domenica 30 ottobre 2011

L’uomo senza dignità

Che cosa pensare (e che cosa avranno pensato in Europa) di un primo ministro che torna da un incontro difficile dove hanno deciso di lasciargli ancora un po ’ di tempo per cominciare un lavoro urgente che lui ha trascurato a lungo, e lui si precipita a collegarsi con lo show televisivo Porta a Porta per annunciare che “il suo piano è stato accettato e lui è stato promosso”?.

Nelle stesse ore tutto il suo governo era nell’aula della Camera dei Deputati (tutti i ministri e squadroni di sottosegretari) e ci sono rimasti per tutte le ore utili al lavoro, in tutte le sedute della settimana parlamentare, tra il 24 e il 27 ottobre perché era previsto il massacro dello art. 41 della Costituzione. Ma quel massacro, desiderato più ardentemente della “promozione” in Europa non è stato neppure tentato, buttando avanti invece piccole ratifiche o nobili mozioni (però non del governo ma dell’opposizione).

Infatti quasi ad ogni chiamata al voto del presidente di turno, la truppa di Berlusconi risultava, pur con tutti i ministri e i sottosegretari presenti, un voto sopra, un voto sotto, un voto pari, che vuol sempre dire sconfitta per chi ha chiesto la votazione. Traduzione: non possono governare. E non possono far approvare le loro leggi. Eppure questo evento, che pur dovrebbe suggerire qualcosa a livello istituzionale, non ci racconta il peggio della Repubblica.

Il peggio è in quella lettera di “buoni propositi” che è stata presentata con faccia tosta incredibile agli europei come se fosse un documento vero. Non lo è. Come in certi incunaboli ritrovati dal buio del passato, non se ne conosce l’autore. Come ci informa, senza ridere, il Corriere della sera del 27 ottobre, pag. 5: “È una lettera di 17 pagine preceduta da un preambolo ‘ caro Herman, caro Josè Manuel’, in cui si illustra il percorso di risanamento, opera del glorioso governo Berlusconi, che porterà al pareggio di bilancio nel 2013”.

Come si vede neppure Herman (Van Rompuy) e Josè Manuel (Barroso) possono sottrarsi, nella lunga introduzione, alla rassegna dei successi messi a segno dall’unico Paese a crescita zero dell’Unione Europea. “In coda – ci informa la giornalista Antonella Baccaro che ha compilato con cura il sommario della difficile materia – c’è la creazione di una commissione sul debito pubblico e le modifiche della Costituzione sul pareggio di bilancio”.

Non ci crederete, ma il “pareggio di bilancio” è materia annunciata dal calendario dei lavori della Camera per i prossimi giorni, senza che si abbia notizia della Commissione, del suo lavoro e del ministro competente (come abbiamo detto, il ministro dell’Economia appare al momento auto-sospeso).

Il testo prosegue facendo sapere che “il debito è antico” (come sempre “non siamo stati noi”), che, per la crescita, il governo deve ancora approvare il decreto Sviluppo ma “promette di attuarlo nei prossimi otto mesi”, dando quindi una data di esecuzione a un decreto che non c’è; che “il piano delle opere pubbliche verrà accelerato attraverso criteri che favoriscano l’intervento dei privati”(e subito Matteoli annuncia il ponte di Messina, smentito in Aula dal suo sottosegretario), ma si proclama anche “la costituzione di zone a burocrazia zero (il sogno di mafia, ‘ ndrangheta e camorra perchè burocrazia zero vuol dire zero controlli).

Tra le misure per la crescita viene anche indicata la riforma costituzionale, da attuare in 6-12 mesi che introdurrà “la riduzione del numero dei parlamentari, l’abolizione delle province e la riforma in senso federalista”. Ovviamente l’elenco è incompatibile con le date e il tempo delle riforme costituzionali e dunque indica un evento impossibile.

Ma il punto forte della lettera redatta, forse, da Berlusconi in persona nella sua “fortezza della solitudine” sono i licenziamenti facili per incoraggiare le aziende ad assumere”. È purtroppo chiaro che una simile innovazione, cara solo ai peggiori imprenditori, da un lato porta scontro sociale, dall’altro incita non ad assumere i disoccupati, ma a licenziare liberamente coloro che un lavoro c’e l’hanno. Adesso il trucco si vede. Tutti i peggiori propositi di un governo come questo, dal ponte di Messina al licenziamento libero, tutto deve apparire come doveroso perché “richiesto dall’Europa”. Non si parli di neo-liberismo. Come si vede, si tratta invece di vetero capitalismo, nella sua forma più rozza.

Tutto ciò trova una risposta chiara e ineludibile sul New York Times del 27 ottobre, in un testo di James Livingston, nella pagina editoriale: “Come storico dell’economia che studia il capitalismo da trentacinque anni, voglio condividere un segreto con voi: l’investimento privato, ovvero tutti i tagli possibili al lavoro per aumentare il profitto, dunque l’investimento, dunque nuovo lavoro, non porta affatto dove vi dicono. Non porta crescita. Più debiti dei consumatori e più spese dei governi portano crescita. La storia ci dice che questa visione (del favorire prima di tutto l’impresa contro i diritti del lavoro, ndr) è sbagliata. In tutto il secolo scorso il profitto delle imprese ha continuato a salire (600 per cento) ma gli investimenti hanno continuato a diminuire. Al principio del secolo tutti gli investimenti erano privati. Alla fine del secolo erano quasi tutti spesa pubblica o spesa dei consumatori”.

Dunque il segreto non è più un segreto: rincorrere le pensioni dei lavoratori e i loro salari per mettere a posto l’Italia o il mondo è un errore clamoroso. Ma non è un errore innocente. Ricordiamolo quando ci diranno che votare tutti insieme a favore della “Lettera Berlusconi” è questione di amor di Patria.

venerdì 28 ottobre 2011

Il Tg3 andrà sul satellite?

Sì,  forse il Tg3 è fazioso, ho chiamato la direttrice per segnalare alcuni lanci dei servizi…”, chi lo ha detto? Il cosiddetto presidente di garanzia della Rai Paolo Garimberti. Il tutto è accaduto nel corso di una seduta della commissione di vigilanza,  dove i vertici aziendali avrebbero dovuto e potuto rispondere su Minzolini, sulle omissioni, sui crolli di ascolto, sulle intercettazioni tra Masi e Lavitola, sui pestaggi organizzati e promossi contro il presidente Fini, contro i referendum,  contro milioni di  italiane e di italiani che hanno il torto di non  riverire il presidente del consiglio, nonché editore di riferimento del polo Raiset.

Invece no! Il presidente di garanzia ha trovato il tempo di richiamare l’attenzione sulle presunte faziosità del Tg3. Naturalmente  tutti, compreso il Tg3, possono e debbono essere liberamente criticati e  criticabili, ma qui ci sembra davvero di sognare. Nel metodo perché questo richiamo ha finito, ovviamente, per ammazzare tutto il resto, e a stabilire una comica e falsa equiparazione tra il Tg3 e il Tg1.

Nel merito perché, chi avesse voglia di farsi una idea propria sulla “faziosità contestata” potrà riascoltare quel Tg e scoprirà che stiamo parlando del nulla, ma proprio del nulla.
Ci risiamo dunque con il cerchiobottismo, con il rifiuto di chiamare le cose con il loro nome, con il far finta che non stia accadendo nulla di grave, e per di più alla vigilia di uno scontro elettorale che vedrà uno dei giocatori disporre direttamente del controllo del telecomando.

Perché il presidente di garanzia non ci spiega come mai tutti gli autori e i programmi sgraditi a Berlusconi e indicati nell’elenco di Trani siano stati soppressi o messi in condizione di andarsene?

Perché Saviano, Santoro, la Dandini, Paolo Ruffini, per citarne solo alcuni sono andati via? Perché la Gabanelli è ancora sotto tiro? Perché Carlo Freccero non dirige le principali reti della Rai? Perché i film di Sabina Guzzanti vanno in onda su La7?  Perchè Rainews è stata confinata in spazi sempre più angusti e sottoposta a una indegna campagna di mobbing aziendale? Perché  la Rai ha preferito fare un bagno d’ascolti ogni giovedì sera piuttosto che trattenere Annozero? Chi ha trattato un vantaggio politico ed economico da questa scelta?

Cosa ci fa un ex carabiniere dentro gli uffici della direzione generale? Cosa sta controllando? Cosa deve bonificare? Chi deve controllare? Il presidente di garanzia sa bene, anzi benissimo, che da questa situazione ha tratto vantaggio solo e soltanto il presidente del consiglio, nonché proprietario di Mediaset.

Chivuole garantire il presidente di garanzia? Quando vorranno garantire quella maggioranza che non possiede tv e giornali e vorrebbe solo essere informata, poter scegliere senza bavagli e senza omissioni?

Chi non se la sente di svolgere questo ruolo con forza e con determinazione può sempre passare la mano, lasciare il campo, informare le autorità costituzionali che la situazione è ormai fuori controllo. Qui  non sono in gioco i destini personali, ma le modalità stesse del prossimo confronto elettorale e politico.

Se il presidente di garanzia della Rai vuole fare davvero qualcosa  di utile chieda  alla signora Lei e ai suoi direttori di accogliere l’invito di Santoro e di mandare in onda, come faranno decine di emittenti e la stessa Sky, il programma Servizio pubblico che partirà  il prossimo 3 novembre.
Santoro lo ha offerto gratis, nessuno ha risposto, eppure molti degli italiani che ancora pagano il canone vorrebbero vedere gratis, anche sul servizio pubblico, un appuntamento che avevano imparato ad apprezzare e a scegliere sulle reti della Rai.

Riuscirà  e soprattutto vorrà il presidente di garanzia della Rai accogliere questa richiesta e liberare cittadine e cittadini da censure e bavagli?

giovedì 27 ottobre 2011

Il Times all’attacco di B: “Clownesco primo ministro irresponsabile e codardo”

 
Le 14 pagine redatte da Palazzo Chigi per incentivare la crescita e lo sviluppo dell’Italia sono state accolte favorevolmente dall’Unione Europea che ora, però, attende i fatti. Se però il Vecchio Continente fa da sponda, dall’altro lato i quotidiani internazionali stroncano le proposte del governo di Silvio Berlusconi, ritenute insufficienti e inefficaci. Proprio come la leadership politica del Cavaliere che per la stampa straniera è giunta al capolinea. Ormai da mesi.

L’ultimo inequivocabile giudizio arriva oggi dal Times che scrive in un editoriale in prima pagina: “Berlusconi si deve dimettere immediatamente”. Un titolo sotto il quale seguono parole pesanti, visto che “la codardia politica del Presidente del Consiglio che ha messo in pericolo l’intera Eurozona”. Non manca nemmeno una chiosa sull’etica e l’immagine pubblica di questo “questo clownesco primo ministro – si legge – la cui noncuranza, irresponsabilità e codardia politica ha tanto esacerbato la crisi attuale”.

A questo segue poi l’analisi spietata degli anni di Berlusconi alla guida del Paese che sono “il suo totale fallimento, dopo otto anni di governo, a introdurre riforme significative allo sclerotico sistema politico italiano, la ripetizione di promesse disattese e la cattiva gestione della terza economia europea ad aver distrutto la sua credibilità e a minacciare l’esistenza di tutti i partner dell’Italia nell’Eurozona”. Se l’Italia non può essere salvata, sottolinea infatti il Times, “non può essere salvato l’intero esperimento dell’euro”. Il quotidiano londinese, poi, considera la lettera consegnata all’Europa priva di “impegni specifici” e concertata insieme alla Lega in cambio di “elezioni anticipate lampo” per sfruttare “la disorganizzazione dell’opposizione”. Uno scenario che “è il peggiore dei mondi possibili” e per questo il miglior servizio che il premier potrebbe fare al suo paese è “quello di dimettersi immediatamente”.

Anche sui quotidiani europei più influenti, e in particolare negli editoriali pubblicati sui blog, il giudizio sulle misure italiane non è positivo. Ulrike Dauer su The Source del Wall Street Journal teme che il plauso di Bruxelles sia di breve durata e che le misure studiate dall’Italia siano insufficienti per salvarla dalla crisi. E in Germania, Die Zeit, Handelsblatt e Die Welt ampliano le considerazioni all’intero continente: scrivono che il salvataggio della Grecia è una “vittoria di Pirro” e ribadiscono la convinzione dell’assenza di crescita in Europa.

L’editoriale di oggi del Times, però, non è stato l’unico a ironizzare sul declino di Berlusconi e a chiederne le dimissioni. Se a giugno per l’Economist il premier era “l’uomo che ha fregato l’Italia” due mesi dopo il Financial Times aveva titolato: “Berlusconi guarda la crisi dalla spiaggia” visto che in occasione della riapertura dei mercati, mentre la finanza era in fibrillazione, si era“rifugiato nella sua lussuosa villa, ufficialmente per festeggiare il 45esimo compleanno di sua figlia Marina”. E a settembre sul quotidiano, il Cavaliere era stato paragonato a Nerone che incendia la sua città. Una metafora per spiegare le misure di austerity che avrebbero soffocato la crescita, con un particolare riferimento all’aumento delle tasse.

Sulla crisi della premiership di Berlusconi anche il New York Times era intervenuto il mese scorso con un articolo dal titolo “L’agonia e il Bunga bunga”, che a ridosso del suo 75esimo compleanno ricordava il viale del tramonto del “libidonoso imperatore” sulla stessa scia di quanto pochi giorni prima avevano fatto dal Wall Street Journal alla Süddeutsche Zeitung tutti allineati, in sostanza, sulla stessa posizione. “In passato – aveva scritto il Wsj – le buffonate di Silvio Berlusconi hanno danneggiato l’Italia. Oggi rischiano di fare lo stesso con l’intera Eurolandia”.

mercoledì 26 ottobre 2011

La strage silenziosa delle forze dell’ordine

Quando un rappresentante delle forze dell’ordine muore in servizio se ne parla su tutti i giornali e diventa un eroe unanimemente riconosciuto. La colpa è della criminalità o, quando impegnati in missione di pace (che di pacifico hanno sempre meno), del “nemico”, e quindi la reazione è accettata e condivisa da tutti.

C’è però una strage silenziosa, che non viene quasi mai pubblicizzata (meritorio, in tal senso, è l’impegno controcorrente della rivista Carabinieri d’Italia, attenta al problema), e che ha raggiunto dimensioni allarmanti. Sono sempre più numerosi, infatti, i Carabinieri che decidono di porre fine alla loro vita, suicidandosi. I numeri di tale fenomeno sono poco noti, ma tali da non consentire di ritenere in alcun modo che rientrino nella normale statistica dei suicidi dei depressi, dei patologici, dei malati di mente. Tutt’altro.

Spesso dietro il suicidio di un Carabiniere vi è la frustrazione nello svolgere il proprio lavoro, le vessazioni subite (preoccupante è quanto sta emergendo in questi giorni riguardo al corpo dei Nocs), le legittime aspettative deluse. Significativo è che talvolta i parenti delle vittime – di questo si tratta – non vogliono la partecipazione ai funerali dei superiori del corpo di appartenenza.

A mio avviso, in queste dinamiche gioca un ruolo determinante anche la giustizia amministrativa che, troppo spesso, non rende giustizia a provvedimenti che andrebbero vagliati ben più a fondo, trincerandosi invece dietro tesi oltremodo restrittive o, addirittura, nella teoria dell’”ordine amministrativo”, cioè un atto che non può di fatto essere messo in discussione, in quanto giustificato da prioritarie e prevalenti esigenze di organizzazione correlate alla sicurezza. Ma siamo proprio sicuri che sia sempre così? O con tale atteggiamento giurisprudenziale non si finisce per legittimare, piuttosto, anche trasferimenti punitivi, disciplinari vessatori e dinieghi ingiusti di progressione in carriera?

Se i vertici di tali istituzioni, come dimostrano talune inchieste, sono stati talvolta coinvolti in inchieste per gravissimi fatti, credo sia legittimo sospettare che anche dietro le carriere, i procedimenti disciplinari e i trasferimenti coatti possa esservi in alcuni casi una decisione non esclusivamente meritocratica e trasparente.

E allora, forse è il momento di iniziare a proteggere le forze dell’ordine anche sotto il profilo della legittimità dei provvedimenti, e di scandalizzarsi veramente dei tanti, allarmanti, suicidi, di cui non abbiamo spesso adeguata notizia, domandandoci il perché di tale crescente fenomeno e individuandone le cause e, se del caso, i responsabil

venerdì 21 ottobre 2011

COSI' L'OCCIDENTE ARMA YEMEN E SIRIA

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RAPPORTO. Munizioni, fucili ed equipaggiamenti venduti da Russia, Usa e Europa ai regimi arabi e mediorientali. La denuncia di Amnesty.

Piazza Tahrir, Egitto, 25 gennaio 2011. Bahrain, 14 febbraio 2011. Tripoli, Libia, 17 febbraio 2011. Eppoi Yemen e Siria, dove la primavera araba non può vantare nemmeno una precisa data d’inizio. La rivolta delle popolazioni arabe e mediorientali e la repressione violenta che ne è seguita sono state poste al centro di un’indagine che Amnesty international ha condotto sul commercio di armi verso questi cinque Stati campione. Presentandone i risultati nel rapporto “Trasferimenti di armi in medio oriente e Africa del Nord: le lezioni per un efficace Trattato sul commercio di armi”, l’organizzazione non governativa ha denunciato il contributo che, attraverso l’ininterrotto traffico di armamenti, l’Occidente sviluppato ha dato agli stessi regimi che ora condanna. E combatte. «Pur avendo le prove che quelle forniture avrebbero potuto essere usate per compiere gravi violazioni dei diritti umani», si legge in apertura del dossier, «Stati Uniti, Russia e altri Paesi europei hanno fornito grandi quantità di armi ai governi repressivi prima delle rivolte di quest’anno».

Partendo dal 2005 fino all’alba del giorno delle insurrezioni, le esportazioni di armi hanno garantito ai Paesi produttori incassi da capogiro. I soli Stati Uniti hanno venduto all’Egitto armi per un valore di un miliardo e trecento milioni di dollari ogni anno. Anche Cina e India hanno realizzato il loro business. Pechino, secondo le recenti rivelazioni del quotidiano canadese The Globe and Mail, tentando addirittura di approvvigionare di armi e munizioni (per un valore non inferiore a 200 milioni di euro) il Colonnello Gheddafi durante gli ultimi mesi. Casi esemplari a parte, Amnesty ha ricostruito i rapporti bilaterali tra Stati fornitori e acquirenti riconoscendo, per esempio, il marchio spagnolo sulle armi e munizioni utilizzate in Libia ed Egitto o quello olandese in Egitto e Yemen. Nella lista delle transazioni, l’Italia spicca per essere partner di tutti e cinque i Paesi analizzati, nessuna eccezione.

Le imprese italiane avrebbero fatturato, in dollari, 6,7milioni in armi leggere in Barhain, oltre 44 in Egitto insieme ad altri 4 milioni per le munizioni, oltre 5 milioni vengono invece dalle bombe vendute alla Libia, 45 dai veicoli blindati. Poco meno di 3 milioni di dollari deriverebbero dal sistema di puntamento del fuoco nemico in Siria, poco più di un milione per le munizioni in Yemen. È stato accertato, inoltre, che il nostro Paese ha utilizzato nel 2009 il porto maltese di La Valetta come scalo per trasferire a Tripoli container pieni di armi di piccola dimensione: l’escamotage, ormai venuto alla luce, aveva causato alle autorità dell’isola il richiamo della Ue per aver esportato artiglieria in Libia per un valore di oltre 79 milioni di dollari, poi addebitati all’Italia.

«Le nostre conclusioni mettono in evidenza il profondo fallimento degli attuali controlli sulle esportazioni di armi, con tutte le scappatoie esistenti, e sottolineano quanto occorra un efficace Trattato sul commercio di armi che tenga in piena considerazione la necessità di difendere i diritti umani», ha dichiarato Helen Hughes, principale ricercatrice del rapporto di Amnesty international. Triangolazioni, intermediari, ambiguità della funzione attribuita al singolo strumento sono tutti elementi che si prestano a sfuggire al sistema delle licenze e, sottolinea l’Ong, ad aggirare il divieto di commercializzazione in contesti che vedono a rischio i diritti umani della popolazione. I duemila morti in Yemen dall’inizio della repressione ne sono testimonianza.

Secondo Helen Hughes, dovrebbe valere «la regola aurea» contenuta nella bozza del Trattato internazionale sul commercio delle armi che prevede «che si valuti rigorosamente e caso per caso ogni proposta di trasferimento di armi in modo tale che, se c’è il rischio sostanziale che queste potranno essere usate per compiere o facilitare gravi violazioni dei diritti umani, il governo dovrà mostrare semaforo rosso». I negoziati alle Nazioni Unite ripartiranno a febbraio quando gli Stati avranno la possibilità di convalidare la norma inserita.

È cosa nota, tuttavia, che Cina, Egitto, Russia e Usa mantengono un preciso interesse a limitare la portata del Trattato e che, dall’altro lato, i tipi di armamenti presi in considerazione dalla convenzione internazionale rischiano di non annoverare molti dei fucili, munizioni ed equipaggiamenti che sono stati usati e sono ancora in uso dalle forze di sicurezza nei cinque Paesi oggetto del rapporto di Amnesty. Razzi, proiettili, obici, agenti chimici, gas, carri armati, armi leggere o pesanti, blindati e materiali per l’artiglieria posso fuggire all’elenco tassativo dei divieti decisi in sede Onu. E, avverte Amnesty, trovare la loro strada per colpire le popolazioni civili.

mercoledì 19 ottobre 2011

IL RETROSCENA. Reggio sommersa da 170 milioni di debiti. Ma per favore non chiamatelo “Caso Fallara”

Martedì 18 Ottobre 2011 15:22
di ALDO VARANO
 scopellitifallaraarena
 Lele Mora, puttaniere al servizio della fascia alta delle Seconda repubblica, passeggiava sul Lungomare Falcomatà.
   E qualcuno pagava.
   Anche Valeria Marini, bellezza prepotente con capacità artistiche modeste che fecero dire a Vittorio Sgarbi che aveva il fascino di una patata bollita, passeggiò sui lastroni del Lungomare, mentre i ragazzotti dei quartieri la divoravano con gli occhi scambiandosi colpi di gomito.
   E qualcuno pagava.
   Le radio private con contratti “senza badare a spese” spezzavano full-time i silenzi incantati dello Stretto e in via Marina bisognava urlare per commentare gli ‘annacamenti di Lele e Valeria.
   E qualcuno pagava.
   Fino a poche settimane fa. Ultimo appuntamento, il baraccone di miss Italia con cifra da far tremare i polsi.
   E qualcuno pagava (o pagherà).
   Intanto i dirigenti politici del Comune facevano a gara per dimostrare che le ricadute economiche sulla città erano straordinarie e che “Reggio città turistica” era una delle geniali invenzioni nonché cuore pulsante del “Modello Reggio” con vantaggi per tutta la comunità. “Altro che spese”, ripetevano in coro come tanti pappagalli: “Sono investimenti che moltiplicano la ricchezza di Reggio” (Raffa, il fu vicesindaco del “Modello Reggio”, nei giorni scorsi finalmente, dalle colonne del Quotidiano con dati e numeri ha spiegato che la città turistica è una balla e che la sua realizzazione era/è un imbroglio. Turisti pochi e quelli che tornano pochissimi perché, si sa, una volta si fotte la vecchia!).
   Chi pagava per tutte quelle follie era la signora Orsola Fallara.
  
   Questo giornale è stato attentissimo e rispettoso sulla sua vicenda umana, e continuerà a tener ferma quella posizione. Oggi, noi che non abbiamo mai esaltato, insultato o insinuato vogliamo difendere la donna che ha controllato e gestito per lunghissimi anni i soldi del Comune.
   Non è più accettabile parlare di “Caso Fallara” di “Sistema Fallara” o di espressioni che, anche involontariamente (ma talvolta per copertura), scaricano sulla responsabilità individuale e solitaria di una donna fragile uscita di scena in modo tragico, responsabilità che in realtà costituiscono l’architrave di un sistema.
   La notizia-scoop sparata in prima da CalabriaOra su un disavanzo di 170 milioni accumulatosi tra il 2006 e il 2010, accertato dagli ispettori del Dipartimento della Ragioneria Generale dello Stato, è infatti devastante ancor prima che per la vastità del debito (che avrà ripercussioni gravissime sui cittadini) perché rivela un meccanismo di scambi, ruberie e intrallazzi che ha retto e sorretto a lungo la politica cittadina.
   Sarà la Procura della Repubblica, che da tempo sta lavorando su questo, ad accertare eventuali responsabilità penali o illeciti amministrativi che sono sempre e soltanto individuali e vanno accertati attraverso processi con garanzie per tutti.
   Ma non è questo il punto.
   Perché la signora Fallara, sulle cui capacità professionali di tecnico nessuno ha mai avanzato dubbi, avrebbe dovuto sistematicamente lavorare alla falsificazione dei bilanci un anno dietro l'altro, come ora sostengono gli ispettori romani? Perché avrebbe inanellato 22 irregolarità, una più grave dell’altra, per garantire lo “scialo” costatoci 170 milioni di debiti?
   E’ stata un’incapace e per anni non se n’è accorto nessuno? Scriveva sui bilanci entrate fantasiose e improbabili, che giustificavano uscite e decisioni balorde, perché era una visionaria? Ha trattenuto le tasse sugli stipendi dei dipendenti senza versarle allo Stato (circa 21 milioni) perché era una sbadata? Ha pagato a se stessa somme non dovute, ha girato cifre da capogiro senza alcuna evidente spiegazione, ha agevolato il pagamento di stipendi  non dovuti per centinaia e centinaia di migliaia di euro perché, si sa, nessuno è più generoso di una donna generosa?
   Non ci provi nessuno a sostenerlo. Lo sappiamo tutti che non è andata così.
   Le anomalie rilevate dagli ispettori non sono dovute all’incapacità della signora Fallara ad amministrare i quattrini pubblici, ma alla sua genialità nel trovare un modo per tenere in piedi il “Modello Reggio” aggirando regole e regolamenti (altri accerteranno se anche aggirando il codice penale).
   Non si tenti di far passare la signora Orsola per una mediocre professionista. Lei ha assolto con pienezza all’incarico che le era stato più o meno esplicitamente affidato e che comunque aveva accettato: svolgere il lavoro sporco per consentire l’esibizione dei luccichìi della città di Reggio.
   Certo, in cambio c’è il sospetto si sia liquidata somme che non le spettavano. Certo, perché il giocattolo non si rompesse, faceva avere quattrini che (secondo gli ispettori) non spettavano ai dirigenti più potenti del Comune garantendosene la distrazione. Certo, organizzava i numeri in modo tale da consentire che venissero promossi o assunti personaggi a incarichi inesistenti o vietati dalle reali condizioni del bilancio.
   Esagerava? Accusa ingiusta: era lei che consentiva che a partire dal 2009, avvicinandosi le elezioni regionali, s’intensificassero assunzioni impossibili, prebende, coinvolgimenti capaci di zittire.
   E’ per questo che ora, più che attendere le risposte del sindaco Arena, come recita un titolo di stampa, la città avrebbe bisogno di un chiarimento da parte del sindaco dell’epoca, l’attuale Governatore della Calabria, Giuseppe Scopelliti.
   Scopelliti e non Arena era il dominus della Casa Comunale mentre si dipanava questa storia inquietante che, per fortuna della Fallara e purtroppo per gli altri, non è stata cancellata né conclusa o risolta dal gesto tragico del suicidio.
   Il Governatore ha detto una volta, lei ancora viva, che si era sentito tradito dai comportamenti della sua maggiore collaboratrice, comportamenti ispirati, precisò il Governatore, da valori diversi e opposti da quelli da lui perseguiti.
   Guai a strumentalizzare a fini di parte quel che è accaduto. Nel chiamare in causa il sindaco dell’epoca non ci possono essere furbizie. Il fatto è che da questa vicenda, che riguarda il modo in cui la città ha vissuto per anni, si esce (e Reggio ricomincerà a respirare) solo se si capisce bene cos’è successo.
   Lo chiediamo in modo sommesso: si spieghi alla città com’è veramente andata questa storia.

venerdì 14 ottobre 2011

Gli indignati e il debito

Domani, in Italia come in molti altri Paesi, si svolgeranno le manifestazioni degli Indignati. Si tratta di un movimento che sta assumendo dimensioni globali e che intende dar voce, come dicono i cartelli issati dai manifestanti a Wall Street, a quel 99% della popolazione che sta pagando una crisi che non ha provocato. È importante che le ragioni di questa protesta non siano inquinate e distorte da atti di violenza che servirebbero soltanto a screditare il movimento, offrendo un’ottima scusa a chi non vuole entrare nel merito dei suoi motivi. Che sono molti e molto seri.

A oltre quattro anni dall’inizio della crisi continuano i salvataggi di banche e assicurazioni con soldi pubblici: l’ultimo caso, di pochi giorni fa, riguarda Dexia e costerà 90 miliardi di euro a Belgio, Francia e Lussemburgo. In compenso si lascia marcire la crisi greca, dopo averla aggravata con il piano di austerity draconiano che ha accompagnato il “salvataggio” del 2010. I bilanci pubblici in Europa sono stati prima appesantiti accollando ad essi il debito privato, e ora si tenta di alleggerirli smantellando i sistemi di welfare e privatizzando a più non posso. Intanto si assiste ad uno spostamento di sovranità dagli Stati a una sorta di terra di nessuno in cui chi detta le regole sono di fatto i governi degli Stati “forti” dell’Unione o addirittura la Banca Centrale Europea. Quest’ultima, non contenta di far male il proprio lavoro (vedi l’aumento dei tassi di interesse a luglio), ha pensato bene di cominciare a dettare agli Stati le politiche economiche e sociali: richiedendo all’Italia – con una lettera che avrebbe dovuto rimanere segreta “per non turbare i mercati” – di effettuare la “privatizzazione su larga scala” dei servizi pubblici, ridurre gli stipendi pubblici e rendere più facili i licenziamenti.

Infine, a turbare non i mercati ma gli Indignati, c’è il governo peggiore di sempre: che prima ha negato la crisi, poi ha accettato senza fiatare una modifica del patto di stabilità punitiva per l’Italia e infine ha costruito una manovra economica (anzi: quattro) da manuale quanto ad iniquità e inutilità.

“Noi il debito non lo paghiamo” è tra gli slogan di questa giornata in Italia. È condivisibile? Dipende. Se significa “ripudio del debito” è difficile essere d’accordo. Per almeno tre motivi:

1) Perché il default sul debito italiano sarebbe pagato in parte non piccola proprio dai lavoratori e pensionati che da decenni sono abituati a considerare i titoli di Stato come il porto più sicuro per i propri (pochi) risparmi. Secondo stime di Morgan Stanley del luglio scorso, gli investitori privati italiani, con un 14% del debito totale, sono in assoluto tra i maggiori detentori del debito pubblico, secondi soltanto alle banche italiane (15%) e ai gruppi assicurativi esteri e fondi comuni europei (14,6%). A quella percentuale vanno aggiunti anche i fondi di investimento italiani (5,5%), i fondi italiani gestiti all’estero (6,1%) e una parte del debito in mano a compagnie assicurative italiane (11,4%): in definitiva, direttamente (acquistando titoli di Stato) o indirettamente (attraverso fondi e polizze che acquistano titoli di Stato), i cittadini italiani possiedono tra il 25% e il 30% dell’intero debito pubblico. Forse anche di più, viste le vendite massicce effettuate da banche e fondi esteri durante l’estate. Per aggirare questo problema, qualcuno propone un “default selettivo”. Il “default selettivo” però si ha quando non si ripaga (a nessuno) uno specifico titolo di Stato. Non si può, invece, in relazione a uno stesso titolo di Stato, scegliere i creditori da privilegiare rispetto ad altri: non solo è una violazione contrattuale, ma è impossibile sul piano pratico.

2) Dopo un default i mercati internazionali dei capitali sarebbero indisponibili a finanziare l’Italia per diversi anni. Questo comporterebbe la necessità di un forte avanzo primario, e quindi di politiche di bilancio ancora più rigide di quelle oggi richieste dai più oltranzisti pasdaran del pareggio di bilancio.

3) Un default andrebbe di pari passo con l’uscita dall’euro e una forte svalutazione. Tra gli effetti di quest’ultima ci sarebbe una notevole deflazione salariale causata dal crollo del potere d’acquisto dei lavoratori rispetto ai prodotti finiti importati e a quelli al cui prezzo contribuiscono beni intermedi importati (tra cui il petrolio e il gas). Alcuni economisti di destra consigliano le svalutazioni proprio perché rappresentano un modo per ridurre i salari tanto efficace quanto indiretto (e quindi tale da suscitare minori proteste di tagli diretti degli stipendi).

Per questi motivi il default, anche per Argentina e Islanda, non è stato una scelta politica, ma una drammatica necessità.

C’è però un altro modo per leggere lo slogan “Noi il debito non lo paghiamo”: mettendo l’accento sul “noi”. Questa è invece una rivendicazione sacrosanta, soprattutto nei confronti di una finanziaria che – tra colpi di scure alla finanza pubblica, abolizione di gran parte delle detrazioni fiscali e aumento delle imposte indirette – grava in gran parte su chi guadagna di meno e paga le tasse, mentre è in arrivo l’ennesimo condono-regalo per gli evasori. È giusto esigere che la crisi la paghi chi evade 120 miliardi di euro all’anno e chi detiene grandi patrimoni, e che i risparmi, anziché sugli asili nido e sulle scuole, si facciano sulle spese militari (26 miliardi) e sullo sperpero di denaro pubblico per le imprese private (30 miliardi all’anno). Avanzare oggi questa rivendicazione equivale a introdurre nelle dinamiche di questa crisi un vincolo nuovo: l’indisponibilità di chi sinora ne ha pagato il prezzo a continuare così. È l’unico vincolo in grado di imporre una svolta nella gestione di questa crisi.

mercoledì 12 ottobre 2011

L’esercito dei “sotto scorta”, a Roma 300 auto e mille uomini impiegati ogni giorno

A protezione dei cittadini restano appena 50 volanti e seimila uomini (compresa la Provincia)
scorte 300x225 Lesercito dei sotto scorta, a Roma 300 auto e mille uomini impiegati ogni giornoCinquanta volanti delle forze dell’ordine impiegate ogni giorno di pattuglia, contro trecento auto dedicate ai servizi di scorta a circa duemila personalità ritenute a rischio. Sono i dati riferiti alla città di Roma che raccontano una sproporzione tutta italiana per cui lo Stato tutela se stesso più che i cittadini, salvo poi fare campagne populiste sulla sicurezza ad ogni elezione. I numeri, contenuti i una lettera inviata dal sindaco di Roma, Gianni Alemanno, al ministro dell’Interno, Roberto Maroni (che pare non abbia gradito la missiva), raccontano una città – la capitale d’Italia – abbandonata a se stessa, con pochi uomini e mezzi a proteggerla.
E se il numero delle volanti che ogni giorno pattugliano Roma è sei volte inferiore rispetto a quelle impiegate per le scorte, la sproporzione riguarda anche gli agenti: seimila tra la Città Eterna e provincia, mille di scorta a duemila persone ritenute “a rischio”.
Il paradosso – denunciano i sindacati di polizia – è che le scorte una volta assegnate quasi mai vengono revocate. E spesso si tratta di politici ormai usciti dai Palazzi del potere, di giudici minacciati dalle Brigate Rosse trent’anni fa, di economisti promotori di leggi contestate ma superate. A decidere sulle scorte sono il Comitato provinciale per la Sicurezza pubblica e – per le cariche più alte dello Stato – il Dipartimento informazioni per la sicurezza.
Il tutto mentre le volanti delle forze dell’ordine viaggiano con una media di 200mila chilometri nel motore e spesso finiscono in assistenza “tanto che – spiega Enzo Letizia, segretario dell’associazione Nazionale Funzionari di Polizia – può accadere che un commissariato abbia gli uomini in servizio ma non le volanti”.

giovedì 6 ottobre 2011

Legge Bavaglio, ovvero stupidità al Potere

di Peter Gomez

Il voto alla Camera di Pdl e Lega sulla legge bavaglio più che un attentato alla libertà d’informazione (che c’è, ed è grosso come una casa), rappresenta una fotografia perfetta della stupidità e dell’ignoranza dei nostri governanti. E dimostra come davvero la maggior parte dei frequentatori di Montecitorio e Palazzo Madama utilizzi la Rete, i Pc e gli IPad solo per giocare a carte o visitare siti raffiguranti immagini di belle signorine.

Mentre il Titanic Italia viaggia spedito vesto il disastro, i nostri eroi hanno infatti deciso che qualsiasi tipo d’intercettazione potrà essere pubblicata solo dopo un’udienza filtro nel corso della quale accusa e difesa decideranno cosa tenere e cosa buttare al macero. Cioè dopo anni dall’inizio di un’indagine.

Anche quando i colloqui saranno riportati all’interno di un’ordinanza di custodia cautelare, il giornalista non potrà né riprodurli, né citarli, né riassumerli. Se lo farà scatteranno sanzioni pesantissime per lui e per l’editore. Si arriverà così al paradosso di leggere articoli in cui si racconta che Tizio è stato arrestato per estorsione, per traffico di droga o per tangenti, senza però poter capire il perché. O almeno senza essere in grado di farlo quando l’inchiesta è basata anche su intercettazioni.

Se poi un avvocato vorrà pubblicizzare dei colloqui agli atti che, secondo il suo punto di vista, dimostrano l’innocenza del proprio assistito si vedrà la strada sbarrata. I movimenti di opinione che spesso servono per difendere gli indagati da eventuali soprusi da parte dell’autorità giudiziaria insomma non avranno più spazio.

Chiunque abbia un po’ di dimestichezza con il web può capire che questa norma, ideata per evitare che gli elettori vengano a conoscenza dei comportamenti della classe dirigente più corrotta e inefficiente d’Europa, è però destinata a rivelarsi non solo inutile, ma addirittura pericolosa e controproducente (sopratutto dal punto di vista del Palazzo).

Vediamo perché.

Nella maggior parte dei casi i documenti giudiziari (intercettazioni comprese) che finiscono sui giornali, o che vengono riassunti dalla stampa, sono pubblici. Si tratta di atti non più coperti da segreto che vengono consegnati alle parti (agli avvocati e agli indagati) in occasioni di perquisizioni, arresti, tribunali del riesame. Sono insomma carte che possono circolare liberamente, visto che in Italia il segreto istruttorio è stato abolito nel 1989 e oggi l’unico segreto rimasto in vigore è quello investigativo.

Ora immaginatevi cosa accadrà in casi come quelli di Giampaolo Tarantini, il giovane imprenditore di Bari sotto inchiesta per favoreggiamento della prostituzione e arrestato perché accusato di aver ricattato Silvio Berlusconi. Le indagini su di lui si basano principalmente su intercettazioni: colloqui ritenuti rilevanti dai magistrati al punto di essere riprodotti nelle ordinanze di custodia o negli atti depositati per chiederne il rinvio a giudizio.

Quando il Bavaglio sarà in vigore i giornalisti continueranno a ritrovarsi in mano le trascrizioni delle sue chiacchierate, le potranno far leggere ai loro amici, o consegnarle in copia al loro portinaio, vicino di casa o edicolante (e nessuno li potrà perseguire per questo). Per legge però non le potranno nemmeno citare di sfuggita nei loro articoli. E non lo potranno fare anche se sono di evidente interesse pubblico (abbiamo un premier ricattato? oppure il nostro presidente del Consiglio paga testimoni e indagati per evitare che venga fatto il suo nome davanti ai giudici?). E lo stesso succederà in inchieste per tangenti (vedi quelle sulla cricca del G8), sulla malasanità (vedi clinica degli orrori) e via dicendo.

Ebbene c’è qualche parlamentare del centrodestra, ancora in grado di usare il cervello, convinto che le ordinanze di custodia cautelare e le intercettazioni alla base di queste inchieste, una volta depositate, non finiranno per essere pubblicate sul web da testate estere o da siti anonimi magari ospitati da inaccessibili server situati in Paesi off shore? L’esperienza di Wikileaks non ha insegnato nulla ai nostri astuti legislatori?

Evidentemente no. Perché se avesse insegnato qualcosa almeno alla Camera sarebbe stata fatta un’ulteriore riflessione. Qualcuno avrebbe, per esempio, ragionato su un fatto: oggi non tutti i documenti raccolti nelle redazioni dei giornali finiscono in Rete o in pagina.

Lo dimostra, tra l’altro, un caso che lor signori dovrebbero conoscere bene: l’inchiesta sui furbetti del quartierino. Nel 2005 quando le intercettazioni evidenziarono di che pasta fosse fatto il governatore di Bankitalia, Antonio Fazio, e quali manovre politico-finanziarie si giocassero intorno alle banche, i cronisti non pubblicarono i colloqui – anche molto divertenti – tra alcuni protagonisti delle scalate e le loro rispettive amanti. La storia d’interesse pubblico era infatti quella sui ladrocini, non quella delle eventuali corna di un gruppo di manager. E quando un quotidiano mise in pagina un sms (piuttosto innocuo, per la verità) tra i novelli sposi Anna Falchi e Stefano Ricucci, fu punito con una multa salata da parte del Garante della privacy. Un provvedimento che servì a ricordare a tutti cosa prevede la deontologia professionale di chi scrive.

Essere giornalisti infatti vuol dire saper raccontare storie (vere) selezionando e gerarchizzando i fatti. Non tutto è una notizia. E non tutto ha interesse pubblico. Lo spazio di un articolo, giornale o di un tg non è infinito. Per questo bisogna saper scegliere, con onestà e correttezza, cosa mandare in stampa e cosa no. I lettori poi valuteranno i giornalisti anche sulla base di questa loro capacità. E se qualcuno si riterrà diffamato, o riterrà violata la propria privacy, potrà chiedere (e ottenere se ha ragione) un risarcimento.

Difficile però pensare che domani, con la legge Bavaglio in vigore, le maglie di questa selezione non si allarghino: con la prospettiva evidente che sul web ci finisca davvero di tutto.

Sia perché il concetto di privacy varia da paese a paese (ricordate le foto di villa La Certosa messe on line da El Pais e invece finite sotto sequestro in Italia?), sia perché nel caso di documenti o articoli pubblicati da siti per così dire anonimi, il pericolo è che i criteri di scelta vengano a mancare. L’opacità, la non trasparenza favorisce infatti la deresponsabilizzazione.

Per questo il Bavaglio, come tutte le leggi ingiuste, è stupido. E diventa la cartina di tornasole che permette anche di capire perché il nostro Paese sia ormai passato dal declino alla decadenza. Una classe dirigente capace d’ideare norme del genere, non può che essere sulla tolda di comando di un Titanic. Che non cambierà rotta. Fino al naufragio.

Ps: Ma cosa faremo noi de Il Fatto e de ilfattoquotidiano.it? Non lanceremo il sasso nascondendo la mano. Non utilizzeremo l’anonimato. Di questo i lettori possono starne certi. Di fronte a intercettazioni che sono notizie, le pubblicheremo. Sopportando tutte le conseguenze e ricorrendo davanti a ogni tribunale: dalla Corte Costituzionale fino ai giudici di Strasburgo. Insomma, come avevamo già scritto il 2 aprile del 2010, la nostra sarà disobbedienza. Disobbedienza civile

lunedì 3 ottobre 2011

Finanza. Non con i miei soldi: una proposta per non essere complici

di Banca Popolare Etica - 3 Ottobre 2011

mercati finanziari
Dopo la crisi finanziaria del 2007-2008 gli Stati sono intervenuti per salvare le banche trasferendo l'eccesso di debiti dai grandi soggetti finanziari al pubblico
La crisi globale
Dopo la crisi finanziaria del 2007-2008 gli Stati sono intervenuti per salvare le banche trasferendo l'eccesso di debiti dai grandi soggetti finanziari al pubblico.
Ora come cittadini siamo chiamati a 'stringere la cinghia' e accettare misure di austerità e tagli alla spesa sociale, al welfare, ai diritti mentre stiamo ancora aspettando regole condivise per limitare lo strapotere della finanza. La speculazione è ripartita a pieno ritmo e le lobby finanziarie lavorano per diluire o bloccare qualsiasi tentativo di riforma o regolamentazione.
La politica sembra totalmente succube dei mercati finanziari. In Italia la finanza detta i tempi della manovra di bilancio e ne fissa i contenuti. La validità della manovra non si misura in termini di diminuzione della disoccupazione o di maggiore benessere per i cittadini, ma guardando con il fiato sospeso l'andamento degli indici di borsa e il giudizio dei mercati.
Quale sistema finanziario ci costringe a tali sacrifici? Oggi si scommette sui prezzi del cibo e delle materie prime mentre oltre un miliardo di persone nel mondo soffre la fame. La finanza si muove sfruttando i paradisi fiscali per aggirare ogni regola e normativa. Sempre più transazioni avvengono al di fuori delle borse valori fuori da qualunque regolamentazione e trasparenza. Le grandi banche realizzano operazioni eludendo i controlli internazionali, la maggior parte dei derivati sono scambiati al di fuori delle borse ufficiali, questi mercati paralleli sono talmente poco trasparenti che si fa fatica anche a stimare la quantità o il valore dei titoli circolanti.
È una finanza totalmente scollegata dalla realtà.
In cifre
Alcune cifre [1] forniscono il quadro della situazione attuale:
- Con il benestare di una politica sempre più sottomessa i mercati finanziari sono cresciuti in modo abnorme. Trent’anni fa le attività finanziarie avevano un valore all’incirca equivalente al PIL del pianeta. Nel 2007 erano quadruplicate: per ogni euro prodotto dal lavoro e dal commercio erano in circolazione quattro euro di debiti, crediti e scommesse finanziarie.
- Ancora più grave è la situazione se si considera il sistema finanziario "ombra": in esso circolano miliardi di prodotti finanziari derivati scambiati privatamente e non in mercati borsistici trasparenti. Nel 2007 l'ammontare di questi derivati trattati "over the counter" era stimato per un valore pari a 12,6 volte il PIL del mondo.
- Gli effetti di questo predominio della finanza sull'economia reale sono sotto gli occhi di tutti: dagli anni Ottanta in poi il 10% della popolazione mondiale si è arricchito in modo spropositato, mentre il restante 90% ha dovuto far fronte a redditi sempre più stagnanti e alla contrazione dei servizi pubblici, inclusi quelli essenziali.
euro
Sempre più transazioni avvengono al di fuori delle borse valori fuori da qualunque regolamentazione e trasparenza
La sfida della finanza etica
In una economia di mercato delle alternative esistono: nel sistema bancario e finanziario c'è chi ogni giorno si impegna nella finanza etica.
Tredici 'banche etiche' di diversi Paesi si sono riunite nel network Global Alliance for Banking on Values. Insieme gestiscono assets che superano i 10 miliardi di dollari; nell’insieme questi 13 istituti di credito dediti alla sostenibilità servono oltre 7 milioni di clienti in più di 20 Paesi.
Una ricerca dell’associazione dei forum europei per la finanza sostenibile, Eurosif, ha evidenziato un +87% negli ultimi due anni per i patrimoni investiti nel Vecchio Continente secondo criteri di responsabilità sociale e ambientale.
In Italia Banca Etica è la testimonianza che è possibile una finanza che dia credito a modelli di sviluppo umano ed imprenditoriale sostenibili. Nei primi 6 mesi del 2011, nel mezzo della bufera sui mercati finanziari, i finanziamenti erogati da Banca Etica a favore di iniziative di economia reale e solidale sono cresciuti del 9% e la raccolta diretta di risparmio è salita del 5%. Siamo in decisa controtendenza rispetto al sistema bancario. I dati ABI a giugno evidenziano un +0,9% sulla raccolta ed un +5% sugli impieghi.
La finanza etica compie scelte concrete che escludono alcuni comportamenti e ne promuovono altri:
- rifiutandosi di operare tramite i paradisi fiscali, la finanza ombra, le operazioni fuori mercato, ma facendo della trasparenza e della tracciabilità il proprio valore fondamentale;
- non nascondendosi dietro la scusa del “segreto bancario” ma pubblicando sul proprio sito internet l'elenco completo dei finanziamenti alle persone giuridiche;
- escludendo strumenti finanziari sempre più incomprensibili, dai derivati in poi, e proponendo pochi semplici strumenti di risparmio e investimento e cercando di spiegarli ai clienti nel modo più chiaro possibile;
- non cercando il profitto fine a sé stesso ma affermando che “l'interesse più alto è quello di tutti” e valutando le ricadute non economiche di ogni azione economica;
- escludendo le attività lobby non-democratiche che influenzano nell'ombra i decisori politici, ma operando alla luce del giorno per costruire e partecipare al fianco della società civile organizzata;
- rifiutando finanziamenti a hedge fund, fondi di private equity e altri attori speculativi, ma rimanendo ancorati nell'economia reale e realizzando una valutazione socio-ambientale di ogni prestito prima;
- non dando “soldi unicamente a chi ha già soldi”, ma cercando di porre attenzione ai “non-bancabili” e alle associazioni e cooperative che solitamente non hanno accesso al credito;
- escludendo i finanziamenti ai combustibili fossili, all'energia nucleare e alle attività inquinanti e scegliendo di lavorare con chi promuove l'efficienza energetica e le energie rinnovabili;
- rifiutando di accettare acriticamente il denaro, essendo l'unico istituto di credito in Italia che ha rifiutato i capitali rientrati dall'estero grazie ai vari scudi fiscali;
- non partecipando al finanziamento di grandi opere inutili e devastanti, ma cercando di fare crescere la microfinanza e puntando su progetti e idee innovative per una sostenibilità di lungo periodo;
- rifiutando di speculare su cibo e materie prime e finanziando i piccoli produttori e i contadini, in particolare nel settore dell'agricoltura biologica;
- favorendo l'investimento azionario responsabile attraverso Etica SGR e invitando i piccoli risparmiatori ad esercitare il loro ruolo di “con-proprietari” di aziende attraverso l'azionariato attivo nelle assemblee degli azionisti.
Come Banca crediamo sia arrivato il tempo in cui ognuno, come cittadino, risparmiatore, lavoratore, pensionato e consumatore, debba fare la propria parte e debba prendere coscienza che l'utilizzo del proprio denaro ha conseguenze dirette sul futuro suo, dei suoi simili e dei suoi figli.
È alla luce di queste scelte e della forza di oltre 36.000 soci, che Banca Etica ha la legittimità di ribadire con forza che accanto al modello finanziario dominante esiste un'alternativa che funziona e che interroga il mondo dell'economia sull'urgenza di un cambiamento profondo.
finanza
Gli effetti di questo predominio della finanza sull'economia reale sono sotto gli occhi di tutti
Cosa possiamo fare?
Di fronte a questi fenomeni di portata globale il cittadino responsabile si sente spesso impotente, semplice 'spettatore' di processi apparentemente lontani dal suo quotidiano, che a prima vista non riesce ad influenzare. Eppure la finanza e la sua degenerazione stanno avendo impatti diretti sulle nostre vite in termini di piani di austerità, tagli ai servizi pubblici e al welfare, peggioramento dei diritti, della pensione o delle condizioni di lavoro.
Ogni cittadino è però parte integrante del sistema economico e finanziario: lavora, percepisce un reddito, risparmia, investe, acquista titoli di stato, quote di fondi di investimento, deposita liquidità su conti di risparmio, sottoscrive polizze assicurative. Questo significa che in ultima istanza siamo tutti noi a fornire la 'materia prima' che alimenta il sistema finanziario.
La gran parte delle risorse che finiscono nel grande casinò finanziario provengono dagli strumenti finanziari sottoscritti dall'insieme dei cittadini. In altre parole se ci sentiamo vittime di un sistema finanziario che gira sopra le nostre teste, troppo spesso non ci rendiamo conto che, oltre ad essere vittime siamo anche complici involontari di questo stato di cose.
Così come è successo con il commercio equo che ha spinto milioni di donne e uomini a interrogarsi su come vengono prodotti i beni di consumo che acquistano e a pretendere dalle industrie una maggiore responsabilità sociale di impresa, anche il cambiamento nella finanza dovrà necessariamente partire anche da una spinta dal basso, dalla collettività dei risparmiatori, anche piccoli.
Quando affidiamo i nostri risparmi a un intermediario finanziario dobbiamo iniziare a chiederci se siamo disposti a fidarci di qualcuno che intenda usarlo per un traffico di mine antiuomo, per quanto remunerativo, o a chi volesse giocarselo al casinò della speculazione.
Quando sottoscriviamo in banca un fondo pensione o di investimento o anche un semplice conto corrente abbiamo il diritto e – secondo Banca Etica anche il dovere – di chiedere al gestore come sono impiegati i miei risparmi? Che cosa fa la mia banca con i miei soldi? Quanto partecipa al grande circo della speculazione? Ha delle filiali in qualche paradiso fiscale? Che parte dei suoi profitti proviene dalla tradizionale attività creditizia che sostiene l’economia reale e la creazione di posti di lavoro, e quanta invece dal giocare con prodotti derivati e strutturati e dal sistema bancario ombra?
soldi
La finanza etica compie scelte concrete che escludono alcuni comportamenti e ne promuovono altri
Se saremo sempre di più a porre queste domande alle banche e agli intermediari, le risposte dovranno arrivare, e l’opacità del sistema finanziario dovrà lasciare spazio a una maggiore trasparenza.
Solo per fare un esempio pensiamo al moltiplicarsi di pubblicità di conti correnti che promettono rendimenti anche del 3 o del 4%. Come vengono investiti i risparmi così raccolti? Ovviamente in attività che devono rendere ben più di quanto riconosciuto al correntista, visto che tanto chi chiede i soldi in prestito quanto la banca devono trarre un profitto dall'impiego del denaro.
Considerato che il PIL dell'Italia cresce si e no dello 0,6% l'anno, quali sono i miracolosi progetti che danno un rendimento dieci o venti volte superiore? È sicuramente possibile che si tratti di progetti altamente remunerativi e in grado di trascinare l'economia. In assenza di maggiori informazioni, rimane però il dubbio che i nostri soldi vengano utilizzati per alimentare una finanza-casinò che sottrae risorse all'economia reale e che crea bolle speculative che scoppiando lasciano una devastazione economica e sociale.
Siamo tutti contenti di avere qualche decina di euro in più sul conto corrente a fine anno, ma se questo avviene grazie a una speculazione che porta all'aumento dei prezzi della benzina, del pane, dei prodotti alimentari di base? Se questa speculazione è il principale motore della crisi che stiamo vivendo? È necessario iniziare a considerare la finanza come un bene comune, dove l'interesse del singolo deve fermarsi di fronte a quello della società nel suo insieme.
Un discorso analogo riguarda, oltre i conti correnti bancari, l'insieme degli strumenti finanziari sottoscritti da milioni di italiani. Fondi di investimento, fondi pensione, assicurazioni e via discorrendo. Cosa si nasconde nel portafogli di questi investitori? Quanto sono presenti prodotti come gli ETF o gli ETC usati per speculare su cibo e materie prime? Nel portafogli del mio fondo sono presenti prodotti derivati o strutturati ad alto rischio?
Tutti noi, quando corriamo a sottoscrivere un prodotto o un servizio finanziario, attratti da rendimenti molto superiori alla crescita dell'economia reale, contribuiamo ad aumentare lo squilibro del sistema, le disuguaglianze tra Nord e Sud del mondo e, all’interno dei singoli Paesi, tra una sempre più esigua minoranza di ricchi e una sempre più estesa maggioranza di poveri, precari, disoccupati.
L'illusione di facili guadagni attraverso la finanza si sta sgretolando e traducendo in riduzione dello stato sociale, dei servizi al cittadino, di tutela per le fasce deboli della popolazione.
Note
1. Tratte dal libro di Luciano Gallino, Finanzcapitalismo, Einaudi
I dati dell'articolo sono tratti dal libro di Luciano Gallino, 'Finanzcapitalismo', Einaudi