che la cultura non si mangia dentro a un panino taglia i fondi all’accademia della Crusca, soffoca bellezza e istruzione, avvilisce creatività e fantasia. Anche in questo caso la necessità ricatta i diritti, quelli a emanciparsi dalla sopraffazione iniqua e dalla povertà attraverso la conoscenza.
Se la beffarda irrisione rivolta al collega ministro per la sua statura mi fa orrore, ma sono scaramucce ripugnanti interne al governo dei cialtroni, le parole rivolte da Bossi al premio Nobel Levi Montalcini, la scienziata, detto come un insulto, mi turbano.
C’è tutta l’invidia degli analfabeti che invece di emanciparsi vogliono restare nella loro neghittosa ignoranza, rovesciando la loro inferiorità in arroganza, come se il difetto diventasse virtù e qualità. Ci sono i prodromi dei falò dei libri e di tutti i rituali di rivalutazione ottusa e beota delle tradizioni, come misoneismo, del recupero delle memorie etniche, come chiusura, del primato del localismo e dei vuoi valori, come isolamento. Insomma la neo barbarie.
Che per i modernisti regressivi significa l’alimentazione dell’istruzione privata, la svalutazione della cultura come bene comune. Per la lega l’espressione della sua vocazione alla mediocrità, alla riduzione in miseria di aspettative e speranze, funzionale alla creazione di recinti territoriali nei quali richiudersi e “difendersi” dagli altri e insieme dal mondo degli altri, dal cambiamento, dal dialogo, dalla condivisione e dalla crescita che ne deriva e che è la più alta forma di sviluppo di una nazione. Quando tempo fa venne proposto di rinverdire nelle scuole l’educazione civica, ci fu una sollevazione dei pedagoghi di regime: si trattava secondo il premier e i suoi servi sciocchi, di un fazioso indottrinamento. Certo per chi vuole imporre un ethos populista e reazionario è una sconfitta accettare la cultura della democrazia e per chi pensa che debba avere l’egemonia la tecnica del mercato deve essere un cruccio una scienza indipendente.
Non bisogna credere loro. Non odiano la cultura e la conoscenza perché a loro dire sono state egemonizzate dalla sinistra. Condorcet diceva che bisogna separare l’istruzione dall’educazione: l’istruzione è compito dello Stato, l’educazione è compito della società. Loro rivelano con ogni atto di detestare e osteggiare ambedue. Ed è naturale perché la loro vocazione è esautorare stato e società e irridere ed impoverire tutte quelle ricchezze e quei giacimenti che affrancano i cittadini e ne rafforzano decisione, scelte e volontà. Si mi turba la sortita di Bossi rozza e idiota come è lui: fa intravedere una nemmeno troppo latente tentazione di roghi, di gulag, di tribunali maccartisti, il completamento di quel disegno barbarico di offesa alla ragione all’intelligenza, che, ammettiamolo, sono per loro e per Scilipoti le minacce più pericolose. E forse quelle che ci faranno vincere.

I trecento miliardi che lo Stato non vuole. Mafiosi, corrotti ed evasori ringraziano

Tanto vale l'economia nera italiana. Recuperarne una parte è possibile e alleggerirebbe i sacrifici di famiglie e pensionati. Tra le proposte non accolte dal governo Berlusconi, la ritassazione dei capitali scudati e norme più severe per rompere il sistema delle mazzette. Mentre il nuovo codice contro la criminalità organizzata ostacola la confisca dei beni.

Trecentotrenta miliardi di euro ogni anno, un oceano di soldi. Dove si potrebbe andare a pescare, in un momento in cui il governo vara una manovra che promette almeno tre anni di lacrime e sangue, con più tasse e drastici tagli alla spesa pubblica. E’ l’oceano dell’economia illegale italiana. In dettaglio: 150 miliardi, il fatturato della criminalità organizzata, secondo la Commissione parlamentare antimafia (e 180 mila posti di lavoro persi al Sud, secondo il Censis); 60 miliardi il costo pubblico della corruzione secondo la Corte dei conti, cioè mille euro tondi a cittadino, neonati compresi; 120 miliardi di evasione fiscale, stima il ministero dell’Economia, con l’Italia al primo posto in Europa per la quota di reddito non dichiarato, il 51,1 per cento secondo un recente studio di Krls-Network of Business Ethic.

Totale: 330 miliardi di euro all’anno che sfuggono a ogni imposizione, un ordine di grandezza a cui arriva anche la stima dell’Istat, che valuta il “sommerso” tra i 255 e i 275 miliardi di euro, cioè tra il 16 e il 17 per cento del Pil. Un dato strutturale dell’economia italiana, che mette insieme fenomeni diversi, dallo scontrino non battuto al carico di cocaina sbarcato al porto di Gioia Tauro, e tutte le sfumature di illegalità che ci stanno in mezzo, dal lavoro nero alle mazzette.

Ma ora che il governo impone sacrifici ai lavoratori, ai pensionati, ai giovani, alle famiglie, qualcuno comincia a mettere la questione sul tavolo. Quei soldi si possono recuperare. Né tutti, né subito, naturalmente. Ma l’oceano è talmente vasto che anche una piccola percentuale avrebbe un impatto sostanzioso sulle casse dello Stato.

A lanciare il sasso nello stagno ci ha provato Avviso pubblico, la rete di oltre 180 enti pubblici contro le mafie presieduta da Andrea Campinoti, sindaco di Certaldo in provincia di Firenze. “Non ci risulta”, si legge in un comunicato dell’associazione, che nei vari “tavoli” tra governo e parti sociali “sia stato affrontato il tema dei costi economici e sociali dell’illegalità”. Eppure “i costi delle mafie, della corruzione, dell’evasione fiscale e dell’economia sommersa incidono pesantemente sulla qualità della nostra economia, della nostra sicurezza, della giustizia e della vita in generale”. Ogni singolo italiano paga un “ticket dell’illegalità” pari a 5.500 euro all’anno, cioè 15 euro al giorno.

La manovra appena approvata contiene alcuni provvedimenti che pescano nelle acque grigie dell’economia, come la tracciabilità delle transazioni sopra i 2.500 euro (prevista con soglie ancora più basse dal governo Prodi e cancellata dal centrodestra tornato in sella nel 2008) e le misure più severe per chi non emette fattura. Ma si può fare molto di più e il tema non è più appannaggio esclusivo dei soliti paladini della legalità: “Rinnovo la mia proposta al Governo di trattare i grandi evasori fiscali come i grandi criminali mafiosi, con la sanzione conseguente della immediata confisca dei beni”, ha dichiarato il senatore del Pdl Raffaele Lauro pochi giorni prima dell’approvazione della manovra.
Nessuno dei suoi sembra averlo seguito, ma almeno è un segnale. Perché se no va a finire che “pagano tutti meno gli evasori”, ha scritto il direttore di Avvenire Marco Tarquinio. Cioè “gli unici che non hanno legge, che non subiscono tagli, che dribblano i sacrifici. Chi ci governa e chi siede in Parlamento ricordi che, da oggi, tutto ciò che verrà scontato e addirittura condonato o perdonato a quest’altra casta peserà 45 miliardi di volte in più nel giudizio degli italiani onesti”.
La senatrice del Pd Simonetta Rubinato ha calcolato che potrebbero essere raccolti ben 18 miliardi di euro chiedendo un “contributo di solidarietà” a chi ha rimpatriato i capitali beneficiando dello “scudo fiscale”. L’aliquota potrebbe essere del 18 per cento, spiega la senatrice, “che aggiunto al 5 per cento già versato all’erario, equivale all’aliquota più bassa dell’Irpef, cioè 23 per cento”. Così si potrebbe “evitare di dover ancora una volta chiedere sacrifici ai ceti medio-bassi già duramente provati dalla crisi”. L’idea è entrata nel pacchetto di sette controproposte del Pd alla manovra economica approvata dal governo, insieme alla tracciabilità delle transazioni superiori ai mille euro (invece di 2.500), al pagamento elettronico di prestazioni e servizi, all’obbligo di tenuta dell’abo clienti-fornitori per le imprese. Tutti provvedimenti messi in cantiere quattro anni fa dal governo Prodi e immediatamente cancellati dalla maggioranza berlusconiana, perché mica si può vivere “in uno stato di polizia”.

Insomma, per rimettere le mani su parte dell’economia illegale italiana, lo Stato potrebbe fare molto, molto di più.
CORRUZIONE. Pochi lo ricordano, ma in Italia è in vigore una norma sulla confisca dei beni ai corrotti, sul modello di quanto si fa con i mafiosi. Fu approvata, anche questa dal governo Prodi, con la Finanziaria nel 2007, ma da allora è rimasta “in sonno” perché i successori berlusconiani non si sono mai preoccupati dei decreti attuativi. “Potrebbe essere un primo passo, il gettito sarebbe simbolico, ma il segnale forte”, afferma Pierpaolo Romani, coordinatore nazionale di Avviso pubblico. Insieme a Libera, l’associazione ha lanciato una campagna di raccolta firme perché governo e parlamento adottino le convenzioni internazionali e le direttive europee in materia di corruzione e diano seguito alla norma sulla confisca. “Significherebbe per esempio introdurre il reato di corruzione tra privati, più adatto ai meccanismi di oggi, dato che molte malversazioni avvengono in società partecipate dal pubblico ma regolate dal diritto privato”, continua Romani.
E’ una delle previsioni della Convenzione di Strasburgo sulla corruzione, approvata nel 1999 e mai adottata in Italia (già oggetto della campagna per una nuova legge anticorruzione condotta su Il Fatto Quotidiano da Marco Travaglio), “insieme alla normativa sui collaboratori di giustizia e persino i test di integrità”, continua Romani, “grazie ai quali la polizia può mettere alla prova i funzionari pubblici con finte offerte di mazzette”. Sarebbe come pescare a strascico, nel paese delle “cricche”. Invece il governo Berlusconi ha chiuso l’Alto commissariato per la lotta alla corruzione e lo ha sostituito con un “ufficetto”, il Saet, Servizio anticorruzione trasparenza. E il decreto anticorruzione, approvato in Senato il 15 giugno, non contiene grandi novità, a parte un leggero inasprimento delle pene e norme sull’ineleggibilità ancora da definire.
Perché più che riprendersi i soldi dei corrotti, combattere efficacemente il sistema delle tangenti permetterebbe allo Stato “di recuperare negli anni parecchi miliardi di euro”, commenta Alberto Vannucci, professore di scienza politica all’Università di Pisa, dove tiene un Master su criminalità organizzata e corruzione. “I 60 miliardi stimati dalla Corte dei conti rappresentano non solo le tangenti, ma i costi aggiuntivi che queste determinano per la collettività. I nostri studi dicono che in Italia le opere pubbliche arrivano a costare il 40-50 per cento in più rispetto agli altri paesi europei. Per un certo periodo subito dopo Mani pulite si registrò una drastica riduzione, perché evidentemente il sistema si era momentaneamente fermato. Un ulteriore danno sociale consiste nella gigantesca distorsione della concorrenza a svantaggio dell’imprenditore onesto, capace ed efficiente, che viene estromesso dal mercato, mentre prosperano le ‘cricche’ di amici e parenti”.
Transparency, la più autorevole organizzazione internazionale in materia, colloca l’Italia al 63esimo posto della sua classifica, tra il Ruanda e la Georgia, ma “se depuriamo il fattore reddito, visto che normalmente nei paesi più poveri c’è più corruzione, risultamo secondi al mondo dopo la Grecia”. Eppure il governo Berlusconi non sembra percepire l’emergenza, né le possibilità di recuperare soldi in questo campo invece che dalle tasche dei soliti noti. “Un modo per farlo sarebbe l’imposta sui grandi patrimoni”, suggerisce il professore, “che in Italia sono anche frutto dell’economia illecita. Basti pensare che l’83 per cento degli affitti è percepito in nero, secondo un recente rapporto del ministero dell’Economia. E le rendite finanziarie, altro tipico sbocco del denaro accumulato in nero, finora sono state sempre tassate coi guanti bianchi”. Infine, la tassazione extra dei capitali scudati “sarebbe facilmente applicabile, demandando la riscossione alle banche che hanno gestito il rientro. Certo, la prossima volta nessuno aderirebbe più allo scudo, ma a me personalmente sembra una buona ragione in più per farlo”.
MAFIA. Giusto una settimana prima della manovra “lacrime e sangue”, il Consiglio dei ministri ha approvato il nuovo codice antimafia. Una grande occasione per aggredire con maggior vigore le immense ricchezze delle cosche. Un’occasione sprecata, hanno commentato invece molti osservatori, a cominciare dall’ex presidente della Commissione parlamentare Giuseppe Lumia. Anzi, un regalo ai boss, soprattutto la nuova nornativa sui beni mafiosi, che fissa un limite di 18 mesi tra il sequestro e la confisca, un tempo giudicato troppo breve, data l’estrema difficoltà delle indagini patrimoniali e gli esigui mezzi messi in campo dallo Stato. Così come rischia di vanificare molti sforzi la possibilità, per chi viene assolto dall’accusa di associazione mafiosa, di chiedere la restituzione del bene confiscato. Una misura all’apparenza garantista, che in realtà affossa l’intuizione di Pio La Torre sul doppio binario delle indagini penalli e di quelle patrimoniali.
Il nuovo codice antimafia “dimentica” un’altra richiesta univoca di chi si occupa di lotta alla mafia: la riforma del reato di voto di scambio, l’articolo 416 ter del codice penale che oggi punisce soltanto il politico che compra voti in cambio di soldi, un caso molto raro. Che cosa c’entra con i conti dello Stato? Molto, perché di solito il politico colluso “compra” il voto mafioso in cambio di appalti, forniture, assunzioni. Moltiplicando il caso singolo per la capillarità del controllo dei clan in ampie aree del paese (e non solo al Sud), si arriva a una voragine che ingoia denaro della collettività in cambio di opere e servizi scadenti, e a volte non realizzati affatto. “Avevamo chiesto che l’azienda mafiosa sorpresa in un cantiere pubblico dovesse anche restituire i soldi incassati dallo Stato”, ricorda Romani di Avviso pubblico. “Con la normativa attuale, invece, il cantiere si ferma e basta, con un doppio danno per i cittadini, che poi finiscono per pensare che la mafia dà lavoro e l’antimafia lo toglie. Ma il nostro suggerimento è caduto nel vuoto”.
EVASIONE E SOMMERSO. “Pagano i soliti noti”, è stato il commento più diffuso alla manovra bis. E’ scomparsa anche l’imposta di solidarietà ad hoc per i redditi da lavoro autonomo superiori ai 55 mila euro, un implicito tentativo di recuperare una piccola parte delle tasse evase dalla categoria. Qualche provvedimento è stato preso, sulla tracciabilità e sulle sanzioni a chi non emette fattura, ma appare poca cosa davanti alla prateria di miliardi che si aprirebbe di fronte a una seria caccia all’evasore. Invece, poco meno di un mese fa il direttore dell’Agenzia delle entrate Attilio Befera ha annunciato “meno controlli alle piccole e medie imprese”, sia pure con una “maggiore qualità”.
Intanto i giornali pubblicano gli sconcertanti redditi medi ricavati dalle dichiarazioni Irpef dei lavoratori autonomi: 46.200 euro per i dentisti, 46.700 per gli avvocati, 17.700 per i concessionari di automobili, 14.500 per i ristoratori, 14.300 per gioiellieri e orologiai. E così via. Il 12 agosto, a Firenze, La Guardia di finanza ha messo sotto inchiesta un’intera famiglia di imprenditori del tessile per una frode fiscale da 10,2 milioni di euro, basata su false fatturazioni e aggiramento dell’Iva. Una famiglia, 10 milioni di euro, e intanto si grattano le banconote da cento dal fondo del barile di chi deve dichiarare tutto.
L’evasione va anche in vacanza. E’ di questi giorni uno studio di Assoedilizia secondo il quale il 18-20 per cento delle presenze nelle strutture ricettive è in nero, con un gran fiorire di cartelli del tipo: “Non si accettano pagamenti con assegni e carte di credito”. Sempre a proposito di tracciabilità.

domenica 7 agosto 2011

Crisi, misure di austerity in tutta Europa Ma gli stipendi dei politici non si toccano

Dall'Italia alla Francia, dalla Germania alla Gran Bretagna, i membri delle istituzioni dei Paesi dell'Ue mantengono i loro privilegi. Mentre i cittadini che rappresentano sono costretti a manovre lacrime e sangue.

In tempi di crisi economica in tutta Europa fioccano le misure di austerità. A fare i conti con i problemi di cassa non solo Grecia, Irlanda e Portogallo, ma anche i grandi Paesi Ue, in primis l’Italia, costretta il 15 luglio ad una correzione del deficit per 70 miliardi di euro. Si taglia di tutto: pensioni, stipendi e assistenza sociale. Una sola cosa rimane stabile in tutta Europa: gli stipendi dei politici.


A fare più paura sono i bilanci dei Paesi più periferici, come Grecia, Portogallo e Irlanda, la cui instabilità economica ha fatto traballare l’intera zona Euro e fatto temere il peggio per le sorti della stessa moneta unica. Da Bruxelles e dal Fondo monetario internazionale sono partiti milioni di euro di aiuti per evitare il default, l’ultimo di 340 miliardi alla Grecia, salvata per la seconda volta dal baratro del fallimento. Ma tutto questo non basta a risanare le casse vuote degli Stati, costretti a manovre finanziarie davvero lacrime e sangue.

Prima di tutto la Grecia, costretta a varare un pacchetto di misure comprendenti tagli al servizio pubblico per circa 12 miliardi di euro, decisione che ha scatenato violente manifestazioni popolari e scioperi. La disoccupazione è salita al 15,8% e l’età media per andare in pensione è passata da 61,4 a 63,5 anni, con il governo di Atene che ha dato l’ok alle privatizzazione chieste da Bruxelles in seguito alle pressioni di Berlino. L’obiettivo è trovare altri 50 miliardi di euro entro il 2015. Poi il Portogallo, che ha ricevuto un aiuto dall’Ue-Fmi di 78 miliardi di euro in maggio, con una riduzione del 5% degli stipendi più alti del pubblico impiego, un aumento dell’Iva dell’1%, un aumento delle imposte per chi guadagna più di 150mila euro l’anno e profondi tagli alle spese militari. L’Irlanda di Enda Kenny, aiutata lo scorso dicembre con un prestito di 85 miliardi di euro, sta cercando di tagliare 6 miliardi di euro di spese entro la fine del 2011, con una riduzione degli stipendi statali di almeno il 5% e altrettanti tagli al welfare. In Spagna la disoccupazione galoppa oltre il 21% con ondate di giovani indignados che manifestano da mesi nelle principali piazze del Paese. Il Governo Zapatero (che non si ripresenterà alle prossime elezioni) ha approvato un piano di austerity che include più tasse per i più ricchi e tagli dell’8% alla spesa pubblica. Gli stipendi pubblici verranno ridotti del 5% e ogni aumento sarà impossibile fino alla fine dell’anno. L’età pensionabile è stata alzata a 67 anni. Inoltre Madrid sta pensando di vendere il 30% della lotteria nazionale e qualche azione dell’Autorità spagnola aeroporti. Stessi problemi anche all’est. In Romania il governo ha proposto tagli agli stipendi pubblici di addirittura il 25% e alle pensioni del 15%. Il ministro degli Interni Vasile Blaga si è dimesso lo scorso maggio in seguito a un enorme sciopero delle forze dell’ordine. Ma anche i grandi d’Europa non scoppiano di salute. Perfino la grande Germania si è vista costretta a pianificare una riduzione del deficit di 80 miliardi di euro entro il 2014 a suon di riduzioni dei sussidi parentali, 10mila tagli nel pubblico impiego e più tasse sulle compagni di energia nucleare.


Ma a fronte di questa situazione, gli stipendi dei politici non vengono toccati e rimangono più o meno stabili in tutta Europa. Al massimo i membri delle istituzioni rinunciano a qualche aumento. È successo recentemente in Italia, con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che ha annunciato il congelamento del proprio stipendio per i prossimi due anni e la restituzione al ministero del Tesoro di 15 milioni di Euro non spesi dal Quirinale. Così come nel Regno Unito lo scorso marzo, quando i rappresentanti della Camera dei Lords e dei Commons hanno accettato il congelamento dell’aumento dell’1% della propria retribuzione (calcolata in base alla inflazione e al costo della vita). Insomma, se in qualche caso gli stipendi dei politici non aumentano, di certo non diminuiscono.


Ecco allora che i rappresentanti del popolo di tutta Europa mantengono saldi privilegi e indennità. Come biglietti gratis in primissima classica in treno e bassissimi interessi per il mutuo in Francia, un buono da 24mila sterline (27.500 euro) per l’acquisto di una seconda casa vicino Westminster nel Regno Unito, viaggi gratis in treno in tutto il Paese in Germania e l’affitto gratis per la seconda casa in Svezia. Invariati gli stipendi, che senza considerare indennità, spese di segreteria sconti e agevolazioni varie ammontano a circa 5.100 euro in Francia, 5.000 euro in Svezia, 5.600 nel Regno Unito e 7.300 euro in Germania. Intanto a Bruxelles si continua a guardare con apprensione ai bilanci degli Stati Ue più fragili e il destino dell’euro è tutt’altro che scontato.

Mago do Sputanamiento

A Silvio rispuntano i capelli. Bersani: “Miracolo ad personam”

E poi Daria Bignardi in stato interessante, ma solo perchè si interessa veramente a tutto; le allegre avventure di Massimo Moratti e mister Gasperini; il feuilleton di Pisapia a Palazzo Marino; l’outing dei generali della Finanza: “Molti di noi sono onesti”
Sì sono proprio io, il Mago do Sputanamiento, fratello minore del celebre Mago do Nascimiento ma altrettanto attendibile. Ho notato che i lettori al Misfatto stanno prendendo confidenza coi veggenti, così ho deciso di anticiparvi nel dettaglio (e parola per parola) cosa succederà di qui all’agosto 2012. Che la forza  sia con voi e col vostro espirito. E viva o Flamengo.

Settembre
- Imbarazzo nel Popolo della libertà: per colpa di un cambio di tensione durante il consueto rinfoltimento pilifero con lo stimolatore elettrico a raggi delta, Silvio B. si ritrova coi capelli di Giovanni Allevi. Di Pietro: “Nessun veto preconcetto, basta che non suoni”. Rutelli: “Peggio di Allevi è impossibile”. Sono le prime prove di dialogo tra maggioranza e opposizione.
- Ressa con feriti e contusi in una libreria di Treviso per accaparrarsi il nuovo romanzo di Daria Bignardi. Dopo “Un karma pesante” è la volta di “Una tarma fetente”, storia di una giornalista di buona famiglia che scopre con raccapriccio il pessimo stato del suo comodino Luigi XIV. Gad Lerner: “La critica rimarrà spiazzata, è il primo libro radica chic”.
- L’Inter licenzia Gasperini alla seconda giornata di campionato. In panchina va direttamente Massimo Moratti, che si esonera la domenica successiva. Torna Gasperini, subito messo sotto accusa dal presidente-intenditore: “Non capisco perché si ostina a tener fuori Jair e Mazzola”.
- Palazzo Marino come la miniera di San José in Cile, Pisapia bloccato nel sottosuolo a cento metri dalla superfice: “Sono entrato nell’ufficio dell’assessore al Bilancio e non mi sono accorto del buco lasciato da Letizia Moratti”.

Ottobre
- Continua con successo la tournée di Silvio B.: “Ai concerti è pieno di gnocca che mi chiede il bis”. Alfano: “Presto rivelerà le linee guida del suo prossimo show a camerini riuniti. E adesso basta domande che devo andare a comprargli un idrante per lo strucco”. La rivista Rolling Stone: “Silvio sul palco è un mix esplosivo tra Maurice Chevalier, il Joker di Batman e Liberace”.
- Visto il vuoto di potere, Claudio Scajola si ritrova un bel pomeriggio presidente del Consiglio a sua insaputa. Ma ricevendo la stampa a palazzo Chigi non nasconde il suo disagio: “E che cavolo, di qui mica si vede il Colosseo”.
- Quattordici generali della Guardia di Finanza chiedono asilo politico ai contrabbandieri di Forcella: “Non ne possiamo più di telefonate con Bisignani e di incontri segreti nel torbido mondo dei deputati pidiellini: abbiamo paura, prendeteci con voi, vogliamo un lavoro onesto”.

Novembre
- Tremonti vara un piccolo correttivo alla finanziaria denominato “Fist fucking” e assicura: “Agli italiani non metteremo le mani in tasca”.
- Nuovi sondaggi danno i partiti di centrosinistra in netto vantaggio e in un clima di entusiasmo e fattiva collaborazione si riunisce la direzione del Pd. Il saluto di D’Alema: “Cari compagni, fanculo a tutti”.
- I palazzi del potere tremano: arrestato per lenti oscene in luogo pubblico l’ottico di Bisignani.
- Pisapia, appena liberato dal buco di bilancio: “Non prometto miracoli ma presto nei Navigli torneranno le trote e i cavedani, Mediobanca si trasformerà in un circolo Arci e Paolo Berlusconi si troverà finalmente un impiego pulito”.

di Andrea Aloi

sabato 6 agosto 2011

Il governo non scioglie per mafia il Coume dello zio di Romano.

di Nello Trocchia  
Il governo non scioglie per mafia  il Comune dello zio di Romano Il parente del discusso ministro dell'agricoltura amministra Belmonte Mezzagno, in provincia di Palermo. Maroni si è visto bocciare il provvedimento richiesto dal prefetto dopo le indagini dei carabinieri sulle infiltrazioni criminali nella politica locale. Un nuovo caso Fondi, con aggiunta di motivi familiari
Agosto è il mese in cui la mafia brinda, soprattutto quella infiltrata e collusa con il potere politico. Nel 2009, il 15 agosto, Roberto Maroni e Silvio Berlusconi spiegavano il no allo scioglimento per condizionamento mafioso di Fondi, in provincia di Latina, con “l’assenza di indagati”. La legge non prevede ve ne siano, avendo il provvedimento un carattere preventivo, e, comunque, la voluminosa relazione del prefetto Bruno Frattasi motivava influenze criminali e livelli di infiltrazione.

Due anni dopo, il copione si ripete. Nell’ultimo consiglio dei ministri, il governo Berlusconi ha salvato dallo scioglimento per infiltrazioni mafiose il Comune di Belmonte Mezzagno, in provincia di Palermo. Anche in questo caso il Comune ha una “protezione” politica nazionale. Il sindaco di Belmonte si chiama Saverio Barrale ed è lo zio del ministro dell’agricoltura Saverio Romano, imputato per concorso esterno in associazione mafiosa e accusato di corruzione aggravata in un’altra inchiesta.

Nella storia degli scioglimenti per mafia dei comuni non è mai successo che un ministro dell’Interno si veda bocciata la proposta di azzeramento dell’ente. A Maroni è successo due volte. Anche in questo caso, il ministro aveva fatto sua la relazione dell’ex prefetto di Palermo Giuseppe Caruso, chiedendo lo scioglimento del Comune, ma il consiglio dei ministri ha risposto di no. Il ministro dell’agricoltura Romano non ha partecipato al voto.

Tutto inizia con l’operazione della Procura di Palermo, ribattezzata Perseo, che nel 2008 porta in carcere 98 persone. In galera finisce l’ex vicesindaco di Belmonte mentre altri due arrestati hanno parentele in comune. In un’intercettazione spunta anche Saverio Romano, che viene evocato da un esattore del racket come colui che, insieme a un assessore, aveva fatto vincere l’appalto all’imprenditore taglieggiato. Romano smentirà ogni contatto, attaccando la divulgazione spregiudicata di quelle conversazioni.

La prefettura apprende le notizie dall’operazione dei carabinieri e invia un gruppo ispettivo per valutare la possibile infiltrazione mafiosa nel Comune. Si arriva al via libera allo scioglimento. Nella relazione del prefetto si farebbe menzione anche alla vicenda che riguarda il padre di Saverio Romano, che avrebbe costruito un piano abusivo in una palazzina di fronte alla casa comunale. Edilizia di famiglia.

Il comunicato di Palazzo Chigi conferma le infiltrazioni della mafia, ma chiede al ministro Maroni di intervenire in altro modo. “Preso atto”, recita il comunicato, “della relazione del ministro dell’Interno sulla situazione nel Comune di Belmonte Mezzagno (Palermo), il Consiglio ha poi autorizzato il ministro ad avvalersi dei poteri conferitigli dalla legge per contrastare, a livello delle strutture comunali, ogni condizionamento della vita amministrativa da parte della criminalità organizzata, senza pervenire allo scioglimento del Consiglio comunale”.

La legge, però, non prevede altri strumenti, se non lo scioglimento. Nella relazione si evidenzia il quadro solito di un Comune con la mafia sotto casa: affidamenti di lavoro con la procedura di somma urgenza, in modo da favorire le solite ditte, una radiografia di rapporti e vicinanze sospette degli amministratori e l’abusivismo edilizio. Di mezzo non ci sono i respingimenti o le ronde, ma parliamo di rapporti mafia politica. Un argomento sul quale il ministro dell’interno Roberto Maroni preferisce non lanciare ultimatum.

Crisi, la stampa estera su Berlusconi: "Lui è il vero problema dell'Italia".

Tutti i giornali stranieri dall'Inghilterra alla Francia, dalla Spagna agli Stati Uniti, fino in Pakistan sono unanimi nel criticare l'intervento del Cavaliere ieri in aula. Un discorso che l'Economist definisce "mediocre"

C’è crisi? Per molti, ma non per tutti. Silvio Berlusconi infatti conserva il suo ottimismo nonostante la bufera dei mercati imperversi in Europa e nel Belpaese, mentre il presidente della Bce Jean-Claude Trichet, al contrario, chiede all’Italia una seria agenda di austerity, misure anti deficit e tagli più convinti. Il Presidente del Consiglio, che ieri a Palazzo Chigi ha incontrato le parti sociali, ha di nuovo minimizzato e si è appellato al suo impero di tycoon: “I mercati reagiscono per ragioni proprie che sono distanti sia dalla realtà economica sia dalla politica – ha spiegato ieri-. Mio padre diceva che la Borsa è come un orologio rotto. Investite in azioni delle mie aziende”. Dichiarazioni che non hanno suscitato il plauso né delle parti sociali convenute ieri a Palazzo Chigi né della stampa estera, che conferma giudizi negativi sul discorso del premier alle Camere.

The Economist  in uscita domani, anticipa online la sua analisi sulle parole del premier. A differenza di José Luis Zapatero in Spagna, José Sócrates in Portogallo e George Papandreou in Grecia che si sono dimessi o sono intenzionati a farlo, il Cavaliere non ha nessuna intenzione di fare un passo indietro, nonostante l’assenza di segni di ripresa. “Il discorso mediocre, quasi sbadato di Berlusconi è sembrato un’occasione mancata di influenzare il corso degli eventi”, scrive il settimanale britannico che prosegue: “Nel suo discorso al Parlamento, Berlusconi ha nuovamente promesso di rimanere al potere fino al 2013. Eppure – nota il giornale – c’è ampia evidenza del fatto che egli sia parte del problema.

Anche The Guardian non salva le parole del premier in Aula, perché non ha indicato né i sacrifici né le riforme strutturali per uscire dalla crisi, limitandosi a osservare che “la stabilità è stata sempre un’arma vincente contro la speculazione”. Dello stesso parere The Independent che evidenzia il vuoto di indicazioni per il pareggio di bilancio e il taglio della spesa pubblica entro il 2014.

In Spagna invece, El Pais rilancia la proposta di Berlusconi di rimandare la promessa di un piano di stabilità a settembre e se per il premier l’incontro con le parti sociali è stata “la riunione più cordiale degli ultimi 18 anni”, le imprese e i sindacati hanno invece sottolineato che la situazione è di “eccezionale gravità per il paese”. Nell’editoriale tranchant di Le Monde , poi, non ci sono dubbi: il problema dell’Italia è proprio lui. Dato più volte per politicamente morto, il premier è sempre in grado di risorgere dalle ceneri e per questo è “prematuro” parlare della “fine del suo regno”. Anche se, si legge sul quotidiano francese, i mercati finanziari non avranno “la stessa pazienza che gli italiani hanno avuto in tutti questi anni”.

Oltreoceano invece il New York Times osserva, come fa il Washington Post, che il premier non ha intenzione di dimettersi e che le sue parole in Parlamento non hanno convinto né le opposizioni né i mercati. Infine cita Stefano Folli, editorialista del Sole 24 Ore, che lo ha valutato come “un discorso senza idee”.

Se nel Vecchio Continente e negli Stati Uniti incombe il terrore finanziario, il pakistano The Nation preferisce soffermarsi sulle questioni di cuore di Mister B. E racconta che, mentre il paese crolla a picco, il Cavaliere trova il tempo per flirtare in aula con la deputata Pdl Micaela Biancofiore, tra carezze e sorrisi complici . Alla fine, la crisi è solo un’opinione dei mercati. Condivisa anche della stampa estera e degli italiani.

mercoledì 3 agosto 2011

L’odore dei soldi

Le origini (oscure) di un promettente imprenditore. Società svizzere. Sconosciute casalinghe. Commercialisti e prestanomi. Poi, una bizantina architettura di holding.

di Luca Andrei
«È una casalinga di Segrate il socio misterioso di Berlusconi».Correva l’anno 1983 e il mensile economico Espansione titolava così il ritratto indiscreto di un rampante protagonista della Milano degli affari. A quei tempi Silvio Berlusconi era ancora lontanissimo dal teatrino della politica. Al più la gente sentiva parlare di lui come l’abile costruttore che aveva tirato su dal nulla il quartiere di Milano 2. E molte migliaia di italiani incominciavano ad appassionarsi ai programmi di Canale 5, in rapida ascesa grazie anche al fresco acquisto di Italia 1 dall’editore Edilio Rusconi. Il futuro leader di Forza Italia, però, dimostrava già una spiccata attitudine alle pubbliche relazioni. Apriva la villa di Arcore ai giornalisti amici, mostrava orgoglioso la collezione di quadri del Quattro-Cinquecento e la superbiblioteca da 10 mila volumi e agli intimi riservava un’esibizione al pianoforte. Ma non era solo una questione di convenevoli.
Nei primi anni Ottanta il futuro leader di Forza Italia si preoccupò di costruirsi attorno una leggenda da self made man all’americana, da imprenditore che si è fatto da sé grazie alle sue straordinarie capacità di venditore. 
Nella carriera del nuovo Paperone facevano bella mostra i più diversi mestieri: cantante nel locali da ballo e sulle navi da crociera, fotografo ai matrimoni, piazzista di elettrodomestici. Tutto veniva buono per creare l’immagine dell’uomo d’affari vincente, anche grazie all’uso abilissimo della grancassa dei media. Resta memorabile, a questo proposito, un’intervista rilasciata al mensile Capital nel 1981, dove un Berlusconi in vena di confessioni spiegava come riuscì a far fruttare il piccolo gruzzolo (qualche milione) affidatogli dal padre Luigi, funzionario di banca. 
Ovviamente la realtà dei fatti risulta un po’ più complessa. Non basta la leggenda per spiegare come il fondatore della Fininvest abbia potuto accumulare una fortuna personale di svariate centinaia di miliardi nel giro di un decennio o poco più: dagli esordi da immobiliarista a metà degli anni Sessanta fino alla fine degli anni Settanta, quando prese il via l’attività televisiva. Per raccontare questa storia servono dati concreti, numeri e percentuali. Ma su tutto questo Berlusconi ha sempre glissato.
E allora conviene tornare alla casalinga di Segrate, quella di cui parlò il mensile Espansione nel 1983. 

La signora in questione si chiama Nicla Crocitto e oggi dovrebbe avere una settantina d’anni. Un giorno di giugno del 1978 alla signora Crocitto venne affidato un compito molto importante. Fu lei a sottoscrivere la quota di maggioranza di 38 società, tutte con lo stesso nome, Holding italiana, e distinte una dall’altra in base a una numerazione progressiva: Holding italiana prima, seconda, terza e così via fino all’ultima della serie. Molte di queste finanziarie negli anni successivi si persero per strada. Furono accorpate tra di loro oppure con altre società.
Le prime 22 però, nel loro piccolo, erano destinate a passare alla storia. A ciascuna di queste venne attribuita una piccola quota del capitale della Fininvest. E fino a oggi, a parte un paio di holding fuse di recente tra di loro, la situazione è rimasta la stessa. Ma perché mai fu scelta un’architettura così complessa? Non sarebbe stato più comodo, sull’esempio di tutti i grandi gruppi industriali italiani, cavarsela con un paio di finanziarie di controllo. «Motivi fiscali», questa la spiegazione offerta innumerevoli volte dai portavoce di Berlusconi. Eppure, a ben guardare, in soli bolli e imposte di registro la gestione di ben 22 finanziarie finisce per risultare molto costosa. Piuttosto, se si considerano gli ingenti flussi di capitali transitati dalle holding verso la Fininvest, allora è possibile immaginare una spiegazione diversa da quella ufficiale. Sì, perché anche le somme più ingenti, se divise in 22 parti, danno meno nell’occhio e consentono di mimetizzare al meglio operazioni di grande rilievo finanziario. 

La signora Crocitto era ovviamente solo una comparsa in una storia molto più grande di lei. Pochi mesi dopo aver posato la prima pietra del futuro impero Fininvest, la casalinga di Segrate si fece da parte. Arriva Berlusconi? Proprio no, perché il capitale delle holding passa a due fiduciarie: la Saf del gruppo bancario Bnl e la Parmafid. Il padrone vero, il miliardario di Arcore, resta ancora dietro le quinte e sulla poltrona di amministratore unico delle finanziarie arriva 
Luigi Foscale, classe 1915, zio di Berlusconi. A questo punto, e siamo nel dicembre del 1978, la girandola dei miliardi è davvero pronta a partire. Attenzione però, siamo alle prese con una giostra velocissima. I miliardi vanno e vengono, girano a gran velocità da una scatola all’altra. E allora conviene concentrarsi sui movimenti più importanti e lasciar perdere le operazioni di contorno, che rischiano di portarci fuori strada. Che poi, con ogni probabilità, era proprio l’obiettivo di chi ha costruito queste complesse operazioni finanziarie. Così a conti fatti si scopre che tra il 1978 e il 1980, dalle 22 holding transitano circa 82 miliardi di lire. Una somma che vale circa 315 miliardi di oggi. Dove vanno a finire questi soldi? E da dove arrivano?

La risposta alla prima domanda è
 relativamente semplice. Quei flussi finanziari servono ad alimentare la Fininvest, impegnata nel lancio delle televisioni e in svariati affari immobiliari. Al secondo quesito invece non ci sono risposte certe. Francesco Giuffrida, il tecnico della Banca d’Italia che nel 1998 ha svolto una consulenza tecnica per conto della Procura di Palermo sui flussi finanziari delle holding, racconta per filo e per segno gli affari in questione. Raramente però si arriva ad afferrare il bandolo della matassa. A volte perché la documentazione bancaria, a distanza di quasi 20 anni, è andata perduta. Ma, più spesso, perché le operazioni appaiono costruite ad arte per dissimulare la reale provenienza del denaro.
Facciamo un esempio e torniamo nell’ottobre del 1979, quando le holding dalla settima alla diciassettesima fanno il pieno di capitali. In totale incassano 11 miliardi, che corrispondono a circa 40 miliardi attuali. E per questo grazioso regalo devono ringraziare la Ponte, una piccola società spuntata dal nulla proprio per rifornire di denaro quelle piccole finanziarie berlusconiane. Dove ha preso quei soldi la Ponte? Mistero, dalle carte ufficiali non si capisce. Quel che si sa per certo è che questa società era amministrata da un anziano signore di nome Enrico Porrà, che per di più era reduce da un ictus. Sembra l’identikit di un prestanome. E Amilcare Ardigò, il commercialista milanese che seguì quell’operazione, ha in effetti confermato agli investigatori della Procura di Palermo che Porrà era al servizio di Berlusconi. Sta di fatto che una volta completata l’operazione, la Ponte sparisce nel nulla. E di questa società risulta smarrita qualunque documentazione contabile. 

Tempo un paio di mesi e scende in campo la Palina, un’altra società usa e getta intestata a Porrà, che, per la cronaca, è morto nel 1986. Nel dicembre del 1979, dopo soli due mesi di vita, la Palina è già pronta a finanziare le holding (dalla 1 alla 5 e dalla 18 alla 23) per un totale di 27,6 miliardi, cioè oltre 100 miliardi di oggi. È stato Silvio Berlusconi in persona, come risulta dai documenti ufficiali, a disporre l’accredito di quel denaro dai conti bancari della Palina a quelli delle holding. Resta da capire da dove arrivassero i soldi, visto che non c’è traccia della contabilità della Palina, liquidata già nel maggio del 1980. Insomma, la tracce dei finanziamenti si perdono nel nulla. Ed è inutile anche bussare alla porta delle fiduciarie Parmafid, Saf e poi Servizio Italia a cui erano formalmente intestate le quote di controllo delle holding. Già, perché molto spesso le operazioni si svolgevano «franco valuta». Cioè venivano regolate direttamente tra il fiduciante, ovvero Silvio Berlusconi, e le sue holding. Le fiduciarie si accontentavano di una conferma scritta dell’affare, senza parteciparvi direttamente e senza ottenere documentazione contabile.

Insomma, Saf e Servizio Italia compravano
 a scatola chiusa, mentre dietro le quinte il rampante leader della Fininvest dirigeva il traffico dei miliardi. Non era una novità. Facciamo un altro passo indietro fino al 1963, quando Berlusconi, a soli 27 anni, lancia il suo primo progetto immobiliare a Brugherio nell’hinterland milanese. Per gestire l’operazione nasce la Edilnord di Silvio Berlusconi & C., una società in accomandita con un unico finanziatore. E questo finanziatore batte bandiera svizzera. Già, perché nel ruolo di socio accomandante compare la Finanzierungesellschaft di Lugano, una società gestita dall’avvocato ticinese Renzo Rezzonico. Lo schema funziona, se è vero che anche per l’operazione Milano 2, che scatta nel 1968, i capitali di partenza arrivano da Lugano. Per l’occasione nasce la Edilnord di Lidia Borsani & C, finanziata interamente dalla Aktiengesellschaft für Immobilienalangen in Residenzzentren. Quest’ultima ha sede a Lugano ed è gestita da Rezzonico. Lidia Borsani, invece, è una cugina di Berlusconi. La costruzione di Milano 2 viene però portata a termine da una terza società, la Italcantieri, nata nel 1973. Soci fondatori: le finanziarie Cofigen di Lugano ed Eti di Chiasso.

A questo punto chi fosse dotato di molto tempo
 e di grande buona volontà potrebbe risalire di scatola finanziaria in scatola finanziaria nel complicato organigramma che sta dietro queste ultime due finanziarie. Si imbatterebbe in banche e fiduciarie, in società non sempre al di sopra di ogni sospetto per via dei loro rapporti con il riciclaggio di denaro sporco. Tutto questo però non basterebbe a risolvere il mistero della reale provenienza del denaro che ha permesso il finanziamento delle prime iniziative immobiliari di Berlusconi. Da sempre il sistema bancario elvetico è organizzato in modo da rendere praticamente impossibile ricostruire le fonti del denaro. E nella gran massa di capitali che prendono il volo verso gli accoglienti forzieri della Confederazione spesso si mescolano capitali di provenienza criminale e denaro frutto di evasione fiscale. Senza contare che nell’Italia degli anni Settanta la legge puniva gli esportatori di capitali. E quindi centinaia di imprenditori che avevano depositato parte delle loro fortune in Svizzera, quando avevano bisogno di capitali in Italia spesso si affidavano agli spalloni oppure si servivano di società schermo con base oltreconfine. Tutto questo per eludere i controlli della Guardia di finanza.

Anche Berlusconi, a dire il vero, fu sottoposto
 a una indagine delle Fiamme Gialle già nel 1979. Interrogato dagli investigatori nel novembre di quell’anno, l’attuale leader di Forza Italia si descrisse come un semplice consulente della Edilnord, un «progettista» a cui era stato affidato «l’incarico professionale della progettazione e della direzione generale del complesso residenziale di Milano 2». Berlusconi aveva anche prestato delle garanzie personali a favore della Edilnord presso le banche creditrici. Piuttosto strano per un semplice progettista. Anche su questo punto, interrogato dalla Guardia di finanza, il padrone della Fininvest aveva la riposta pronta. Eccola: «Non ho avuto alcuna difficoltà a prestare fideiussioni, apparendomi anzi tale fatto come una possibilità di acquisire benemerenze nei confronti delle mie principali clienti, con la sicurezza di non incorrere in alcun rischio, essendo io a perfetta conoscenza della solvibilità e delle serietà» di queste società.

Così parlò Berlusconi, tradotto nel burocratese della Guardia di finanza. A voler credere a questa versione, un semplice progettista avrebbe prestato garanzie personali per centinaia di milioni nei confronti di società sue clienti per fare bella figura nei loro confronti. E le banche avrebbero accettato senza batter ciglio. La Guardia di finanza però prende questo racconto per oro colato. E archivia l’accertamento valutario che ipotizzava che la Edilnord centri residenziali dipendesse da una società off shore. «Non è emerso alcun elemento comprovante che nella persona del dottor Berlusconi si possa identificare l’effettivo soggetto economico delle società estere Afire (che sta per Aktiengesellschaft für Immobilienanlagen in Residenzzentren, ndr) di Lugano e Cefinvest di Lugano». 
Resta una ciliegina sulla torta. A raccogliere le dichiarazioni di Berlusconi fu un capitano del Nucleo speciale di polizia valutaria. Il suo nome è Massimo Maria Berruti, che negli anni Ottanta lasciò le Fiamme Gialle per mettersi in proprio come commercialista. In seguito Berruti lavorò a lungo per conto del gruppo Fininvest. Ora è deputato. Il partito? Forza Italia.



Mi consenta, mi avvalgo...


Silvio Berlusconi ha fatto scena muta, martedì 26 novembre, davanti ai giudici del tribunale di Palermo che lo dovevano interrogare, in trasferta a palazzo Chigi, nel processo per mafia con imputato Marcello Dell'Utri. Berlusconi era stato indicato come testimone dalla difesa dell'amico Dell'Utri, ma evidentemente ha cambiato idea e, in quanto ex indagato, ha potuto avvalersi della facoltà di non rispondere. Un silenzio assordante. 

Non ha mai risposto con chiarezza alle domande sugli inizi della sua carriera imprenditoriale e sui suoi rapporti con ambienti siciliani. Questa volta non ha permesso neppure che gli venissero poste le domande. Erano pronte da mesi, da anni. Più volte Berlusconi aveva fatto rimandare l'appuntamento. Questa volta ha dovuto accettarlo, ma non ha aperto bocca.

Restano così senza risposta le domande che i magistrati avrebbero voluto fargli. Come decise di assumere Dell'Utri? Come visse la spola di Marcello tra lui e il faccendiere siciliano Filippo Alberto Rapisarda? Che rapporti ebbe con Gaetano Cinà, attuale coimputato di Dell'Utri? Come avvenne l'assunzione del capomafia Vittorio Mangano, diventato fattore della villa di Arcore? La Fininvest pagò il pizzo per installare le sue antenne tv in Sicilia? E trattò con Cosa nostra dopo gli incendi dei magazzini Standa a Catania? E soprattutto: da dove arrivarono i soldi che servirono a finanziare gli inizi delle aziende di Berlusconi, la Fininvest e poi le 22 misteriose holding che la controllano? Ci sono stati capitali mafiosi alle origini del successo Berlusconi?

Gli anni dal 1975 al 1978 sono un vero buco nero, con flussi finanziari che non sono stati ricostruiti, in anni di indagini, né dal funzionario della Banca d'Italia Francesco Giuffrida, né dal maresciallo della Dia Giuseppe Ciuro, e nemmeno dal consulente incaricato dalla difesa Dell'Utri, il professore della Bocconi Iovenitti. Berlusconi ha perso un'altra occasione per chiarire, per dissolvere i dubbi, fugare le ombre. Un dovere come cittadino, come imprenditore, ma ancor più come presidente del Consiglio.

I magistrati dell'accusa, Antonio Ingroia e Domenico Gozzo, preso atto dell'indisponibilità di Berlusconi a parlare, hanno chiesto di acquisire i verbali di vecchi interrogatori resi da Berlusconi tra il 1974 e il 1996 sugli argomenti sopra indicati e anche sulla sua iscrizione alla loggia P2 e sui suoi rapporti con il banchiere Roberto Calvi, morto impiccato a Londra, e con il faccendiere Flavio Carboni.

lunedì 1 agosto 2011

Conflitto d’interessi? Chiamiamolo d’ipocrisia!

L’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha pubblicato, lo scorso 26 luglio, la sua tredicesima relazione semestrale sul conflitto di interessi da parte dei titolari di cariche di Governo.

Ancora una volta – è, appunto, la tredicesima – la conclusione cui l’Autorità è pervenuta – o meglio, a cui è dovuta pervenire complice la legge che è chiamata ad applicare – è che nel nostro Paese, negli ultimi sei mesi non si sono registrati episodi di conflitto di interessi.

Sintomatiche le conclusioni della principale indagine su un episodio di presunto conflitto (che siamo costretti a chiamare così per via della presunzione di innocenza prima e della decisione dell’Autorità poi) condotta dall’Agcm.

Con il decreto legge Milleproroghe, il Governo decide di prorogare dal 31 dicembre 2010 al 31 marzo 2011, tra le altre cose, il termine relativo al divieto, per tutti i soggetti che esercitano l’attività televisiva in ambito nazionale attraverso più di una rete, di acquisire partecipazioni in imprese editrici di giornali quotidiani o di partecipare alla costituzione di nuove imprese editrici di giornali quotidiani.

Si tratta – non c’è chi non lo capisca – evidentemente di una materia sensibile in un Paese in cui il capo del Governo è anche capo del più grande polo editoriale nazionale e, proprio per questo, l’Autorità garante storce il naso e si fa sentire quando si accorge che il Governo nel prorogare il termine ha anche assegnato al presidente del Consiglio il potere – da esercitarsi in assoluta autonomia – di prorogarlo ulteriormente.

L’Autorità garante chiede, pertanto, al Governo di modificare tale previsione in sede di conversione del decreto legge ma, naturalmente, nessuno a Palazzo Chigi né in Parlamento, ritiene di intervenire. A questo punto la vicenda diventa tragicomica e la nostra legge sul conflitto di interessi si palesa per quello che realmente è: un capolavoro di ipocrisia istituzionale.

Il Governo Berlusconi toglie dalle mani del suo capo, Silvio Berlusconi, la patata bollente che quest’ultimo si era auto-attribuita e, con un ennesimo decreto legge, proroga, al posto del suo capo, il termine al 31 dicembre 2012.

E’ un decreto legge varato dal Governo Berlusconi, proposto dal premier Silvio Berlusconi e dal suo ministro dell’economia nonché controfirmato dallo stesso presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

Ma è, soprattutto, un decreto legge che incide sulla disciplina del mercato editoriale italiano nel quale Silvio Berlusconi è leader, adottando un provvedimento che l’Autorità preposta alla vigilanza sul conflitto di interessi aveva segnalato inopportuno fosse adottato dal presidente del Consiglio.

Impossibile – si direbbe – negare l’esistenza di un conflitto di interessi.

Sfortunatamente, però, le conclusioni cui perviene l’Autorità garante sono diametralmente opposte: non c’è conflitto perché, secondo quanto riferito all’Agcm dalla presidenza del Consiglio, il testo del decreto, benché formalmente proposto dal premier, è stato in realtà predisposto presso il Ministero dello Sviluppo economico (il cui titolare Paolo Romani è uomo della televisione e sodale del premier), poi trasmesso al Ministero dell’economia e, quindi, approvato dal Consiglio dei Ministri in una seduta nel corso della quale, al momento del voto sul decreto, il presidente del Consiglio e il suo vice, Gianni Letta, sono usciti come risulta dal verbale della presidenza del Consiglio.

Quanto alla circostanza che il decreto rechi la firma del premier, si tratterebbe di un atto dovuto – secondo la presidenza del Consiglio e l’Autorità garante – insuscettibile di assumere rilevanza quale elemento di imputazione al premier dell’atto di cui si discute.

Se un decreto legge in materia di disciplina dell’editoria, proposto da Silvio Berlusconi e da questi firmato non costituisce un episodio di conflitto di interessi, vien da chiedersi cosa debba accadere perché l’Autorità garante possa,  finalmente, accertare, almeno per una volta nella sua storia, un episodio di conflitto d’interessi nel nostro Paese.

Nella relazione dell’Autorità c’è, infine, un altro dato sul conflitto di interessi davvero inquietante, capace di generare un moto di umana rabbia e delusione in chiunque abbia a cuore le sorti del nostro Paese: nonostante le reiterate richieste dell’Autorità sei titolari di cariche di Governo – peccato non disporre dei nomi – non hanno ancora fornito all’Agcm i documenti necessari per consentirle di verificare la sussistenza di eventuali situazioni di incompatibilità e, analogamente, non hanno provveduto a tale elementare obbligo di trasparenza e buona fede centoquattordici familiari di titolari di cariche di Governo.

A Palazzo Chigi, dunque, non piace che l’Autorità “anti-conflitto d’interessi” metta il naso tra le carte dei titolari di cariche di Governo e dei loro familiari a caccia di conflitti e incompatibilità.

Come se non bastasse, nella relazione, l’Autorità evidenzia come, sfortunatamente, non disponga di nessun potere per acquisire coattivamente i documenti mancanti.

Non chiamiamolo più conflitto di interessi, chiamiamolo conflitto di ipocrisia anzi, stato di ipocrisia permanente.

Debito e crisi: pagano sempre i soliti

di Giancarlo Granero
Riassunto della puntata precedente: la Commissione europea, vale a dire il mio datore di lavoro, propone – nell’ambito del tetto di bilancio Ue fino al 2020 – drastici tagli alle spese amministrative. Tra questi, la base di negoziato prevede:
  • La riduzione del 5% del personale delle istituzioni Ue (il personale della Commissione è già congelato – crescita zero – dal 2012);
  • L’aumento delle ore di lavoro settimanali in modo da compensare la riduzione di personale (perché il carico di lavoro, lui, aumenta!);
  • L’aumento dell’età pensionabile a 65 anni, con incentivi per restare fino a 67, e modifica della base di calcolo (ovviamente in ribasso);
  • L’eliminazione progressiva dei funzionari della categoria “assistenti”, vale a dire segretari/e e simili.
Tutto buono e giusto. Ma facciamoci due conti: ci sono circa (calcolo per eccesso) 50mila persone che lavorano a vario titolo per le Istituzioni europee (non a Bruxelles, ma nel mondo intero). Ci sono invece circa 50.000.000 (cinquanta milioni) di dipendenti pubblici nazionali nei 27 Stati dell’Unione (da una rapida ricerca su Google ho trovato una stima di 3 milioni 600mila solo per l’Italia… sarà il federalismo?). Insomma, tagliando un euro a me e ai miei colleghi si ha un euro di risparmio, tagliandolo a livello nazionale se ne hanno mille. Quindi non si taglia a livello Istituzioni Ue per risparmiare. Si taglia per essere solidali. E’ un gesto di solidarietà con gli Stati membri.

Ed è qui che mi girano un po’ le scatole perché, come ho detto nel post precedente, gli Stati dicono di tagliare e invece, cifre alla mano, spendono sempre di più. E pazienza. Pazienza anche che i paladini dei tagli alla Commissione siano governi orientati da partiti populisti e uno, quello del Regno Unito, abbia avuto un ruolo non minore nel creare la crisi economica.

Il punto che proprio non mi va giù ha a che fare con il mio Paese, l’Italia.

Tutti sappiamo che in Italia l’evasione è sport nazionale, persino ufficializzato dal governo attuale con la famosa giustificazione “tasse troppo alte = evasione legittima”. Però quando ho letto l’articolo di Bruno Tinti mi sono, per usare un eufemismo, indignato. Un dato tra tutti: nel 2010, in Italia, lavoratori dipendenti e pensionati hanno pagato il 93% dell’Irpef. I cinque milioni e passa di lavoratori autonomi, commercianti, artigiani, imprenditori eccetera hanno pagato dunque il 7%, pur rappresentando il 12% della popolazione e – presumo – la maggior parte della ricchezza del Paese. Non mi sembra una generalizzazione esagerata dire che in Italia praticamente nessuno, a parte i dipendenti che non hanno scelta, paga tutte le tasse dovute.

A me è capitato, e capita purtroppo frequentemente, di sentirmi apostrofare con frasi del tipo “Ti pago io lo stipendio”. Quando si è funzionari dell’Ue uno come Brunetta pare un moderato… Però, dati alla mano e proposte della Commissione sul tavolo, non accetto più di essere cornuto e mazziato. Ed esorto i lettori dipendenti pubblici e pensionati a fare altrettanto.

Siamo noi, dipendenti pubblici e dipendenti in generale, a pagare la Cayenne agli evasori. Siete soprattutto voi, dipendenti residenti in Italia, a tenere a galla un’economia che fa 160 miliardi di evasione, 60 miliardi di corruzione, 350 miliardi di economia sommersa e 500 miliardi nascosti da italiani in paradisi fiscali, per un totale di più di metà del debito pubblico (vedi Soldi rubati di Nunzia Penelope). Siete e sarete voi a pagare per evitare la bancarotta dello Stato, provocata non da voi ma dagli evasori.

Con voi, piena solidarietà. Con i cinque milioni di connazionali evasori invece non sento nessun dovere di solidarietà, anzi. Vorrei prima che pagassero fino all’ultimo centesimo per i danni che hanno provocato alla collettività.

Disclaimer: Come riportato nella bio, il contenuto di questo e degli altri articoli del mio blog è frutto di opinioni personali e non impegna in alcun modo la Commissione europea.
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