
RAPPORTO. Munizioni, fucili ed equipaggiamenti venduti da Russia, Usa e Europa ai regimi arabi e mediorientali. La denuncia di Amnesty.
Piazza Tahrir, Egitto, 25 gennaio 2011. Bahrain, 14 febbraio 2011. Tripoli, Libia, 17 febbraio 2011. Eppoi Yemen e Siria, dove la primavera araba non può vantare nemmeno una precisa data d’inizio. La rivolta delle popolazioni arabe e mediorientali e la repressione violenta che ne è seguita sono state poste al centro di un’indagine che Amnesty international ha condotto sul commercio di armi verso questi cinque Stati campione. Presentandone i risultati nel rapporto “Trasferimenti di armi in medio oriente e Africa del Nord: le lezioni per un efficace Trattato sul commercio di armi”, l’organizzazione non governativa ha denunciato il contributo che, attraverso l’ininterrotto traffico di armamenti, l’Occidente sviluppato ha dato agli stessi regimi che ora condanna. E combatte. «Pur avendo le prove che quelle forniture avrebbero potuto essere usate per compiere gravi violazioni dei diritti umani», si legge in apertura del dossier, «Stati Uniti, Russia e altri Paesi europei hanno fornito grandi quantità di armi ai governi repressivi prima delle rivolte di quest’anno».
Partendo dal 2005 fino all’alba del giorno delle insurrezioni, le esportazioni di armi hanno garantito ai Paesi produttori incassi da capogiro. I soli Stati Uniti hanno venduto all’Egitto armi per un valore di un miliardo e trecento milioni di dollari ogni anno. Anche Cina e India hanno realizzato il loro business. Pechino, secondo le recenti rivelazioni del quotidiano canadese The Globe and Mail, tentando addirittura di approvvigionare di armi e munizioni (per un valore non inferiore a 200 milioni di euro) il Colonnello Gheddafi durante gli ultimi mesi. Casi esemplari a parte, Amnesty ha ricostruito i rapporti bilaterali tra Stati fornitori e acquirenti riconoscendo, per esempio, il marchio spagnolo sulle armi e munizioni utilizzate in Libia ed Egitto o quello olandese in Egitto e Yemen. Nella lista delle transazioni, l’Italia spicca per essere partner di tutti e cinque i Paesi analizzati, nessuna eccezione.
Le imprese italiane avrebbero fatturato, in dollari, 6,7milioni in armi leggere in Barhain, oltre 44 in Egitto insieme ad altri 4 milioni per le munizioni, oltre 5 milioni vengono invece dalle bombe vendute alla Libia, 45 dai veicoli blindati. Poco meno di 3 milioni di dollari deriverebbero dal sistema di puntamento del fuoco nemico in Siria, poco più di un milione per le munizioni in Yemen. È stato accertato, inoltre, che il nostro Paese ha utilizzato nel 2009 il porto maltese di La Valetta come scalo per trasferire a Tripoli container pieni di armi di piccola dimensione: l’escamotage, ormai venuto alla luce, aveva causato alle autorità dell’isola il richiamo della Ue per aver esportato artiglieria in Libia per un valore di oltre 79 milioni di dollari, poi addebitati all’Italia.
«Le nostre conclusioni mettono in evidenza il profondo fallimento degli attuali controlli sulle esportazioni di armi, con tutte le scappatoie esistenti, e sottolineano quanto occorra un efficace Trattato sul commercio di armi che tenga in piena considerazione la necessità di difendere i diritti umani», ha dichiarato Helen Hughes, principale ricercatrice del rapporto di Amnesty international. Triangolazioni, intermediari, ambiguità della funzione attribuita al singolo strumento sono tutti elementi che si prestano a sfuggire al sistema delle licenze e, sottolinea l’Ong, ad aggirare il divieto di commercializzazione in contesti che vedono a rischio i diritti umani della popolazione. I duemila morti in Yemen dall’inizio della repressione ne sono testimonianza.
Secondo Helen Hughes, dovrebbe valere «la regola aurea» contenuta nella bozza del Trattato internazionale sul commercio delle armi che prevede «che si valuti rigorosamente e caso per caso ogni proposta di trasferimento di armi in modo tale che, se c’è il rischio sostanziale che queste potranno essere usate per compiere o facilitare gravi violazioni dei diritti umani, il governo dovrà mostrare semaforo rosso». I negoziati alle Nazioni Unite ripartiranno a febbraio quando gli Stati avranno la possibilità di convalidare la norma inserita.
È cosa nota, tuttavia, che Cina, Egitto, Russia e Usa mantengono un preciso interesse a limitare la portata del Trattato e che, dall’altro lato, i tipi di armamenti presi in considerazione dalla convenzione internazionale rischiano di non annoverare molti dei fucili, munizioni ed equipaggiamenti che sono stati usati e sono ancora in uso dalle forze di sicurezza nei cinque Paesi oggetto del rapporto di Amnesty. Razzi, proiettili, obici, agenti chimici, gas, carri armati, armi leggere o pesanti, blindati e materiali per l’artiglieria posso fuggire all’elenco tassativo dei divieti decisi in sede Onu. E, avverte Amnesty, trovare la loro strada per colpire le popolazioni civili.
Partendo dal 2005 fino all’alba del giorno delle insurrezioni, le esportazioni di armi hanno garantito ai Paesi produttori incassi da capogiro. I soli Stati Uniti hanno venduto all’Egitto armi per un valore di un miliardo e trecento milioni di dollari ogni anno. Anche Cina e India hanno realizzato il loro business. Pechino, secondo le recenti rivelazioni del quotidiano canadese The Globe and Mail, tentando addirittura di approvvigionare di armi e munizioni (per un valore non inferiore a 200 milioni di euro) il Colonnello Gheddafi durante gli ultimi mesi. Casi esemplari a parte, Amnesty ha ricostruito i rapporti bilaterali tra Stati fornitori e acquirenti riconoscendo, per esempio, il marchio spagnolo sulle armi e munizioni utilizzate in Libia ed Egitto o quello olandese in Egitto e Yemen. Nella lista delle transazioni, l’Italia spicca per essere partner di tutti e cinque i Paesi analizzati, nessuna eccezione.
Le imprese italiane avrebbero fatturato, in dollari, 6,7milioni in armi leggere in Barhain, oltre 44 in Egitto insieme ad altri 4 milioni per le munizioni, oltre 5 milioni vengono invece dalle bombe vendute alla Libia, 45 dai veicoli blindati. Poco meno di 3 milioni di dollari deriverebbero dal sistema di puntamento del fuoco nemico in Siria, poco più di un milione per le munizioni in Yemen. È stato accertato, inoltre, che il nostro Paese ha utilizzato nel 2009 il porto maltese di La Valetta come scalo per trasferire a Tripoli container pieni di armi di piccola dimensione: l’escamotage, ormai venuto alla luce, aveva causato alle autorità dell’isola il richiamo della Ue per aver esportato artiglieria in Libia per un valore di oltre 79 milioni di dollari, poi addebitati all’Italia.
«Le nostre conclusioni mettono in evidenza il profondo fallimento degli attuali controlli sulle esportazioni di armi, con tutte le scappatoie esistenti, e sottolineano quanto occorra un efficace Trattato sul commercio di armi che tenga in piena considerazione la necessità di difendere i diritti umani», ha dichiarato Helen Hughes, principale ricercatrice del rapporto di Amnesty international. Triangolazioni, intermediari, ambiguità della funzione attribuita al singolo strumento sono tutti elementi che si prestano a sfuggire al sistema delle licenze e, sottolinea l’Ong, ad aggirare il divieto di commercializzazione in contesti che vedono a rischio i diritti umani della popolazione. I duemila morti in Yemen dall’inizio della repressione ne sono testimonianza.
Secondo Helen Hughes, dovrebbe valere «la regola aurea» contenuta nella bozza del Trattato internazionale sul commercio delle armi che prevede «che si valuti rigorosamente e caso per caso ogni proposta di trasferimento di armi in modo tale che, se c’è il rischio sostanziale che queste potranno essere usate per compiere o facilitare gravi violazioni dei diritti umani, il governo dovrà mostrare semaforo rosso». I negoziati alle Nazioni Unite ripartiranno a febbraio quando gli Stati avranno la possibilità di convalidare la norma inserita.
È cosa nota, tuttavia, che Cina, Egitto, Russia e Usa mantengono un preciso interesse a limitare la portata del Trattato e che, dall’altro lato, i tipi di armamenti presi in considerazione dalla convenzione internazionale rischiano di non annoverare molti dei fucili, munizioni ed equipaggiamenti che sono stati usati e sono ancora in uso dalle forze di sicurezza nei cinque Paesi oggetto del rapporto di Amnesty. Razzi, proiettili, obici, agenti chimici, gas, carri armati, armi leggere o pesanti, blindati e materiali per l’artiglieria posso fuggire all’elenco tassativo dei divieti decisi in sede Onu. E, avverte Amnesty, trovare la loro strada per colpire le popolazioni civili.
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