mercoledì 19 ottobre 2011

IL RETROSCENA. Reggio sommersa da 170 milioni di debiti. Ma per favore non chiamatelo “Caso Fallara”

Martedì 18 Ottobre 2011 15:22
di ALDO VARANO
 scopellitifallaraarena
 Lele Mora, puttaniere al servizio della fascia alta delle Seconda repubblica, passeggiava sul Lungomare Falcomatà.
   E qualcuno pagava.
   Anche Valeria Marini, bellezza prepotente con capacità artistiche modeste che fecero dire a Vittorio Sgarbi che aveva il fascino di una patata bollita, passeggiò sui lastroni del Lungomare, mentre i ragazzotti dei quartieri la divoravano con gli occhi scambiandosi colpi di gomito.
   E qualcuno pagava.
   Le radio private con contratti “senza badare a spese” spezzavano full-time i silenzi incantati dello Stretto e in via Marina bisognava urlare per commentare gli ‘annacamenti di Lele e Valeria.
   E qualcuno pagava.
   Fino a poche settimane fa. Ultimo appuntamento, il baraccone di miss Italia con cifra da far tremare i polsi.
   E qualcuno pagava (o pagherà).
   Intanto i dirigenti politici del Comune facevano a gara per dimostrare che le ricadute economiche sulla città erano straordinarie e che “Reggio città turistica” era una delle geniali invenzioni nonché cuore pulsante del “Modello Reggio” con vantaggi per tutta la comunità. “Altro che spese”, ripetevano in coro come tanti pappagalli: “Sono investimenti che moltiplicano la ricchezza di Reggio” (Raffa, il fu vicesindaco del “Modello Reggio”, nei giorni scorsi finalmente, dalle colonne del Quotidiano con dati e numeri ha spiegato che la città turistica è una balla e che la sua realizzazione era/è un imbroglio. Turisti pochi e quelli che tornano pochissimi perché, si sa, una volta si fotte la vecchia!).
   Chi pagava per tutte quelle follie era la signora Orsola Fallara.
  
   Questo giornale è stato attentissimo e rispettoso sulla sua vicenda umana, e continuerà a tener ferma quella posizione. Oggi, noi che non abbiamo mai esaltato, insultato o insinuato vogliamo difendere la donna che ha controllato e gestito per lunghissimi anni i soldi del Comune.
   Non è più accettabile parlare di “Caso Fallara” di “Sistema Fallara” o di espressioni che, anche involontariamente (ma talvolta per copertura), scaricano sulla responsabilità individuale e solitaria di una donna fragile uscita di scena in modo tragico, responsabilità che in realtà costituiscono l’architrave di un sistema.
   La notizia-scoop sparata in prima da CalabriaOra su un disavanzo di 170 milioni accumulatosi tra il 2006 e il 2010, accertato dagli ispettori del Dipartimento della Ragioneria Generale dello Stato, è infatti devastante ancor prima che per la vastità del debito (che avrà ripercussioni gravissime sui cittadini) perché rivela un meccanismo di scambi, ruberie e intrallazzi che ha retto e sorretto a lungo la politica cittadina.
   Sarà la Procura della Repubblica, che da tempo sta lavorando su questo, ad accertare eventuali responsabilità penali o illeciti amministrativi che sono sempre e soltanto individuali e vanno accertati attraverso processi con garanzie per tutti.
   Ma non è questo il punto.
   Perché la signora Fallara, sulle cui capacità professionali di tecnico nessuno ha mai avanzato dubbi, avrebbe dovuto sistematicamente lavorare alla falsificazione dei bilanci un anno dietro l'altro, come ora sostengono gli ispettori romani? Perché avrebbe inanellato 22 irregolarità, una più grave dell’altra, per garantire lo “scialo” costatoci 170 milioni di debiti?
   E’ stata un’incapace e per anni non se n’è accorto nessuno? Scriveva sui bilanci entrate fantasiose e improbabili, che giustificavano uscite e decisioni balorde, perché era una visionaria? Ha trattenuto le tasse sugli stipendi dei dipendenti senza versarle allo Stato (circa 21 milioni) perché era una sbadata? Ha pagato a se stessa somme non dovute, ha girato cifre da capogiro senza alcuna evidente spiegazione, ha agevolato il pagamento di stipendi  non dovuti per centinaia e centinaia di migliaia di euro perché, si sa, nessuno è più generoso di una donna generosa?
   Non ci provi nessuno a sostenerlo. Lo sappiamo tutti che non è andata così.
   Le anomalie rilevate dagli ispettori non sono dovute all’incapacità della signora Fallara ad amministrare i quattrini pubblici, ma alla sua genialità nel trovare un modo per tenere in piedi il “Modello Reggio” aggirando regole e regolamenti (altri accerteranno se anche aggirando il codice penale).
   Non si tenti di far passare la signora Orsola per una mediocre professionista. Lei ha assolto con pienezza all’incarico che le era stato più o meno esplicitamente affidato e che comunque aveva accettato: svolgere il lavoro sporco per consentire l’esibizione dei luccichìi della città di Reggio.
   Certo, in cambio c’è il sospetto si sia liquidata somme che non le spettavano. Certo, perché il giocattolo non si rompesse, faceva avere quattrini che (secondo gli ispettori) non spettavano ai dirigenti più potenti del Comune garantendosene la distrazione. Certo, organizzava i numeri in modo tale da consentire che venissero promossi o assunti personaggi a incarichi inesistenti o vietati dalle reali condizioni del bilancio.
   Esagerava? Accusa ingiusta: era lei che consentiva che a partire dal 2009, avvicinandosi le elezioni regionali, s’intensificassero assunzioni impossibili, prebende, coinvolgimenti capaci di zittire.
   E’ per questo che ora, più che attendere le risposte del sindaco Arena, come recita un titolo di stampa, la città avrebbe bisogno di un chiarimento da parte del sindaco dell’epoca, l’attuale Governatore della Calabria, Giuseppe Scopelliti.
   Scopelliti e non Arena era il dominus della Casa Comunale mentre si dipanava questa storia inquietante che, per fortuna della Fallara e purtroppo per gli altri, non è stata cancellata né conclusa o risolta dal gesto tragico del suicidio.
   Il Governatore ha detto una volta, lei ancora viva, che si era sentito tradito dai comportamenti della sua maggiore collaboratrice, comportamenti ispirati, precisò il Governatore, da valori diversi e opposti da quelli da lui perseguiti.
   Guai a strumentalizzare a fini di parte quel che è accaduto. Nel chiamare in causa il sindaco dell’epoca non ci possono essere furbizie. Il fatto è che da questa vicenda, che riguarda il modo in cui la città ha vissuto per anni, si esce (e Reggio ricomincerà a respirare) solo se si capisce bene cos’è successo.
   Lo chiediamo in modo sommesso: si spieghi alla città com’è veramente andata questa storia.

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